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Innamorati di Seneca: 3 opere per iniziare

Lucio Anneo Seneca, protagonista tormentato degli eventi del proprio tempo, è uno tra gli scrittori più moderni della letteratura latina e ci parla, come fosse vivo, nella lingua morta di Roma. Affascinato dalla morale stoica, riuscì a piegarla alle esigenze della vita pratica, come dimostrano i suoi molteplici scritti, grazie ai quali la riflessione romana raggiunse il massimo livello nell’ambito della filosofia morale.

Chi era Seneca?

Seneca nacque in Spagna, a Cordova, molto probabilmente nel 4 a.C., da una famiglia equestre molto benestante. Dimostratosi da subito ben predisposto verso lo studio, i suoi genitori decisero di trasferirsi a Roma in vista della carriera politica e retorica che Seneca sembrava destinato a intraprendere. Dotato di grandi capacità oratorie, suscitò ben presto l’invidia dell’imperatore Caligola che arrivò al punto di condannarlo a morte, invano. Nel 41 d.C., però, durante il principato di Claudio, Seneca venne esiliato con l’accusa di adulterio con la connivenza di Giulia Livilla, sorella proprio di Caligola. Ovviamente era solo una scusa: Seneca venne allontanato per le sue doti propagandistiche e oratorie che mettevano in evidenza, per contrasto, la pochezza di quelle di Caligola.

Rimasto per otto anni nell’allora selvaggia Corsica, dovette aspettare l’intercessione di Agrippina per ottenere il perdono dall’imperatore Claudio e la possibilità di tornare in Roma e di diventare il precettore, assieme ad Afranio Burro, del loro figlio minore e prediletto, Nerone. Seneca accompagnò l’ascesa al potere del giovane despota, diventando, di fatto, il reggente e principale artefice delle sue scelte. Questo periodo fu quello del cosiddetto “buon governo” (quinquennium felix), che si estenderà fino al 62 d.C., quando Seneca, vista la perdita di fiducia da parte dell’imperatore, si ritirerà gradualmente a vita privata.

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Nell’aprile del 65 d.C. venne coinvolto nella celebre congiura dei Pisoni, senza però esserne realmente partecipe: condannato a morte da Nerone, Seneca si suicidò prima che potessero prenderlo i suoi esecutori.

«Tutti ben conoscevano la crudeltà di Nerone, al quale non restava altro, dopo l’uccisione della madre e del fratello, che di ordinare anche l’assassinio del suo educatore e maestro. Dopo riflessioni di tal genere (…) il ferro recide, con un colpo solo, le vene delle braccia. Ma Seneca, poiché il corpo vecchio e indebolito dal poco cibo lasciava fuoruscire lentamente il sangue, taglia anche le vene delle gambe e dei polpacci (…) Intanto, protraendosi la vita in un lento avvicinarsi della morte, prega Anneo Stazio, da tempo suo amico fidato e competente nell’arte medica, di somministrargli quel veleno, già pronto da molto, con cui si facevano morire ad Atene le persone condannate da sentenza popolare. Avutolo, lo bevve, ma senza effetto, perché le membra erano già fredde e il corpo era insensibile all’azione del veleno. Da ultimo, entrò in una vasca d’acqua calda, ne asperse gli schiavi più vicini e aggiunse che, con quel liquido, libava a Giove liberatore. Portato poi in un bagno caldissimo, spirò a causa del vapore e venne cremato senza cerimonia alcuna».

Tacito, Annales XV 62-63.

Per il primo approccio letterario a Seneca

Seneca ha dato prova di sé in una vastissima produzione letteraria, che ci è giunta quasi interamente; la maggior parte di queste opere è di stampo filosofico, etico e psicologico. Per chi non avesse mai letto alcun testo del filosofo neostoico, in questo articolo vi spieghiamo come approcciarvi alle sue opere letterarie, invitandovi soprattutto a non lasciarvi scoraggiare dalle forme tipologico-testuali, come dialoghi e lettere: il filo conduttore e la coerenza del pensiero senechiano vi stupiranno!

Ecco un percorso basato su tre scritti per farvi innamorare di Lucio Anneo Seneca.

Per iniziare: «La tranquillità dell’animo» (50 d.C. circa)

Il De tranquillitate animi appartiene ai cosiddetti Dialoghi e, come la maggior parte degli scritti di Seneca, è di difficile datazione. Pur essendo una vera e propria raccolta di operette morali, questo è l’unico dialogo scritto realmente come tale e rappresenta uno dei vertici della produzione di Seneca.

Dedicato all’amico Sereno, in 17 capitoli, svolge i temi dell’inquietudine, della ricerca della tranquillità, del taedium vitae, del vuoto interiore, tutti argomenti affini a quelli della tradizione letteraria platonico-stoica. L’imperturbabilità, che costituisce l’ideale del saggio, per Seneca è l’equilibrio costante di tutte le passioni armonicamente composte (ovvero l’euthymìa dei Greci).

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Prima di prendere in esame le varie passioni, l’autore descrive, facendo parlare direttamente l’interessato, lo stato d’animo dell’amico, uno stato ambiguo, di instabilità e ondeggiamento. Quelli che lo animano sono gli eterni mali dall’uomo, gli stessi presenti nell’«essere o non essere» di Shakespeare, nell’«aut-aut» di Kierkegaard, nell’inettitudine di Svevo, nella nausea di Sartre, nella noia di Moravia, nel male di vivere di Montale… Scontenti di tutto, passiamo da un desiderio all’altro, cambiamo luoghi, fuggendo solo da noi stessi e vanificando di fatto ogni possibile fuga dal nostro inesorabile compagno. Seneca prende, poi, in esame tutte le passioni, con una sorprendente penetrazione psicologica, riconoscendo che sono, come i dolori, una legge della natura umana, e dichiara che il saggio non odia e non disprezza gli uomini che ne sono dominati: egli ne ride. Seneca, in questo modo, sembra essere un novello Socrate errante alla ricerca di anime da guarire, da consolare, pur non essendo ancora guarito nemmeno egli stesso.

Quella proposta è, quindi, una filosofia pratica, non priva di contraddizioni e compromessi, che vorrebbe insegnare a risolvere i problemi della vita, a conoscersi, ad entrare in intima comunicazione con se stessi liberandosi dalle passioni e dai timori, facendo uso della ragione, giacché questa è la prerogativa propria della nostra natura e va perseguita. 

Per proseguire: «La brevità della vita» (49 – 54 d.C.)

«Ma perché la vita ci appare così breve?» È questa la domanda che sta alla base del De Brevitate vitae, un altro dei Dialoghi, scritto probabilmente tra il 49 e il 54 d. C., quando Seneca poté tornare a Roma dal suo esilio in Corsica.

Dedicato a Paolino, forse il padre della sua seconda moglie, tratta, in 20 libri, del tempo che scorre, della vita che scivola inesorabilmente e dell’umana incertezza del domani, senza mai sfociare nel pessimismo esistenziale. L’incertezza del futuro e la fugacità del tempo erano tragicamente suggeriti a Seneca dalla condizione politica che in età imperiale vedeva il destino di tutti appeso ad un filo, quello governato dalle mani del folle Nerone. Alla luce di questa vita tormentata, Seneca scrisse il De brevitate vitae per cantare la propria vittoria sulla precarietà della vita. La sua soluzione sta nella saggezza e nella capacità di vivere la qualità del tempo, non la sua durata: la conquista del tempo avviene solo per mezzo della saggezza che ci permette di vivere il presente, immergendoci completamente in ogni singolo gesto che compiamo, poiché il saggio non ha bisogno né del rimpianto del passato né dell’ansia del futuro, ma solamente del tempo presente, l’unico “tempo reale”.

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La salubrità di questo consiglio trova grande seguito anche nella psicoanalisi a noi contemporanea, che tanto ci ha suggerito, soprattutto negli ultimi mesi, di godere delle piccole cose della vita quotidiana. La vittoria sul tempo avviene, dunque, spostando l’attenzione dall’aspetto quantitativo a quello qualitativo, perché, in realtà, la vita non è breve, siamo noi a renderla tale, impegnandoci in attività che sottraggono il tempo alle cure del nostro animo. Le pagine più belle sono sicuramente quelle sugli affaccendati, che dipingono il quadro di un grande circo in cui si esibiscono gli acrobati della vita, tutti impegnati a mettere in mostra le proprie capacità e, quindi, tutti da biasimare. 

«Noi viviamo come se dovessimo vivere per sempre, non riflettiamo mai che siamo esseri fragili, non consideriamo quanto tempo è passato ma lo consumiamo come se lo avessimo sempre tutto intero e persino in abbondanza, senza pensare che quel giorno che regaliamo a qualcuno o a qualche cosa potrebbe essere l’ultimo della nostra esistenza. Abbiamo paura di tutto, in quanto esseri mortali, ma nello stesso tempo vogliamo vivere come se fossimo immortali».

De brevitate animi, 3

Innamorati di Seneca: «Le lettere morali» (62 – 65 d.C.)

Le 124 Epistulae morales ad Lucilium sono senza dubbio l’opera che ha consacrato Seneca alla fama eterna. Composte dopo il suo ritiro dalla vita politica, in queste epistole, indirizzate all’amico Lucilio, Seneca si concentra sulla coscienza umana. Non è ancora chiaro agli studiosi se quest’opera sia realmente un epistolario o semplicemente una raccolta formulata dal filosofo; in ogni caso, l’opera si presenta come un unicum nel panorama letterario antico. Accanto allo splendore singolare e nuovo del genere, ma anche dello stile, si nota una fortissima sensibilità nei confronti dell’animo umano, una spiritualità capace d’intendere e accogliere tutte le contraddizioni e gli errori, indicando la via per la risoluzione di essi in un contemperamento di stoicismo, epicureismo e platonismo.

«Tu chiedi quali progressi abbia fatto? Ho cominciato ad essere amico di me stesso».

Epistulae morales, 1, 6.

Le lettere non parlano di questioni familiari o di attualità politica, perché l’intento principale di Seneca è di guidare il suo amico Lucilio, e tutti i lettori, nell’apprendimento delle vie della saggezza. Proprio per la natura del genere epistolare, le Lettere non sono tuttavia una trattazione organica di carattere filosofico o pedagogico. Seneca non ha mai voluto essere un filosofo sistematico: il suo approccio alla filosofia e all’etica non è di tipo logico-deduttivo, ma pragmatico-esistenziale, la qual cosa, dal punto di vista letterario, si traduce in un considerevole beneficio. Seneca trasmette a Lucilio norme di vita che sono il risultato pratico raggiunto dopo aver vissuto, e visto vissuti da altri, conquiste ed errori, speranze e delusioni, progressi e arretramenti: stabilire con esattezza in che cosa consista il vero bene da cui dipende la felicità; rendersi conto che, di fronte ai veri beni e ai veri mali, tutti gli uomini sono uguali; comprendere qual è il senso della vita, della morte e quale sia il fine ultimo dell’uomo; rendersi conto del ruolo di Dio e del Destino: queste sono, in sintesi, le chiavi utilizzate da Seneca per proporci il suo messaggio immortale.


In copertina: Artwork by Madalina Antal
© Riproduzione riservata


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Federica Funaro
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