Gli explicit letterari più belli di sempre, secondo noi

Qualche settimana fa vi abbiamo portati alla scoperta degli incipit più iconici della letteratura. Allo stesso modo, un romanzo può rimanere nel cuore dei lettori anche per la frase finale, il cosiddetto explicit. Sono importanti, le ultime parole di un libro: sono il modo della storia e dei personaggi di salutarci, finché non ci andrà di rileggerlo una seconda volta, si intende.

Vi presentiamo una piccola rassegna degli explicit che ci hanno colpito di più, donandoci quello strano sentimento di gioia mista a tristezza che si prova quando si termina di leggere un gran bel libro. Attenzione: per sua natura, l’articolo potrebbe contenere degli spoiler.

«Alla ricerca del tempo perduto» di Marcel Proust

Mi sembrava che non avrei avuto la forza di tenere ancora a lungo legato a me quel passato che discendeva già così lontano. Se almeno quella forza mi fosse stata lasciata abbastanza a lungo per compiere la mia opera, non avrei mancato anzitutto di descrivere gli uomini come occupanti un posto tanto considerevole, accanto a quello così esiguo riservato loro nello spazio, un posto al contrario prolungato a dismisura – poiché simultaneamente essi toccano, come giganti immersi negli anni, epoche così lontane l’una dall’altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi – nel Tempo.

Alla ricerca del tempo perduto è il primo romanzo psicologico nella letteratura europea. Si discosta da tutta la tradizione letteraria precedente proprio per il suo carattere introspettivo, per aver saputo in qualche modo raccontare la vastità del mondo interiore dell’uomo. Così, la vita di Marcel, il protagonista, non è altro che una serie di dolori, gioie, speranze, amori e illusioni, raccontate da uno scrittore che cerca dentro di sé e dentro il proprio passato un tempo perduto che possa dare senso a tutte le cose.

(Scelto da Vladislav Karaneuski)

«Moby Dick» di Herman Melville

Tenuto su da quella bara, quasi per tutto il corso d’un giorno e d’una notte fluttuai su di un oceano molle e funereo. Inoffensivi, i pescicani mi guizzavano accanto come se avessero un catenaccio alla bocca; i selvaggi falchi marini trascorrevano via col becco inguainato. Il secondo giorno, un veliero si avvicinò e mi raccolse, finalmente. Era la Rachele che incrociava raminga e che, tornando sui suoi passi alla ricerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano.

Un commovente epilogo che vede il lieto fine per la voce narrante di questo capolavoro della letteratura americana, Ismaele. Unico sopravvissuto alla caccia spietata del capodoglio più famoso degli oceani di carta, Ismaele viene salvato dalla generosità di una nave che incontriamo un’altra volta nel corso del romanzo, la Rachele, e a cui il capitano Achab non dà soccorso, ossessionato dalla sua caccia disperata. Un finale che, dopo aver solcato i mari con gli occhi di Ismaele, vi farà salire un nodo alla gola.

(Scelto da Azzurra Bergamo)

«Il vecchio e il mare» di Ernest Hemingway

Quel pomeriggio arrivò una comitiva di turisti alla terrazza, e mentre guardavano nell’acqua tra le latte vuote di birra e le barracudas morte, una donna vide una lunga, grande spina dorsale bianca con una coda enorme, che si alzava e dondolava con la corrente mentre il vento di Levante sollevava un gran mare pesante fuori dell’ingresso al porto.
«Che cos’è?» chiese al cameriere, indicando la lunga colonna vertebrale del grande pesce, ormai spazzatura che aspettava di essere portata via dalla corrente.
«Tiburón» disse il cameriere. «Pescecane.» Voleva spiegare cos’era successo.
«Non sapevo che i pescecani avessero la coda così bella, così ben fatta.»
«Neanch’io» rispose il suo compagno. In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni.

Tra i finali più amari, ma anche più belli della letteratura mondiale, figura sicuramente quello de Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. La storia del pescatore cubano Santiago e della pesca del marlin, il pesce più grande mai pescato in vita sua, finisce con una grande sconfitta, rappresentata dalla lisca del pesce, la cui carne è stata mangiata dai pescecani, e dal sogno del vecchio alla capanna. I leoni, infatti, rappresentano il desiderio dell’eroe hemingwayano di vincere la sua lotta contro il destino e la natura – una lotta in cui si è destinati al fallimento. Eppure, nonostante il fallimento, Santiago risulta comunque un vincitore per via della sua capacità di resistere alla forza del suo destino.

(Scelto da Alberto Paolo Palumbo)

«L’eleganza del riccio» di Muriel Barbery

Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso. È come se le note musicali creassero una specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai. Sì, è proprio così, un sempre nel mai. […] D’ora in poi, per te, andrò alla ricerca del sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo.

È particolarmente poetico il finale di un romanzo pubblicato nel 2007, ma già diventato un piccolo classico della contemporaneità: L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, storia raffinata di due donne non convenzionali. La brillante dodicenne Paloma, ripensando a quanto le ha lasciato l’incontro con la colta portinaia Renée, dona al lettore un’ultima, potentissima riflessione sulla vita e sui suoi attimi di inaspettata bellezza. Gli lascia quello che è al tempo stesso un augurio e un’esortazione: cercare il cosiddetto sempre nel mai in un’esistenza in cui il dolore è inevitabile.

(Scelto da Francesca Cerutti)


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Redazione
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