La sovrabbondanza visiva del contemporaneo impone spesso una critica che opera per sottrazione. Scrivere oggi di Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) significa ripulire il campo dalle stratificazioni aneddotiche e mitografiche che hanno a lungo opacizzato la ricezione della sua opera. La monografica ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma (fino al 12 luglio 2026) elude la trappola della pura celebrazione antologica per configurarsi come un rigoroso dispositivo critico sulla percezione.
Curata da Daniela Lancioni, la mostra rifiuta l’allineamento passivo alle logiche del consumo culturale e sceglie di interrogare il grado zero dell’immagine e la sua persistenza nel tempo. Attraverso un percorso che fa della pittura un’indagine strutturale e non un esercizio formale, l’esposizione costringe lo spettatore a confrontarsi con una dinamica essenziale: il momento esatto in cui l’opera smette di documentare il mondo e comincia a produrre una propria, autonoma, tensione visiva.
La mostra: la rigenerazione della pittura e lo slittamento critico
Il nucleo teorico della rassegna si concentra sulla capacità di Schifano di operare quella che la curatrice definisce una costante «rigenerazione della pittura». Il fulcro di questa operazione è evidente nella sezione dedicata ai celebri monocromi del 1960.
Sulle tele, rivestite di smalti uniformi e industriali, la pittura non si risolve in una negazione nichilistica della forma, ma si assesta su una condizione liminale. Le superfici esposte al Palazzo delle Esposizioni non sono campiture asettiche; conservano al contrario pieghe, imperfezioni, abrasioni e accumuli materici che ne denunciano la vulnerabilità e la storicità. Non c’è spazio per l’astrazione assoluta: la realtà fenomenica non viene cancellata, ma trattenuta come traccia, residuo o memoria sedimentata all’interno della materia stessa.
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Un merito filologico imprescindibile della mostra risiede nella scelta di esporre la produzione pre-1960. La prima sala accoglie infatti i Paesaggi del 1956 e gli studi di matrice informale del 1959. Si tratta di una decisione curatoriale in aperta discontinuità con il recente Catalogo Generale dell’opera, il quale – assecondando le dichiarazioni dello stesso artista – fissa l’inizio ufficiale della parabola di Schifano al 1960, escludendo le prove giovanili.
L’integrazione di questi lavori genera uno slittamento critico fondamentale: dimostra che la nascita del monocromo non è un’epifania improvvisa o un prestito acritico dalle tendenze d’oltreoceano, bensì il risultato di una lenta e metodica sedimentazione linguistica che affonda le radici nelle sperimentazioni sul cemento e sulla fisicità del quadro, condivise in quegli anni anche con Giuseppe Uncini.

L’allestimento amplifica questa indagine istituendo un dialogo ravvicinato con la contemporanea personale di Marco Tirelli, Anni Luce. Il punto di sutura ideale è l’opera Chiamato K. Malewič (1965) di Schifano.
Se il Quadrato nero di Kazimir Malevič rappresentava nel 1915 una rifondazione percettiva della modernità, Schifano ne verifica la tenuta storica all’interno dell’iconosfera contemporanea, saturata dai mass media. Laddove Tirelli lavora sulla lenta emersione dell’immagine dall’oscurità della mente, Schifano agisce sul versante opposto: isola l’immagine nel sovraccarico visivo, trasformando il quadro in uno spazio di attesa e in un puro campo di verifiche ottiche.
La biografia: oltre il mito, la traiettoria linguistica
Per comprendere l’esito dei lavori maturi è necessario ricondurre la biografia di Schifano alla sua effettiva dimensione laboratoriale, spogliandola dei cliché legati alla subcultura della Pop Art italiana o alle turbolenze esistenziali.
Nato a Homs, in Libia, nel 1934, Schifano si trasferisce a Roma nel dopoguerra. Fondamentale per la sua prima formazione è il lavoro di restauratore e disegnatore presso il Museo Etrusco di Villa Giulia, un’esperienza tecnica che lo abitua al contatto diretto con la storicità dei supporti, con i frammenti archeologici e con la consistenza materica del segno e dei pigmenti.
Il debutto pubblico avviene nel 1960 alla Galleria La Salita di Roma, nella storica mostra collettiva che lo vede al fianco di Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Giuseppe Uncini. Questo gruppo, sbrigativamente catalogato dalla critica coeva come la «Scuola di Piazza del Popolo», condivide in realtà un’istanza molto più radicale dell’etichetta Pop: il superamento dell’espressionismo astratto e dell’Informale attraverso un ritorno all’oggettività del quadro.
Il viaggio a New York del 1962, l’incontro con la cerchia di Andy Warhol e la partecipazione alla mostra The New Realists alla Sidney Janis Gallery offrono a Schifano la misurazione immediata dei nuovi linguaggi industriali. Tuttavia, l’artista romano rifiuta la fredda serialità della serigrafia americana. La sua traiettoria resta ancorata a una manualità artigianale e a un uso dello smalto commerciale che mima i cartelloni pubblicitari (come nei riferimenti alla Coca-Cola o alla Esso) non per esaltare il consumismo, ma per registrarne l’impatto sulla retina.
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Gli anni successivi registrano un’inquietudine tecnica perenne: Schifano passa dalla pittura alla pellicola cinematografica in 16 mm, sperimenta con la fotografia ed esplora precocemente l’uso della televisione, intesa come flusso ininterrotto di fotogrammi da catturare, isolare e ridipingere. La sua biografia artistica non è dunque la cronaca di un disordine personale, ma la testimonianza di una lucida e incessante sottomissione al flusso instabile delle immagini del secondo Novecento.
Informazioni sulla mostra:
Palazzo delle Esposizioni, Via Nazionale 194, Roma.
Periodo di apertura: Dal 17 marzo al 12 luglio 2026. Orari: Dal martedì alla domenica, dalle ore 10:00 alle 20:00 (l’ingresso è consentito fino a un’ora prima della chiusura). Lunedì chiuso.
Prezzi dei biglietti: Biglietto intero 15,00 € (sono previste riduzioni e gratuità secondo i criteri consultabili sul sito della biglietteria ufficiale).
Canali di riferimento: Per ulteriori approfondimenti e per l’acquisto dei titoli d’accesso, è possibile consultare la pagina ufficiale della mostra sul sito del Palazzo delle Esposizioni Roma o la piattaforma di biglietteria CoopCulture.
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