Per fortuna abbiamo il Papa:
Francesco e i migranti

Che Papa Francesco non sia un pontefice tradizionale lo si poteva intuire dalle prime parole, pronunciate a piazza san Pietro, durante il suo discorso di insediamento come Vicario di Cristo. Il tono colloquiale e diretto, i gesti spontanei e umili cui il pontefice ci ha abituati tracciano bene il profilo di un papa che viene da un mondo molto lontano dal nostro. Dalle periferie dell’Argentina peronista, Bergoglio ha mosso i suoi primi piedi tra gli ultimi, calpestando quotidianamente l’emarginazione e la povertà degli ultimi e degli esclusi.

Con quello che lui ama definire lo «sguardo di Magellano», il papa ha voluto offrire una nuova prospettiva anche in Occidente, cambiando l’agenda politica della Chiesa romana. Lo ha fatto, sin da subito, andando in visita a Lampedusa, poi in Albania, nel Sud Est asiatico e in sud America, confessando in piazza San Pietro in prima persona, dando ai clochard di Roma la possibilità di farsi una doccia e tagliarsi barba e capelli.

Un tema sembra però essere stato messo al centro del monito quotidiano di Francesco: la questione dei migranti. Il pontefice ha voluto esplicitamente mettere l’emergenza dei migranti al centro non solo della sua agenda europea ed internazionale, ma specificatamente italiana. Lui che, come ha ricordato alla sua elezione, è figlio di migranti ed è stato preso “quasi alla fine del mondo”, si è spinto col patriarca ecumenico Bartolomeo e con l’arcivescovo greco ortodosso di Atene fino ai campi profughi sorti sull’isola di Lesbo. Visitando il Centro Astalli, sede italiana del servizio dei gesuiti a favore dei rifugiati, già nel settembre 2013, a pochi mesi dalla sua elezione, aveva invitato gli ordini religiosi a aprire con coraggio a chi ha bisogno le proprie strutture svuotate dalla crisi delle vocazioni, perché

«i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati»

A Settembre 2015 Francesco ha invitato le diocesi italiane ad aprire le proprie porte ed accogliere i migranti perché è tra loro che la Chiesa può “incontrare Cristo”, laddove il Signore non lo si porta tra gli ultimi ma è tra gli ultimi, nelle periferie del mondo.

Francesco è rivoluzionario e indubbiamente parte da una prospettiva cui non eravamo più abituati, ma il suo magistero non manca di una direzione e di un obiettivo. Dietro all’apertura e all’invito all’accoglienza, Francesco vuole anche testare la ricezione della Chiesa italiana davanti alla sua pro-vocazione. Non solo, il papa ha voluto misurare la consistenza ordinaria del cattolicesimo italiano, davanti ai processi che investono e frantumano il tessuto sociale del nostro paese.

Una prima risposta alla sfida di Francesco è arrivata dal Rapporto Immigrazione 2016 della Caritas e della Fondazione Migrantes (l’organismo della Conferenza Episcopale Italiana per l’assistenza e la cura pastorale dei migranti, italiani e stranieri) che offre informazioni e criteri per cogliere il contributo ecclesiale alla gestione della pressione migratoria. I dati di oggi parlano di 23.201 individui, un quinto dell’intero sistema di accoglienza italiano, che sono stati accolti nelle strutture ecclesiastiche. Di particolare interesse è il numero di immigrati che scelgono di abbandonare i centri di prima accoglienza per passare alla rete diffusa e capillare delle parrocchie: circa 4.600 persone.

Non solo, il sostegno economico ai migranti in arrivo nelle strutture ecclesiastiche viene per un quarto (circa 50 milioni di euro) coperto dai fedeli, dando così respiro alle casse dello stato. Certamente non si tratta di un contributo sostitutivo agli impegni dello stato, ma nemmeno a questo è pensato il ruolo della Chiesa. Quello che appare evidente è che il potenziale della Chiesa emerge con grande forza e con esso il coinvolgimento della rete ecclesiale nell’accoglienza del flusso umano di immigrati in fuga da guerre, violenze e povertà̀ italiana. Come ha ricordato don Gian Carlo Perego:

«L’accoglienza messa in atto dalla Chiesa italiana ha la caratteristica di una qualità̀ diffusa, capillare, non rigida e non obbligante, costruita sul territorio, consultandosi di continuo per cercare le soluzioni più̀ adatte rispetto a persone concrete e a problemi diversi, in una realtà̀ in continuo movimento. È un processo reale, che si sviluppa nel tempo e richiede tempo».

Pope Francis visits families of typhoon Yolanda victims in one of the areas in Palo, Leyte Saturday, January 17, 2015. (Photo by Benhur Arcayan/Malacanang Photo Bureau)

Fonte: Wikipedia (Photo by Benhur Arcayan/Malacanang Photo Bureau)

La capacità di ricezione della Chiesa e il suo sguardo dall’interno dei fenomeni, dalla parte degli ultimi, come vuole Francesco, conferiscono al mondo cattolico una posizione privilegiata rispetto alla classe dirigente e hanno permesso di leggere i fenomeni con l’occhio concreto di chi vive la storia, individuando non solo nell’accoglienza ma soprattutto nell’integrazione il vero nodo della questione migranti.

Sulla base di queste esperienze don Perego ha ammonito i governi europei a prendere decisioni nel breve tempo perché nei prossimi mesi un’ondata di malcontento per i mancati riconoscimenti dello status di migranti si abbatterà in tutta Europa. Come ricorda Gianni Valente su Limes, l’impegno della Chiesa di Francesco nella questione dei Migranti appare tutt’altro che semplice buonismo. La Chiesa sta dimostrando tutta la sua consapevolezza e la sua profonda conoscenza e capacità di gestione di un fenomeno di estrema complessità. Il know-how degli “uomini di Francesco” e la prova di forza delle strutture ecclesiastiche stanno mostrando che un tessuto ancora decisivo è presente in Italia e di esso non possiamo fare a meno.

Papa Francesco è cosciente di questo e cerca di sfruttare queste risorse per ridare slancio ad una comunità che sembrava andandosi perdendo. Rafforzare il credo cattolico e l’impegno dei cittadini in percorsi di integrazione e accoglienza dei migranti non è però solo un modo per misurare col termometro della diffusione della religione cattolica in Italia. Si tratta anche di un modo per testare gli umori collettivi che si registrano nel paese riguardo agli immigrati. La capillare presenza territoriale delle opere e dei soggetti ecclesiali coinvolti «corpo a corpo» nell’accoglienza e nell’integrazione degli immigrati gioca un ruolo innegabile ed efficace come antidoto e fattore di contenimento, rispetto alle convulsioni razziste e xenofobe che si avvertono nella società civile.

L’opera di Francesco, tra vocazione pauperista, strategia gesuita ed evangelizzazione di strada sta avendo, nella difficile partita dei migranti, un ruolo di estrema importanza, perlomeno in Italia, che va prima di tutto riconosciuto. La politica ecclesiale dell’integrazione, oltre che dell’accoglienza, la tradizione dell’impegno e le parole sicure di una guida spirituale decisa e autorevole sono tra i motivi per cui fino ad oggi l’Italia non ha dovuto vivere fenomeni e paure come quelle che altri paesi, in nome di un non ben chiaro laicismo di stato, hanno vissuto e stanno ancora oggi vivendo. E di questo dobbiamo, a prescindere dalla nostra fede, essere grati.

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Francesco Corti
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