Il «furor» della tragedia senecana: passione, rovina e riflessione stoica

Le tragedie di Seneca mettono in scena il conflitto insanabile tra furia e ragione. Ma è davvero possibile dominare le passioni senza esserne travolti?
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Il teatro di Lucio Anneo Seneca, pur ispirandosi a modelli greci, consiste in una produzione originale dove la filosofia dell’autore latino spicca a tutti gli effetti, con profondità e autonomia. Perfette per una lettura privata e non per forza per una rappresentazione scenica, le tragedie di Seneca nascono dallo stoicismo e dalle convinzioni dell’autore sulle passioni e sul modo che esse hanno di influenzare le nostre vite.

A causa dell’odio di Giunone le terre non bastano per contenere le mie pene e le mie fatiche: ho visto luoghi cui nessun altro ha mai avuto accesso ho visto regioni ignote a Febo e quelle terre oscure che un cielo peggiore ha concesso a un Giove crudele; e se mi fossero stati graditi i luoghi della terza parte dell’universo, avrei potuto anche regnare: ho sconfitto il caos della notte eterna e qualcosa di più grave della notte e gli dei infelici e il fato. Sono ritornato dopo aver disprezzato la morte. Cos’altro mi resta? Ho visto e ho mostrato gli inferi: se c’è altro, dammelo, già da troppo tempo ormai, Giunone, permetti che le mie mani siano inattive: cosa mi ordini di sconfiggere? Ma per quale motivo l’esercito circonda minaccioso i templi e il terrore delle armi cinge d’assedio la soglia sacra?

Seneca, Hercules furens

Il furor senecano

Le tragedie di Seneca riconosciute come autentiche sono nove, anche se di queste l’Hercules Oetaeus suscita ancora qualche dubbio riguardo alla paternità. Nonostante il punto di partenza di tale tragedie sia, come spesso accade per autori latini, il mito greco, esse si sviluppano in modo molto originale costituendo una testimonianza fondamentale della concezione di “resistenza” alle passioni senecana. Questa connotazione filosofica si manifesta nella struttura fissa delle tragedie: c’è sempre la mens bona contrapposta al furor, in altre parole la ragione in contrasto con la passione.

Succede questo per esempio nell’Hercules furens, dove Ercole arriva addirittura a uccidere moglie e figli per la sua ira, finché il furor cede il posto alla ragione e non gli fa comprendere il tremendo gesto che ha compiuto. In tal senso, il furor non è una semplice emozione passeggera, ma una forza disgregatrice, come una potenza primordiale e istintiva. La tragedia senecana diventa quindi una rappresentazione estrema del conflitto interiore e una riflessione sulle conseguenze della perdita del controllo razionale.

Medea eroina del furor


Uno degli esempi più emblematici della centralità del furor è la Medea, personaggio associato spesso alla vendetta. La tragedia di Seneca riprende ovviamente il mito, uno dei più importanti, in cui la protagonista, abbandonata da Giasone, si lascia consumare dal furor fino a decidere di uccidere addirittura i propri figli per vendetta. Il modello più importante che sicuramente Seneca conosceva è quello di Euripide, ma accanto a questo testo il mito della strega che si vendica di Giasone sfiora tutta la letteratura classica e moderna: da Apollonio Rodio fino a Franz Grillparzer, per arrivare alla concezione di Pier Paolo Pasolini che, dando il volto di Medea a una grandiosa Maria Callas, la raccontò come regina di un conflitto “primordiale”.

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Di questo furor primordiale risente prima ancora la Medea di Seneca, che diventa l’incarnazione consapevole della furia vendicativa. Non si configura come impeto improvviso in questo caso, ma come un insieme fra furor e ragione: ella agisce consapevolmente e meditazione la sua vendetta. L’invito alla moderatio (moderazione) è invece rappresentato dalla nutrice.

NUTRICE: Taci, ti supplico. Nascondili, i tuoi lamenti, e soffri nel segreto del tuo cuore. Le grandi ferite, chi può restituirle? Chi le sopporta in silenzio, con animo fermo. Solo l’ira che si nasconde riesce a colpire. L’odio che si rivela perde la via della vendetta.

MEDEA: Se ascolta i consigli e si nasconde è un male da poco. Le grandi disgrazie non sanno tacere. Io voglio scagliarmi.

Secondo alcuni, il personaggio senecano è troppo chiuso nella sua idea di vendetta e troppo radicalizzato. Tuttavia, è un simbolo irrinunciabile dello stesso stile e della filosofia di Seneca: non solo per il pathos e per i temi, ma soprattutto per l’enfasi declamatoria e per lo stile sentenzioso. La sentenzia che sintetizza il pensiero di Medea è, per esempio, «Ira, qua ducis, sequor», ovvero «Ira, dove conduci, ti seguo».

Tale stile emerge soprattutto nel monologo di Medea, momento culmine della tragedia, dove Seneca a differenza di Euripide approfondisce soprattutto l’introspezione psicologica e il dissidio interiore della protagonista. Per rendere ciò, Seneca adopera una sintassi spezzata e disarticolata, con varie interrogazioni ed esclamazioni.

Dal significato all’influenza del teatro senecano


A molti potrebbe sovvenire spontanea la domanda: cosa c’entra un quadro così istintivo, drammatico e profondamente distruttivo dell’animo umano con un pensiero filosofico, ispirato allo stoicismo, in cui la moderazione è invece la chiave di tutto? Il punto focale della produzione senecana riguarda, come detto, la contrapposizione tra ragione e furor. Tale contrapposizione è articolata tramite una fenomenologia degli istinti e delle debolezze umane, portate all’estremo, attraverso la quale è possibile intuire la via corretta da seguire. Il punto per Seneca era mostrare quanta malvagità potesse dilagare nell’animo umano, e in particolar modo a Roma (in ciò la funzione sociale della tragedia è perfettamente in linea con il pensiero greco e latino arcaico), per offrire exempla di cosa invece fosse giusto promuovere: proprio quella moderatio, virtus e clementia tanto lodate dall’autore in opere di trattatistica.

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Fin dalla sconfitta dell’eroe tragico, che fallisce in quanto cede agli istinti ed è prigioniero delle passioni, si configura il modello di uomo saggio e virtuoso che da sempre Seneca nei suoi dialogi ha codificato. Questa lectio celata è forse il punto di forza di tutta la produzione dell’autore, che pur non essendo famoso come tragediografo quanto come filosofo ha avuto un’influenza notevole anche nel teatro moderno. Il teatro elisabettiano, infatti, risentì tantissimo del modello classico, più che greco latino. Soprattutto per via degli elementi macabri e dell’interesse per “il sangue” e l’oscuro presente, i presagi di vendetta, i rapporti tra i fratelli – pensiamo al Tieste, unica versione letteraria del mito scritta proprio da Seneca, e i suoi legami ad esempio con l’Amleto.

ATREO
Lo so, io, di cosa ti lamenti. Tu piangi perché te l’ho rubato, il delitto. Non ti disperi perché hai ingoiato quel cibo nefando, ma perché non l’hai preparato a me. Non ti mancava, no, il coraggio di imbandire al tuo fratello ignaro un pranzo così, di colpirgli, con l’aiuto della madre, i figli, di ucciderli nello stesso modo. Solo un pensiero ti ha fermato: che fossero tuoi.
TIESTE
A far vendetta verranno gli dèi. I miei voti ti consegnano a loro, per il castigo.
ATREO
Io, per il castigo, ti consegno ai tuoi figli.

Così, il furor non rappresenta solamente quella forza distruttiva, ma anche una lente di ingrandimento, preziosa e inesorabile, attraverso la quale conoscere noi stessi.

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Silvia Argento

Nata ad Agrigento nel 1997, ha conseguito una laurea triennale in Lettere Moderne, una magistrale in Filologia Moderna e Italianistica e una seconda magistrale in Editoria e scrittura con lode. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice per vari siti di divulgazione culturale e critica musicale. È autrice di due saggi dal titolo "Dietro lo specchio, Oscar Wilde e l'estetica del quotidiano" e "La fedeltà disattesa" e della raccolta di racconti "Dipinti, brevi storie di fragilità"

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