Cita a Ciegas: per imparare a vedere oltre

Spesso le parole ci suggeriscono significati ulteriori, ci indirizzano più in là rispetto a come di solito le utilizziamo, bisogna imparare a leggere tra le parole prima ancora di pretendere di leggere tra le righe. Può essere utile a tal proposito conoscere l’origine antica della parole per scoprirne il significato attuale: la lingua greca dall’oscurità di secoli lontani, ricoperti dal marmo ormai consunto dei templi che ci restano, risveglia l’attenzione di parlanti distratti portando alla luce cosa si può davvero capire.

Il tempo ciclico

Il verbo greco che traduciamo con io so, è un verbo sempre al passato: letteralmente significa infatti io ho visto: per i Greci si può sapere al presente solo ciò che è stato visto prima. Il tempo greco è un tempo ciclico, è il tempo del ritorno dell’azione passata, che illumina ciò che ci accade e ci permette di conoscere, di sapere. Tuttavia l’etimologia non propone di esaurire la conoscenza alla sensazione della vista, alla superficialità dello sguardo che vede prima e capisce poi, forse. La radice verbale greca suggerisce di concepire uno sguardo che diventi riguardo, attenzione che si posa sull’azione ma non riposa, anzi è una continua sollecitazione, fa sorgere le idee, fa pensare e permette di capire.

Il vedere come sinonimo di sapere

La cecità è mancanza di comprensione, è mutismo mentale prima di essere pura assenza di luminosità visiva, opacità di pupille condannate al buio. La lingua greca ci invita a riflettere nello specchio della parola, così da ravvisare lo spettro di una conoscenza spesso intricata, poco lucida, offuscata da sguardi ciechi, privi di parole intelligenti, che leggano dentro, andando a fondo.

Il sapere sembra così poter sostituire una vista mancante, uno spazio privo di oggetti, di colori e forme, ma riempito di parole profonde, che riemergono da un’oscurità fisica: nonostante la lingua greca sia ormai sconosciuta, lo spazio dell’azione teatrale diventa l’occasione per ricordare la sfida della parola nel tempo, il gioco del sapere nella possibilità mutevole di esso, mai muta, spesso mitica perché sospesa tra passato e presente, nel tempo della parola.

Al Teatro Franco Parenti la regia attenta di Andrée Ruth Shammah crea lo spazio adatto perchè semplice, adattando e traducendo il sapore argentino del racconto bello e complesso del romanziere e drammaturgo Mario Diament. Cita a Ciegas – Appuntamento al buio ( dal 6 al 29 marzo 2018) è l’esperimento magnificamente riuscito della speranza inesorabile di capire, della possibilità infinita di poter vedere oltre, sempre più di quanto sia concesso o dovuto.

L’uomo cieco

Il sipario apre una molteplicità intricata e intrigante di storie e racconti abilmente intrecciati, dipanando con eleganza il mistero nebuloso che sembra aleggiare sulle vite dei personaggi che si susseguono, attirati e respinti dal centro simbolico del racconto, restituito allo spettatore meravigliato attraverso un dialogo sempre coinvolgente, che si avviluppa nelle parole, tra calembour, ripetizioni, metafore che scatenano l’immaginazione, perché chi tira le fila del discorso è un uomo cieco, che ha visto ma non vede, che può solo immaginare e suscitare immagini straordinarie, fuori dalla fosca quotidianeità degli interlocutori, abituati e assuefatti al grigiore delle loro vicessitudini. E’ uno scrittore sconosciuto (Gioele Dix), – omaggio al grande autore argentino Jorge Luis Borges – che svela un progressivo riconoscimento tra le storie e i protagonisti grazie alla potenza della parola, che si muove in un girotondo di destini, tra mittente e destinatari di un colloquio sempre aperto, sempre discusso di indiscutibile acume.

Ciegas

I personaggi sono gli attori delle rispettive vita, ma non agiscono mai rispetto solo a se stessi, ma sempre rivolti all’altro anche se inconsapevolmente, in un gioco scambievole di ruoli e reciprocità affettive, familiari e passionali, pur non sapendo le complicate implicazioni del loro agire. La scambievole mutevolezza caratterizza lo spazio, dischiudendo la pubblica piazza della città nell’interno di uno studio privato. Le età si susseguono scambiandosi, una giovane avvenente (Roberta Lanave) è figlia e amante di un impiegato bancario (Elia Schilton), padre e uomo in crisi che spezza le sicurezza della moglie (Sara Bertelà), psicologa di una madre disillusa (Laura Marinoni) che si riscopre nella giovinezza perduta della figlia, in una meravigliosa spirale di ricordi, emozioni redivive anche se impossibilitate a essere pienamente rivissute.

Lo scorrere incessante del tempo

La primavera sfiorisce in un autunno lieve, oscillando nella dolcezza delle mezze stagioni, presagio del cambiamento, anticipazioni del divenire, suggerito come dimensione temporale fluida, della possibilità continua, cambiamento perenne, attuale perché sempre in atto, che mai si ferma, informe malleabile fascino della possibilità. Il tempo ruota attorno a un presente sfuggevole, per liberarsi dal vincolo di un punto fisso a cui dovrebbe essere necessariamente ancorato per permettere allo spettatore di intravedere nell’ascolto delle parole l’eternità, da raccogliere come un fiore appena sbocciato o una foglia che cade silenziosa.

Sono le parole precise e puntuali, sempre e vere che scandiscono nel continuum narrativo un tempo sempre vero, per un pubblico sollecitato poeticamente dalla consapevolezza di non poter sempre sapere, ma sperando e tendendo al sempre possibile: un tentativo mai finito restituitoci come stupore che nasce naturalmente nel vedere la propria cecità riflessa nell’ emozione dell’azione drammatica elegante e dirompente.

L’origine del sapere

Forse ci è permesso così di tornare all’origine del sapere, prima che gli occhi si schiudano, prima di poter vedere, quando è concesso solo immaginare, riscoprendone così l’infinito abisso, che è domanda di ciò che si sta per vivere e non sempre si vede chiaramente, perché offuscato dalla passione, che è amore e dolore in una eterna coincidenza; si sa anche ciò che non si vede, ma si è visto grazie alla potenza profetica del ricordo, della parola e del sentimento, spesso dubbi dunque sempre doppi, nella domanda tra due singolarità che si interrogano, per condividere una possibilità di intesa inquietante perché senza quiete, sempre in tensione, risultando così un legame inscindibile e contemporaneo di fascino e paura, dunque meraviglia.

Anastasia Ciocca

Redazione

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