“Encore”, il nuovo album di Anderson East

Un tuffo nel passato. È questa la prima impressione che si ha ascoltando la musica di Anderson East. Il cantautore e musicista trentenne, originario dell’Alabama ma da tempo stabilitosi a Nashville, in Tennessee, non è sicuramente un esordiente nel panorama del rhythm and blues.

Encore è il secondo disco per una etichetta discografica major (Elektra Records), ma la sua carriera è cominciata nel 2009 con un album pubblicato con il suo vero nome (Mike Anderson). Nel 2012 adotta lo pseudonimo Anderson East ed autoproduce Flowers of the Broken Hearted che consiste in due dischi: uno “bianco”, in cui mette in luce la sua passione per la musica soul e la poesia, l’altro “rosso”, decisamente più rock e melanconico.

Il successo di “Delilah”

Complice l’incontro con il musicista e produttore Dave Cobb, una vera istituzione per gli artisti della tradizione del cantautorato americano, orientato al country e al soul, nel 2015 East conquista critica e pubblico grazie all’album Delilah, che si può considerare a tutti gli effetti il suo disco di esordio ufficiale.

La voce “nera” di Anderson East ci riporta ai tempi d’oro della soul music degli anni ’60-70, – soprattutto quella targata FAME Recording Studios e Stax Recordsagli artisti come Otis Redding, Wilson Pickett, Sam Cooke. In Delilah ci sono ballad classiche, dalle radici meno black, e brani più ritmati, il tutto per creare un r&b raffinato, interpretato magnificamente da East, impreziosito talvolta da cori gospel, archi, o fiati e organo.

Il nuovo album

Encore sembra la naturale prosecuzione del lavoro precedente, ma in questo Anderson East pare essere molto più sicuro del proprio stile. Gli 11 brani dell’album raccontano sentimenti, in ogni loro sfumatura. Innamorato, testardo, passionale, ferito, provocatorio, devoto e inconsolabile. East riesce ad esprimere ognuna di queste fasi, portando a volte la sua voce verso picchi altissimi inimmaginabili.

Anche questo disco è prodotto sotto la brillante regia di Dave Cobb, che non si limita a questo compito ma suona il basso, le percussioni, le chitarre acustiche ed elettriche, crea gli arrangiamenti per le sezioni di corno.

I primi tre brani, decisamente intimisti, danno la sensazione di una partenza soft, quasi col freno tirato, come se Anderson East volesse tenere il meglio per dopo, creare attesa prima di stupire.

King for a day, il primo brano del disco, è una intensa ballata, scritta insieme a Chris Stapleton – e sua moglie Morgane –, altro grande cantautore della “scuderia” di Dave Cobb. È una commovente storia d’amore vissuta con caparbietà: «Preferirei essere re per un giorno che un pazzo per sempre».

Per il pezzo This Too Shall Last, ancora più profondo del precedente, East si avvale della collaborazione di Ryan Adams alla chitarra elettrica.

House Is A Building è romanticismo allo stato puro. Una ballad classicissima, sapientemente orchestrata.

Con Sorry You’re Sick si cambia registro. Cover di Ted Hawkins, resa molto più movimentata dell’originale, in un r&b ritmato alla Ike & Tina Turner.

Ancora una superba ballata è If You Keep Leaving Me, con una melodia spiccatamente stile vintage, con profusione di cori femminili e l’uso dell’organo da inizio Seventies.

Grande groove per il gioiellino Girlfriend, una sfacciata dichiarazione d’amore per la ragazza di qualcun altro… fatta a quel qualcuno!

Ed ecco Surrender, il brano più trascinante dell’album, sia per la musica ma soprattutto vocalmente. È qui infatti che la voce di East raggiunge l’apice: un soul retrò energico, sembra di essere davanti a un juke-box e di vederne uscire James Brown in persona.

All On My Mind pare stonare rispetto al mood del disco e allo stile di East: è più “moderna” nel sound, specialmente per l’uso del synth. Coautori del brano sono nientemeno che Ed Sheeran e Johnny McDaid, degli Snow Patrol, gli stessi creatori del fenomeno Shape of You.

Altra struggente ed emozionante ballad è Without You, mentre Somebody Pick Up My Pieces è la splendida interpretazione in salsa southern soul della cover di Willie Nelson.

L’album si chiude con Cabinet Door, una versione acustica solo voce e piano, senza fronzoli, accompagnata da un controcanto femminile. La voce di Anderson East non è urlata come ci ha abituati fin qui, ma è quasi dimessa, senza perdere la sua profondità e le sue sfumature, e ci racconta la storia, i ricordi, la nostalgia di un uomo che ha perduto la moglie dopo una vita passata insieme. «Saresti felice di sapere che ho aggiustato quella porta dell’armadio».

Encore è la conferma delle capacità di questo artista che, sebbene così giovane, canta le sue radici soul con convinzione e maturità, con quella sua voce che sa spingere al limite con una precisione assoluta. Anderson East è sicuramente da seguire, e chissà se un giorno non uscirà dalla sua comfort zone della tradizione r&b per addentrarsi in territori inesplorati…

 

Lorena Nasi
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