David Bowie e
l’alienazione
al tempo dei muri

David Bowie Heroes

Dalla finestra dello studio di registrazione, scostando le tendine con le dita, David Bowie avrà visto il muro spalmarsi lungo la strada berlinese: un recinto di cemento, alto e sorvegliato, nell’estate del 1977, e un musicista britannico, bianco color cocaina – quella che ora lo ha condotto, appesantito, quasi assente, alla finestra in silenzio. In una pausa dalle tracce di Heroes, avverte un presagio e guarda il quartiere Neukölln. È popolato da turchi, immigrati nella zona di Berlino Ovest più vicina – e dunque più vistosamente murata – all’altra parte, a Berlino Est. Si muovono per costruire qualcosa, nel paese diviso e sgranato tra colori sovietici ed europei; e il duca Bowie raccoglie dai loro volti (ottomani, inscuriti per genetica e forse per la fuliggine berlinese ma, nel profondo, algidi quanto la sua pelle, perché il bianco è il colore dello spaesamento) l’alienazione.

Ecco dov’è atterrato infine Major Tom, alieno. Si allontana dalla finestra, riprende la sua postazione da musicista e imbocca il sassofono. La traccia da suonare è Neuköln – come il quartiere ma con una elle in meno. Dopo le sfumature distaccate e morbide di Moss Garden, che lava le orecchie dell’ascoltatore con una musica dolcissima, seguono un tappeto di sintetizzatori, sollevato dal mistico dell’ambient, Brian Eno, e sopra di esso, imponente, l’alienazione che sfrega tra le note del sax: Neukölln quartiere che diventa Neuköln canzone.

Non è andata così, non è scritto da nessuna parte che Bowie abbia guardato la strada prima di registrare il penultimo brano del disco. Ma l’anima dell’album lascia una sensazione simile. Sembra aver indicato il nudo scheletro del tempo; la guerra fredda irrisolta e appesa al cielo di Berlino, espressa nell’omonimia tra un brano strumentale, cupo ai limiti dell’oppressione, e il quartiere a più alta densità di abitanti nella capitale tedesca. Esibendo con il solo suono del sassofono una zona della città, la sua portata di alienazione, David Bowie sceglie di compiere un gesto consapevolmente storico.

Heroes è decisamente più maturo rispetto al precedente Low (registrato a fine ’76), dal momento che lo spettro sonoro aumenta e accoglie, oltre all’angoscia dei synth e alla voce apatica, anche note più limpide e brillanti. Le atmosfere si fanno più terse.  Ne sono dimostrazioni il ritmo, in apertura, di Beauty and the beast, che avrà risvegliato, scosso dal torpore gli ascoltatori del tempo rimasti fermi al torbido e austero lato B di Low; o il lontano luccichio delle chitarre in The secret life of Arabia, sostenuto dalla voce di Bowie che si muove con fare principesco tra alti e bassi. O ancora, V-2 Schneider, brano mosso che combina disco music ed elettronica, accompagnamento ritmico, distorsioni, caldissima lava creativa domata dall’ing. Bowie.

Bowie sa come maneggiare il suo stile. E se c’è un disco dove lo modella al meglio, è Heroes: qua, degli anni glam passati a sistemare trucco e capelli nei volti di Ziggy Stardust e Aladdin Sane rimane l’eccentricità, che al giusto grado di intensità si smorza con lo spirito soul del Thin White Duke, elegante maschera capace di dare una voce (musicale) alle perversioni dell’uomo occidentale medio; e infine il composto affiora seguendo le spinte elettroniche di Brian Eno, la tecnica chitarristica di Robert Fripp (ex King Crimson). Con Heroes David Bowie trova la punta di diamante della sua discografia.

Messo a contatto con quel magma storico che sono il 1977 e il precipitare degli eventi attorno a quegli anni, il disco non è la colonna sonora dello spirito del tempo – la quale, semmai, potrebbe essere rappresentata dalla canzoncina di un qualche intervallo pubblicitario, ben più capace di restituire, in veste di piacevole documento o cronaca musicale, lo spirito del tempo – e non è nemmeno un’opera sacra da ascoltare devotamente; anzi, potrebbe venir voglia, dopo aver ascoltato Heroes, il romanzo d’amore concentrato in sei minuti, di saltare i sussulti di Blackout , e la posizione di The secret life of Arabia potrebbe stonare, poiché successiva a Neuköln.

Occorre definire, allora, cosa passa tra Heroes, Sense of doubt, V-2 Schneider, cos’è amplificato da questa puntina di diamante. Innanzitutto il vissuto di un uomo e del suo esilio auto-imposto nel mondo dell’industria rock; l’alienazione di un individuo che ha deciso di lasciar salire e cadere a cascata, anno dopo anno, le maschere che più lo intrigavano. Un fu Major Tom, fu Ziggy Stardust, fu Aladdin Sane, fu Halloween Jack, fu Thin White Duke, fuggito alla ricerca schizofrenica delle proprie identità fino a divenire anche un fu David Bowie (o, proprio per questo, un David Bowie ritrovato).

Ed è proprio grazie al sincero camaleontismo, al vigore e alla complessità dell’orizzonte privato messo in musica assieme agli amici Eno, Fripp e Carlos Alomar, è in seguito al racconto di se stesso – sia questo espresso attraverso un rocambolesco intrico di chitarre sferzanti e synth eterei, sprofondamenti baritonali e risalite funky, o romantici «We can be us just for one day» – che David Bowie si fa piccolo, e lascia spazio di espressione a ciò che sta al di là dei muri, al mondo esterno. Dopo un continuo incarnarsi, ostentato e provocatorio, il cantante di Brixton ha smesso di inscenare la propria identità non appena ha scelto di rappresentare l’alienazione che la sceneggiata – tragicamente umana – ha comportato. Era questo, forse, il presagio avvertito alla finestra dello studio di registrazione.

Andrea Piasentini

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Redazione

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