In bilico senza mai cadere: «Tre sorelle» di Liv Ferracchiati

Una casa immobile, un tempo che non scorre e desideri destinati a restare sospesi. Come raccontare l'attesa quando il cambiamento non arriva mai?
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Il 16 maggio la sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini è gremita di persone: habitué, spettatori occasionali, ma soprattutto addetti ai lavori. Non notiamo la loro presenza per gusto elitario, bensì come spia dell’interesse che questo spettacolo suscita nel panorama teatrale.

La pièce più esistenziale di Anton Čechov

Così viene definito Tre sorelle da Gaia Manzini nel programma (potremmo dire libro) di sala. Il primo avvenimento sulla scena è la caduta e rottura di un orologio. Ecco la dichiarazione registica: il tempo si è rotto, non sarà lineare e non porterà da nessuna parte.

Così scrive Manzini:

«Gli orologi ammazzano il tempo, sono il mausoleo di ogni speranza e desiderio. Il tempo è morto fin quando viene rosicchiato dal ticchettio delle rotelle. Solo quando l’orologio si ferma, il tempo torna in vita. Ma è un’illusione.»

Da quel momento in poi, se anche l’intreccio dovesse seguire la fabula – cosa che non farà – i suoi episodi non avranno comunque un’importanza cronologica. Succedono tante cose nel testo di Anton Čechov, eppure non cambia mai nulla. La drammaticità è tutta qui: «l’assuefazione e la monotonia annullano le motivazioni di un’esistenza».

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Eppure per l’autore questa è una commedia e gli attori di Liv Ferracchiati restituiscono magistralmente i toni ironici e sagaci della scrittura. Tuttavia, proprio per questa caratteristica della messa in scena e la tragicità della storia rappresentata, l’effetto sul pubblico è dolceamaro. Ridiamo della goffaggine del barone Tuzenbach con Irina, oppure degli improbabili discorsi di Veršinin con Maša, ma in fondo il famoso non detto di Anton Čechov pesa su ogni singola parola e azione.

Tre anni e mezzo nel testo, due di lavorazione

Il tempo non è significante solo all’interno della finzione drammatica, ma anche nella riscrittura del testo è stato un elemento chiave per Liv Ferracchiati e i suoi attori: due anni di analisi del testo e riscrittura a partire dalle improvvisazioni degli interpreti.

Intorno alla sospensione del tempo e alla compresenza di passato, presente e futuro si struttura la regia dello spettacolo, fino ad arrivare al momento culminante dell’incendio nel terzo atto. Le battute si accavallano l’una sull’altra, perdono la loro consequenzialità e diventano manifesti dell’indole dei personaggi.

L’incendio del terzo atto, che divampa distruggendo la città vicina, è un incendio interiore, lo è per tutti i personaggi sul palco. È il momento notturno e onirico delle confessioni: confessioni di amori celati, di disillusioni e stanchezze.

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La scena esce dalla scrittura checoviana per appropriarsi di una forma contemporanea; l’effetto è quello di una rottura definitiva della quarta parete, già avvenuta con l’entrata dei personaggi dalla platea, ma da questo momento in poi i personaggi si rivolgeranno anche agli spettatori.

Condividiamo l’opinione di Gaia Manzini, per cui l’incomunicabilità sia il tratto più enfatizzato dalla lettura di Ferracchiati.

«Nevica. Che senso ha?»

La battuta di Tuzenbach è il sottotitolo dello spettacolo. In queste parole comprendiamo la consapevolezza di Anton Čechov della finitezza umana. L’autore fa trasparire quanto la sua visione della realtà sia disillusa.

In un tempo, il suo, in cui tutte le certezze di una classe sociale andavano sgretolandosi, Anton Čechov scrive con il dono di abitare il presente con una profondità tale da lasciarne intravedere il futuro, per citare Mungiguerra dal programma di sala.

Non c’è via d’uscita dalla propria vita per le tre sorelle, e forse nemmeno per il loro fratello Andrej, l’unico sposato per amore, almeno in principio.

Le scene dello spettacolo si susseguono sul piano inclinato posto sul palcoscenico, in equilibrio su un baratro in cui non cadranno mai. La loro salvezza sarebbe persino quella di una caduta nella rovina, ma così non accade.

Olga, Maša e Irina resteranno dove sono, come ci mostra platealmente l’ultima immagine dello spettacolo: le protagoniste indossano cappotti con la stessa fantasia della loro casa.

«È difficile mantenere una furiosa voglia di vivere se si perde il senso del tempo».

Tre sorelle – Nevica. Che senso ha? al Teatro Elfo Puccini
da Anton Čhecov
testo e regia di Liv Ferracchiati
con Irene Villa, Valentina Bartolo, Livia Rossi, Antonio Mingarelli, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Marco Quaglia, Riccardo Martone, Francesco Arricò, Giovanni Battaglia

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Marialuce Giardini

Diplomata al liceo classico, decide che la sua strada sarà fare teatro, in qualsiasi forma e modo le sarà possibile.
Segue corsi di regia e laboratori di recitazione tra Milano e Monza.
Si è laureata in Scienze dei Beni Culturali nel 2021

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