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Gli Ebrei a Praga: una nazione dentro una città

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Il termine “nazione” è oggi da noi prevalentemente usato come sinonimo di Stato o Paese, ma in realtà questa particolare accezione è relativamente recente. Natio, termine latino da cui deriva il nostro “nazione”, non indicava “un’entità collettiva giuridica e politica caratterizzata da un ordinamento autonomo esercitato su un territorio e su una popolazione” (Zingarelli 2009); concetto che, del resto, sarebbe stato impensabile per i latini. Indicava, invece, una popolazione, una gente, un gruppo di persone che si riconoscevano in una lingua e in determinate tradizioni o che, più propriamente, avvertivano un’opposizione tra se stessi e “gli altri”.

È in questo senso che all’interno di Praga esisteva, fino alla metà del secolo scorso, non solo un’altra città, ma un’altra nazione: quella degli Ebrei. Ciò che colpisce non è soltanto l’esistenza di un quartiere, un ghetto, riservato a questo popolo, cosa che si può facilmente trovare in molte città (Francoforte sul Meno, Magonza, Cracovia e, per citarne uno più vicino a noi, Venezia). Parliamo, ovviamente, dei ghetti risalenti a un periodo molto anteriore al nazismo, quando ancora erano semplici quartieri in cui gli Ebrei, nei migliori dei casi, vivevano in tranquillità e con un proprio ordinamento giuridico e politico. Quello che colpisce è la fortissima identità che hanno mantenuto gli Ebrei a Praga e che si esprime non solo attraverso la religione e la cultura, ma anche attraverso un gran numero di leggende. Leggende che si respirano ancora passeggiando per quelle vie e che aprono quasi un varco spazio-temporale nel cuore di Praga.

Il quartiere ebraico di Praga consiste in un intrico di viuzze comprese tra il centro storico della città e la riva destra della Moldava. Ci si arriva rapidamente dalla piazza della Città Vecchia e il trapasso da un quartiere all’altro si avverte più per i nomi dei negozi che per una vera e propria differenza formale. Certamente in passato doveva essere diverso. Da più di due secoli il quartiere è chiamato Josefov in onore dell’imperatore Francesco Giuseppe II che, con l’Editto di Tolleranza religiosa del 1715, pose fine alle persecuzioni. Qui gli Ebrei sono stanziati dal X secolo, ma la loro presenza a Praga risale a ben prima. Si racconta che una comunità ebraica sarebbe stata presente sul territorio fin dall’epoca del Secondo Tempio, collocata fra il III secolo a.C. e il 70 d.C., anno in cui il Tempio di Gerusalemme fu nuovamente distrutto ad opera dell’imperatore Tito; gli Ebrei furono poi scacciati e si dispersero. Secondo una leggenda, essi furono riaccolti in Boemia dal Duca Hostevít (morto nel 870): egli aveva ricevuto in sogno, dalla sua antenata Libuše, l’avvertimento di accogliere all’interno della città un popolo cacciato e oppresso, che adorava un solo Dio, e di proteggerlo, quando questo si fosse presentato a chiedere ospitalità. Hostevít lo fece e assegnò agli Ebrei uno spazio sulla riva sinistra della Moldava; essi vissero lì in pace, finché il loro quartiere divenne troppo piccolo per ospitare tutte le famiglie ebree. Furono allora trasferiti dalla parte opposta del fiume, in quello che ancora oggi è il quartiere ebraico.

Come ogni popolo, anche gli Ebrei di Praga ebbero i loro eroi nazionali. Il nome di uno di questi riecheggia ancora chiaramente in quasi tutti gli edifici del quartiere ebraico: si tratta di Mordechai Meisel (o Maisel), vissuto tra il 1528 e il 1601. Egli fu un ricco ed eminente membro della comunità ebraica praghese e ne divenne il Primate, anche se fu tanto modesto che non accettò mai alcuna carica o un’onorificenza: pare che ancora oggi gli Ebrei usino dire che “Meisel non ha un sedile nel tempio”. Mordechai Meisel viene ricordato per innumerevoli opere di beneficenza, tra cui la costruzione di due sinagoghe, la scuola che porta il suo nome e la scuola superiore, la restaurazione del Municipio e il supporto economico all’ospedale. Se sulle sue opere di carità esistono pochi dubbi, non così sull’origine della sua immensa fortuna, oggetto di un’affascinante leggenda. Prima di diventare ricco, Meisel possedeva una piccola attività commerciale. Un giorno un contadino, vestito miseramente, si presentò nel suo negozio, ma non aveva possibilità di pagare ciò di cui aveva bisogno. Propose quindi a Meisel un accordo: scambiare la merce con una cassa di ferro, che egli possedeva da anni ma che non era mai riuscito ad aprire e di cui, dunque, non conosceva il contenuto; Meisel generosamente accettò. Portata a casa la cassa, Meisel la aprì invece facilmente e scoprì che dentro era contenuta una grande quantità di oro. Nella sua onestà, però, egli non spese tutto quell’oro per un anno intero, in attesa che il contadino tornasse da lui e riprendesse ciò che gli spettava. Ma il contadino non tornò mai; Meisel, allora, donò parte della sua fortuna al Rabbino Capo perché costruisse una nuova sinagoga e impiegò il resto nelle opere di beneficenza per cui ancora oggi è ricordato. La Sinagoga Meisel, benché distrutta da un incendio nel 1689, è ancora oggi visibile (anche se, al momento, è chiusa per restauri).

Parlando di eroi nazionali, non è possibile non menzionare la figura forse più importante della comunità ebraica praghese, protagonista della leggenda più famosa. In verità, numerose sono le leggende legate alla figura di Jeuhda (o Judah) Löw ben Bezalel, meglio noto come Rabbi Löw, ma sicuramente la più conosciuta è quella legata alla vicenda del Golem. Questa mitica creatura, menzionata già nell’Antico Testamento e il cui nome significa letteralmente “massa informe”, poteva essere evocata tramite una serie di formule per proteggere il popolo Ebraico. Correva l’anno 1580. Rabbi Löw, preoccupato da una minaccia incombente sul popolo ebraico, domandò a Dio il modo per proteggere i suoi fratelli e ricevette in sogno la risposta: creare un Golem d’argilla. Insieme a due suoi discepoli, dunque, plasmò un corpo di argilla in cui infuse il soffio vitale e dette vita a una creatura in tutto simile all’uomo, ma priva di parola. Per molto tempo il Golem protesse Rabbi Löw e la comunità ebraica da ogni pericolo, ma un giorno la creatura impazzì e iniziò a distruggere edifici, seminando il panico. Rabbi Löw fu dunque costretto a distruggerlo così come lo aveva creato e la leggenda narra che nascose i resti del Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, la più antica di Praga, nella quale si troverebbero ancora.

Scendendo i tre gradini che portano alla Sinagoga, più in basso rispetto al livello della strada per ragioni religiose, non si può non ripensare a queste leggende. Davvero stiamo camminando sotto i resti del Golem? Tutto questo sembra molto lontano dalla realtà nella luce calda e confortante della sala principale. Eppure basta fare pochi passi per ricordarsi che non tutto è leggenda. Nel Cimitero Ebraico, una selva di lapidi letteralmente incastrate l’una sopra l’altra, due tombe spiccano per dimensioni e lusso: quella di Mordechai Meisel e quella di Rabbi Löw.

Silvia Ferrari

Silvia Ferrari

Classe 1990, nata a Milano, laureata in Filologia, Letterature e qualcos'altro dell'Antichità (abbreviamo in "Lettere antiche"). In netto contrasto con la mia assoluta venerazione per i classici, mi piace smanettare con i PC. Spesso vincono loro, ma ci divertiamo parecchio.

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