Colette, l’orgoglio bisessuale della Belle Époque

Colette si faceva chiamare così: con il cognome del padre, che sembrava un classico nome femminile. Le particolarità di Colette derivavano sia dall’educazione moderna della madre, sia dalle esperienze della Parigi tra fine Ottocento e i primi, tumultuosi anni del XX secolo. Scrisse per i più importanti giornali di Francia, e nei suoi romanzi diede prova di raffinati virtuosismi, pur parlando di tematiche ancora originali all’epoca, come quella dell’omosessualità. Un caso esemplare della sua originalità è il romanzo autobiografico Ces plaisirs…, terminato nel 1932 e poi pubblicato nel 1941 sotto il titolo Le pur et l’impur.

Questi ricordi sparsi, che iniziano con la visita in una rossastra sala da oppio, descrivono alcune delle personalità più interessanti della scena queer del tempo. Utilizzare il termine queer per questi personaggi non è anacronistico poiché è proprio in quegli anni che inizia ad essere utilizzato per descrivere persone fuori dalla normatività, e in questo caso Colette ha scritto di chi lottò contro la normatività di genere nella Parigi della Belle Époque

Il puro e l’impuro è un libro che parla di piacere, ma come ci dice l’autrice all’inizio, lo fa tristemente. Aleggia per tutti i racconti di Colette una certa impotenza, una rassegnazione per il dolore di questi personaggi costretti alla marginalità. La scrittrice, oltre ai suoi matrimoni e alle storie eterosessuali, instaurò diverse relazioni con donne e alcune delle prime persone transgender dell’Europa contemporanea. I suoi scritti sono tra i primi a parlare di persone che osavano decostruire il concetto di genere da un punto di vista così vicino. Marguerite Moreno le restò accanto per tutta la vita, e di lei scrisse che il suo potente sguardo era senza sesso.

È potente la seduzione che emana un essere dal sesso incerto o dissimulato.

Così Colette dichiarava la sua attrazione per ciò che all’epoca era chiamato androgino o ermafrodito. A proposito di La Chevalier, soprannome di Mathilde de Morny, scrisse che era un femme-homme. La marchesa era chiamata anche Missy, Oncle Max o Monsieur le Marquis. Proveniente da una importante famiglia imparentata con Napoleone III, le sue rendite le permisero di condurre la vita più libera che una persona della sua identità di genere potesse desiderare.

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Anche il marito, Jacques Godard de Belbeuf, dal quale divorziò nel 1903, le lasciò tutte le libertà, anche nella vita sessuale. Nel mondo intellettuale e borghese dell’epoca l’omosessualità femminile era taciuta ma sopportata, sebbene la stessa Colette scriva che non fosse così:

[…]perché il libertinaggio saffico è il solo ad essere inaccettabile.

La Chevalier è descritto vestito da uomo, con i capelli rasati e il sigaro sempre in bocca. Si sottopose a una mastectomia e a un’isterectomia. Nonostante questi incredibili traguardi la sua vita fu, come dal preavviso di Colette, triste e tormentata, e morì suicida nel 1944.

Sempre di tristezza ci parla Colette nella storia di Renée Vivien, pseudonimo à la française della poetessa anglo-americana Pauline Tarn. Colette ci dice di non aver mai visto Renée triste, nonostante a volte le parlasse di quanto aspettava la morte. Il solo altro argomento di conversazione erano i piaceri della carne.

Attraverso la poesia conobbe Natalie Clifford Barney, che aveva istituito un circolo di poetesse donne in memoria di Saffo e fu da sempre apertamente lesbica.

Natalie fu amante di Renée, e anche di Colette. Dopo aver vissuto sull’isola di Lesbo a Parigi, Renée si guadagnò il soprannome di Sappho 900. Anche lei approfittò del privilegio della sua posizione sociale per viaggiare, rifiutare qualsiasi matrimonio, e diventare un’importante poetessa. Eppure, la vita incredibile che visse Renée non le tolse l’amarezza di non poter vivere nella completa libertà, in un mondo che in fondo non accettava una relazione tra due donne.

Nella descrizione delle abitudini e dei gesti di Renée, Colette fa trasparire i simboli del mondo bisessuale, lesbico e transgender dell’epoca:

I libri che mi donava, li nascondeva ogni volta sotto un bouquet di violette.

Questi fiori divennero un vero e proprio simbolo del saffismo, e un corteggiamento tra due donne poteva facilmente iniziare con il dono di un mazzo di violette. Ma oltre che di morte, fiori e poesie, Renée parlava a Colette anche di sesso, dicendole, per esempio, che «Ci sono meno modi di fare l’amore di quanto si dica, ma più di quanto si creda»

Edi Guerzoni


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Redazione
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