Corpo, letteratura e industria
in “Memoriale” di Paolo Volponi

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«Tutto avvenne così ed entrai nella fabbrica, limpido come un vetro».

Paolo Volponi (Urbino 1924 – Ancona 1994) lascia la segreteria della Fondazione Agnelli nel ’75, allontanato per le sue idee politiche. Sono gli anni che percorrono la parabola discendente della letteratura industriale, il termine di un’epoca culturale che, fino a poco prima, allacciava i sogni della cultura a quelli dell’economia nel solco di un’utopia sbiaditasi col tempo. Se da un lato Memoriale problematizza la triplice mutazione dell’Italia da paese agricolo a industriale e post-industriale, riflettendo sul costo umano della modernizzazione; dall’altro, questo libro costruito su «due lastre» (Pier Paolo Pasolini) è una crepa di contraddizioni, un’ostinata oscillazione fra razionale e irrazionale dietro la quale si staglia un paesaggio onirico. Ecco perché, come i libri più belli, il realismo visionario di Volponi è insieme dentro e fuori la storia.

Memoriale è la narrazione analettica (a ritroso, come fosse un diario) di Albino Saluggia, l’operaio contadino che ricostruisce in prima persona la sua vicenda esistenziale dal 1945 al 1956: essa ha inizio col ritorno dalla guerra mondiale, segnata dalla prigionia in un campo tedesco; sembra poi trovare un punto d’equilibrio al momento dell’entrata in fabbrica della città di X, raggiunta sempre in uno di quei treni gremiti di operai provenienti dalla campagna; e termina con l’espulsione dalla fabbrica. Nove capitoli, quasi anno per anno. Con questa sintesi della trama non si è anticipato nulla, giacché sin dalle prime pagine la storia dell’operaio contadino è segnata dalla malattia e dall’angoscia  – tutta kafkiana – di una colpa ignota da espiare; da subito il protagonista avverte il lettore che il proprio dramma è uno e uno soltanto, una sola condanna a prefigurare il proprio fallimento. Ed è la tubercolosi, che prende corpo e anima: «i miei mali» sono le prime tre parole del romanzo, tre rintocchi che scandiscono l’unione indissolubile fra lavoro e malattia, i temi più evidente di Memoriale.

Il romanzo è ambientato a X, luogo senza identità «perché l’autore non vuole che, con la pretesa di riconoscere una città o una fabbrica, si giunga ad attribuire soltanto a questa le cose narrate». È questa una convenzione propria di tutta la narrativa. Ma la scrittura di Volponi – qui sta il suo genio poetico – non solo è capace di universalizzare le condizioni alienanti degli operai nell’industria fordista; ma coglie anche lo stato primitivo, animalesco quasi, dell’indole di una precisa generazione, e della sua fiducia nel lavoro. Inizialmente le forme della fabbrica rassicurano Saluggia, pulite e concrete come un (vago) avvenire sereno, impressionando l’immaginario di un semplice cattolico di campagna.

«Dopo il primo momento s’avvertiva il rumore continuo dei torni e dei trapani e poi, chissà da dove, lo squillo di un metallo. Bisognava aspettare per sentire il rumore degli uomini; appena entrati si vedeva che parlavano e si muovevano senza però che a tali gesti si potesse attribuire un suono. Invece più tardi si sentivano i rumori delle voci, dei passi, dei gesti di lavoro. Scrivo del rumore, perché la prima volta che uno entra nella fabbrica il rumore è la cosa più importante, e più che guardare uno sta a sentire e sta a sentire senza volontà quel gran rumore che cade addosso come una doccia»

Il primo contatto sembra positivo solo perché lenisce la facoltà di pensare, il contadino è disorientato a tal punto che i sensi stessi, ciò che costituisce la sua natura biologica, sono spaesati. Dal chiuso della fabbrica al chiuso del sanatorio persiste la paura di Albino (da notare la scelta del nome che enfatizza il candore e l’unicità del protagonista, dall’anima bianca come il latino albus). Malato di tubercolosi polmonare, il protagonista patisce il tempo, il «fratello degli uomini», soprattutto in sanatorio. Saluggia si ostina a ritenersi vittima di «inganno», come fosse un Cristo di campagna di cui la società cospira la crocifissione, perciò il sanatorio – ambiente concentrazionario al pari della fabbrica – sospende lo spettro del complotto in un’atmosfera ancora più tesa e indecifrabile. Pertanto l’io narrante è stritolato nella morsa di queste due prigioni. Il cappellano cui disperatamente si affida il protagonista lo ammonisce: «In questa malattia ci sono molti segni di ribellione al Signore. E anche di ribellione contro se stessi». Subito, nelle righe successive, Saluggia (Volponi) scolpisce con nitore il suo grande e incomprensibile turbamento:

«Quando l’ago del pneumotorace si infiltrava tra le mie costole ero alla fine di tutto e non sapevo più che cosa pensare […]. Mi sentivo molto solo; più confusamente di oggi che sono sicuro di esserlo ma anche allora con un dolore che non veniva spento dalla speranza di poter infine guadagnare un destino migliore. Oggi scrivo questa lettera a tutti e a nessuno ma so che è diretta, prima che a ogni altro, a me stesso di quel tempo».

È inverosimile che questo sia il linguaggio di un operaio. Memoriale, sul piano formale, non è un diario. Se così fosse sarebbe un resoconto cronachistico, ma a Volponi non interessa la plausibilità della lingua di Saluggia: in effetti, nonostante l’evidente eredità del neorealismo e della sua forza di testimonianza sociale, lo stile tende ad una intensa espressività e segue, secondo il ritmo geometrico dettato da Kafka, le visioni angosciose di Saluggia. La sintassi spesso è asciutta, articolata senza essere complessa; allo stesso modo, il bacino lessicale da cui lo scrittore urbinate attinge è ristretto se comparato agli allora contemporanei romanzi gaddiani. Il grande salto che lo stile volponiano riesce a compiere consiste nella figuralità. Vi sono dei lessemi chiave (mali, neve, fabbrica, madre, corpo, fede, Natale) attorno ai quali si coagula l’intero impianto romanzesco. Sono le parole a costruire il libro con la loro solidità evocativa e la loro musicalità. Quando Albino contempla la neve, o scorge il lago dalla stradina che sale verso casa, sta scrivendo il suo Memoriale, riempiendo le parole della sua stessa vita. Per esempio, dopo uno strano sogno ecco che il paesaggio riflette l’incubo appena passato. Saluggia, osservando un gruppo di anatre in movimento vicino al lago, si dice: «Insieme al loro grido sentivo ancora, fermo sul lago, il mio, perché la neve conserva i rumori e le tristezze, come la paura».

Senza il timore di essere in trappola, perseguitato dalla modernità, di vivere in attesa della fine dei mali, senza la solitudine nevrotica, insomma, senza la paura Volponi non sarebbe stato uno scrittore-poeta. Saluggia, così come il suo creatore, è un personaggio corporale – Corporale è anche il titolo di un’opera del ’74 – e insieme ipersensibile; un operaio che appena espulso dalla fabbrica, sua unica vita concreta, si lascia trasportare dalle «parole: il loro suono contava più di ogni altra cosa, più del loro senso» al punto tale da scrivere poesia «senza strappare nulla dal mio cuore, dal centro di me». Si chiudono così le ultime pagine di Memoriale, con i versi di un contadino che un tempo aveva fiducia nell’industria.

«La terra si rovesciava
nel buio di quei mesetti; […]
nel cielo salivan l’ossa
delle costellazioni
splendenti sulla fossa
delle generazioni»

Andrea Piasentini

dietroleparole.it

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Redazione
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