Giorgio Vasta: il ’78, la forza del linguaggio
e la militanza ne “Il tempo materiale”

Nella foresta della letteratura italiana dei Duemila si muove, con passo silenzioso ma penetrante, Giorgio Vasta (Palermo, 1970). Il suo impegno intellettuale lungo tutta l’Italia (e in particolare a Torino, città dove lavora e abita) si manifesta senza rumori declamatori, senza esibizioni pubbliche, in modo pragmatico, appassionato ed incisivo. Alle attività letterarie secondarie in veste di consulente editoriale (BUR Rizzoli, minimum fax) o di firma culturale su testate nazionali (Repubblica, il Manifesto, il Sole 24 Ore), Vasta aggiunge i tanti programmi di organizzazione culturale e di eventi da lui animati: l’iniziativa Diario in circolo per il Circolo di lettori di Torino o Scrivere con le gambe; manifestazioni come Torino Spiritualità, Scrittorincittà (Cuneo) o Roland Macchine & Animali (Milano); scrittura in rete sui blog nazione indiana e minima&moralia; curatele di antologie e volumi narrativi; fondazione del movimento TQ eccetera. Iniziare a scrivere di Giorgio Vasta elencando alcuni dei suoi progetti culturali non è un abbozzo malriuscito di biografia. È semmai la premessa al viaggio nello stomaco letterario di uno scrittore classe ’70, che ha plasmato il suo microcosmo facendo brillare essenzialmente due temi-galassie: il primo è la militanza della letteratura, il secondo il potere delle parole (della finzione) sulla realtà, entrambi contenuti nel romanzo d’esordio Il tempo materiale (Roma, minimum fax, 2008).

Il tempo materiale, giorgio VastaSiamo nel 1978, in una Palermo periferica rispetto alla cronaca nazionale, i protagonisti sono tre undicenni anormali: Dario Scarmiglia, Massimo Bocca e il protagonista (senza nome e cognome, simbolicamente) parlano sommessamente, divorano i giornali, discutono di politica italiana, si isolano al costo di risultare idioti ai compagni di classe. «Andarsene via costruendo frasi. Isolarsi. […] Ce ne andiamo via da Palermo semplicemente parlando. Siamo colpevoli di linguaggio». Percorso in tutte le 4 stagioni – dall’8 Gennaio della strage di Acca Larentia al 21 Dicembre dell’atterraggio di una sonda sovietica su Venere – il caldissimo 1978 è anche l’anno di Volo (Scarmiglia), Raggio (Bocca) e Nimbo (l’io narrante). I tre bambini desiderano assorbire la lezione delle azioni brigatiste compiute a Milano, Roma, Torino, Genova, perché secondo il protagonista «le Br sono le uniche ad aver capito che se il sogno resta da solo diventa secco. […] Quello che le Br hanno capito è che il sogno deve legarsi alla disciplina, diventare duro e geometrico e proiettarsi verso l’ideologia». Con una rigorosa preparazione per distruggere l’individualismo dilagante, quindi, i tre formano il N.O.I Nucleo Osceno Italiano dove «”nucleo” identifica la solidità; “osceno” è l’unico tempo che abbia senso vivere; “italiano” è ciò che ci indigna e ciò in cui siamo immersi». Dalla creazione di questa cellula terroristica (allucinata e spaesata) i compagni Volo, Raggio e Nimbo intendono agire seguendo un’etica severa e un rigido sistema linguistico, inventando perfino un nuovo alfabeto di segni con cui comunicare (chiamato l’alfamuto).

Tutto ciò sarebbe impossibile senza considerare, come scritto qualche rigo sopra, il potere delle parole sulla realtà. Per i tre undicenni le parole sono un dispositivo, nel solco del pensiero di Michel Foucault: il linguaggio del N.O.I. deve detenere il potere di assoggettare gli individui, dis-ponendo le loro azioni e dis-ponendo la realtà in cui agiscono. Ma per combattere contro chi? Non hanno un nemico, questi bambini palermitani irreali. E infatti si inventano anche un nemico. Per Volo, Raggio e Nimbo il nemico è dappertutto, è nella morte della cultura popolare, nel suo livellamento a suon di Mike Bongiorno e di Raffaella Carrà. Verrebbe da credere che Giorgio Vasta propenda per la lezione pasoliniana del dialetto come ancora di salvezza. E invece no, perché il mondo contadino italiano è mutato, perciò ne Il tempo materiale la lingua palermitana è «tragica» e i palermitani sono rozzi e volgari.  Ecco il ruolo militante della letteratura: resistere alla morte delle differenze, godere della realtà e delle sue mille iridescenze. Non è così, tuttavia, perché quest’ultimo tentativo è per Nimbo e compagni una lotta persa in partenza, una sconfitta inevitabile ma necessaria.

In questo nostro articolo è stato scritto che la letteratura ha fallito nel racconto degli anni di piombo. Come non condividere questa netta presa di posizione? È stata sempre una «scenografia familiare» a sorreggere l’impianto narrativo, ed è stata sempre la mitizzazione dei carnefici a fuorviarne l’interpretazione. Giorgio Vasta, al contrario, spinge un bambino intrappolato nella propria mente, malinconico e innamorato delle parole, lasciandolo solo. Niente più famiglia, niente più eroismi. Nimbo non ha nessuno, se non le sue visioni e le sue emozioni; Nimbo non è oppresso dalla morale borghese (o meglio, non solo) ma dalla paura di restare incatenato nel suo autismo esistenziale. E riflette, del resto, la paura dell’intellettuale di risultare autoreferenziale, la cura dello scrittore per trovare un linguaggio che non ristagni. In una mattina al mare, isolatosi nella lettura e nelle lunghe passeggiate, Nimbo ammette:

«Io ho vergogna della paura, è vero, però ho bisogno di poter dire che ho paura. Perché la paura è uno strumento. Serve a conoscere, a capire. La paura deve esserci. Solo che per me c’è sempre»

In conclusione, il tragico è il livello su cui si sviluppano le parole de Il tempo materiale. Nessuno è risparmiato, l’Italia intera è colpevole di non essersi caricata di una responsabilità. Ebbene, sul piano etico il romanzo d’esordio dello scrittore palermitano è la critica all’inciviltà, intesa come assenza di responsabilizzazione, per l’appunto, e indicata come origine della crisi odierna. Non a caso è l’amore per Wimbow, la bambina creola muta, che restituisce l’unica speranza. È lei l’unica creatura che si distingue dal caos mortale dell’attualità, è lei che resiste candidamente alla vita, ammutolita. E di fronte al suo amore, l’undicenne Nimbo si assume le proprie colpe; Vasta regala una pagina magica, una dichiarazione d’amore struggente, intrisa della poesia di Leopardi:

«Cosa ne è stato del tempo profondo che avevo immaginato, il tempo morbido, liquido, il tempo materiale che mi avrebbe dissetato? Perché al suo posto ci sono le parole, migliaia di frasi, questa ordinata strage di insetti? Perché balena ancora il linguaggio quando vorrei solo entrare nel silenzio, nel tuo silenzio, e piangere, smettere di sentirne solo il bisogno e piangere?[…] Nel silenzio di quest’ultimo minuto, accovacciato davanti al corpo del mio amore, […] ascolto il rumore della trasformazione infinita della materia in dolore e del dolore in tempo. Ed è solo adesso, quando nella fabbricazione della nostra notte le stelle esplodono nel nero, che alla fine delle parole comincia il pianto».

Andrea Piasentini

Giorgio Vasta libro

 

 

 

 

 

 

Redazione
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