Il secondo disco di Rbsn (Alessandro Rebesani), Here, è una piccola gemma da non farsi sfuggire. Dieci brani in inglese, che segnano un viaggio all’interno del quale l’artista romano, nato tra i club jazz e soul di Roma e Leeds, scava nel profondo dei testi e del suo modo di concepire e fare musica. L’album è stato pubblicato il 28 novembre, a distanza di tre anni dal precedente Stranger Days (2022), che lo aveva reso il primo artista italiano e il più giovane a pubblicare con l’etichetta newyorkese Ropeadope. Tre anni in cui lui e la sua squadra di musicisti – composta da Luca Gaudenzi, Federico Romeo, Emanuele Triglia, Pasquale Strizzi – hanno inseguito la costruzione di un sound nuovo e più maturo. Rbsn ci consegna un disco dalle venature internazionali e fortemente emotive, esplorando i temi di amore, identità, perdita e rinascita. Abbiamo scambiato due chiacchiere insieme a lui pochi giorni dopo l’uscita di Here.
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Il tuo nuovo album, Here, è uscito per ODD Clique il 28 novembre. Sono passati solo pochi giorni, ma finora che accoglienza hai riscontrato?
Molto bella. Mi ha scritto molta gente con la sua lettura del disco. Soprattutto ora che siamo nell’era dell’ultra-comunicazione, uno dei lati positivi è che chi è stato suggestionato da una cosa te lo può dire subito. Mi hanno scritto un sacco di colleghi e gente che naviga la musica, ma anche stranieri ed estranei. Quindi molto bello già. Nonostante ci sia stato solo il weekend di mezzo, ci sono già delle belle cose che vengono fuori. Sono contento che risuoni soprattutto in maniera super personale. Quindi ecco, se la eco è molto intima, densa e intensa, significa che quel tempo in più di rifiniture ha pagato.
Dici che Here stabilisce delle nuove coordinate del tuo modo di fare musica, che è la traccia che posiziona il tuo nuovo album. Dove ti trovi adesso, rispetto anche al tuo esordio nel 2022 con Stranger Days, dov’è “qui”?
“Qui” era “lì” al tempo della scrittura. Però devo dire che, quando fai un disco o altre cose, anche se è la foto di un momento stilistico è anche molto narrativa. Una persona che scrive canzoni lo sa bene. In generale, con tutto ciò che crei c’è sempre quello spazio per il quale non sai se sei tu se stai inseguendo la maturità necessaria per finire quell’opera o se è l’opera che ti sta dietro e quindi sei tu che devi cambiare. Invece, con questo disco, visto che ci sono stati dei tempi un po’ più rilassati, abbiamo lavorato in modo un po’ vintage. Con il nastro, con lo studio sempre montato solo per noi. C’è stato modo di mettere più storie, più luoghi, più tutto. Perciò il disco in sé è l’arco narrativo di qualcuno che è un po’ perso e quindi c’è l’ossimoro del volersi un po’ localizzare. Poi Here finisce anche con Beautiful Unknown che è una gemma. C’erano molti brani dell’album che erano molto densi, c’era molta contrizione quando lo registravamo. Invece con quel brano sorridevano tutti. Sentivamo di andare verso una nuova casa. È il luogo in cui mi sento ora, più vicino a qualcosa di più familiare. Sicuramente è anche perché quando riesci a condividere della musica dopo un po’ di tempo è figo.
L’ultimo brano ha aperto una nuova strada quindi.
Ho comprato un pianoforte (gira la telecamera e lo mostra, ndr). È molto vecchio. Un piano inglese degli anni Sessanta, l’ho comprato poco dopo la scrittura di Beautiful Unknown con la persona che mi ha ispirato molto per la scrittura del brano. Ci sono delle cose che cambiano sia a livello di suono sia nel modo in cui le scrivi e le pubblichi.
So che sei anche un amante del restauro di vecchie chitarre. Le hai usate anche per il nuovo album?
Sì! Avevo una Martin famosa che sta in un film di Virzì e che mi hanno prestato ma purtroppo non ho tenuto. È una Martin baritona, quindi è una chitarra un po’ particolare, perché è gigantesca e ha un suono molto più grave: è scordata una quarta sotto a una chitarra normale. Era carica di significato e ci ho fatto quasi tutto il disco. Poi lo studio dove ho registrato, il Pyramid, è meraviglioso e ha un’outboard molto analogica. È l’iconografia dello studio di registrazione con il banco di vetro. Quindi, sì, sono un po’ un nerd, ma è normale.
La copertina di Here vede te in una sorta di rudere, in cui esce un po’ di luce dalle crepe e illumina parte di un ambiente che altrimenti sarebbe stato in ombra. Il disco inizia e tu canti “I’ll show you my secret / I told you to keep it”. È un percorso in cui ci vuoi portare? Alla fine sveli un po’ questo segreto o chi è Alessandro Rebesani adesso?
Sì, si può sicuramente leggere così. In This Life lo senti anche a livello sonoro molto probabilmente, c’è una grana molto diversa. Se non si sente vuol dire che siamo stati molto bravi a dissimulare il fatto che non l’abbiamo registrata nello stesso luogo. Però mi sembrava giusto anche cominciare dall’inizio e sicuramente c’è la dimensione della crescita e del viaggio. Se, sul lato A, il disco è super omogeno e ci sono brani anche più “pop”, poi, sul lato B, diventa anche più bizzarro, personale e colorato con palette diverse da quelle dell’inizio. Quindi sì, super intuizione. È decisamente un viaggio alla scoperta che io e i ragazzi che hanno lavorato con me abbiamo fatto scrivendo questi brani. Anche perché devo dire che 2-3 anni senza mollare creativamente è tanta roba. Scusami se faccio questa digressione, ma spesso sento “Ah, ci ho messo 5 anni a fare sto disco”…credo che sia malsana una roba del genere. Sono un supporter dello scavare e del prendersi un po’ di tempo per capire dove va il brano. Ci sono un sacco di storie di Sly degli Sly&The Family Stone, in cui lui viveva con il banco vicino al letto: era in continuo aggiornamento e alla scoperta di suoni. Poi noi con due settimane abbiamo registrato dieci brani. Il disco ha macerato e sono contento.
Come un buon vino. This Life è stata registrata nel 2022 ha avuto il suo tempo per maturare.
This Life è un Barolo.
C’è stato uno scoglio tra il primo disco e il secondo o è stato un flusso che alla fine ha portato a questo risultato?
Non è stato molto fluido, è stato difficile. Soprattutto per la musica indipendente, l’infrastruttura italiana è molto strana. La mancanza di spazi ti costringe ad essere un talent scout sia per trovare l’ispirazione sia per trovare dove va quell’ispirazione. Io prima dell’uscita dei primi singoli non sapevo neanche qual era il mio ascoltatore medio. Era super variegato. Anche perché vado spesso a Propaganda Live e lì ho un pubblico di 50-60enni incredibile. Mi scrivono delle cose con punteggiature che non esistono, però con amore. È stato bello trovare delle persone che mi hanno scritto e hanno interpretato bene Here. Il viaggio è stato senz’altro tortuoso, ma sono supportato da un’infrastruttura che ho voluto fare io per me stesso e per la mia gente. Io mi trovo come un artista indipendente e con ODD Clique siamo riusciti a creare un iter che anche a livello legislativo e di pubblicazione mi fa stare un po’ più tranquillo. Stiamo collaborando con RC Waves, che è una booking che ci porterà in giro a gennaio, con The Orchard che ci distribuisce e ci fa un po’ girare nel suo canale e con l’agenzia stampa GDG Press. Nonostante sarebbe bellissimo fare tutto da soli, la condivisione e la collaborazione rimangono la forma migliore per lavorare.
Hai una rete più diffusa sul territorio.
Sì, poi c’è molta gente che mi piace che mi sta scoprendo, quindi è un bel momento. Però vorrei fare un’avventura free solo, in cui registro, mixo e faccio tutto da solo.
Alla Kevin Parker.
Esatto. Sulle spiagge australiane! (ride, ndr).
La tua esperienza musicale si muove tra l‘Italia e il mondo anglofono. Quale luogo ti ha dato di più?
Lo raccontavo qualche tempo fa. L’italiano di per sé una serie di suoni non ce li ha. C’è chi ha sperimentato tanto. Se senti Lucio Dalla certe cose sono incredibili, sembrano uscite su PitchFork da una settimana. Però stavo ragionando sul fatto che quando io ero minorenne – avrò avuto 17 anni – ho vinto questa scolarship per fare un seminario di 5 settimane a Berkeley e, come dire, io non ero un ultra-competitivo. La musica poi, più vai nel jazz, nelle cose molto virtuose, e più è competitiva. C’è D’Angelo che in un film su di lui dice che «it’s a contact sport». È vero, non è vero… io non la vedo così. Ci sta fare un po’ di sana competizione, però non credo sia il sale della musica. Tuttavia, a Berkeley funziona che se vuoi far vedere quanto sei bravo, puoi fare l’audizione per suonare alla fine del corso così da entrare in una band specifica. Io ero minorenne, non sapevo quasi niente della musica che poi mi ha plasmato… da Donny Hathaway, a Miles Davis, Diana Ross, tutta quella wave di soul che poi mi ha fatto capire dove stavano le cose molto importanti per me. Io l’audizione l’ho persa, ma conoscevo un bassista francese che mi ha detto: «vieni all’ensemble, perché tu sei bravo con il feel». Lì c’era un chitarrista metal: quindi, super tecnica ma no feel. Vado e faccio questa jam con un organista portoricano che avrà avuto 19 anni e che suonava in chiesa da quando ne aveva 9, non sapendo niente di tutto quel panorama sonoro. Mi ci sono ritrovato dentro e c’è stato un imprinting che ha continuato ad evolversi e crescere dentro di me. Quando sono ritornato nel panorama sonoro italiano alla fine dell’adolescenza, mi sentivo fortunatissimo perché avevo condiviso qualcosa di molto raro e che non conoscevo. Penso che quella cosa lì sia stata l’inizio di tutto. E poi a Roma, dopo altri viaggi accademici e non, sono riuscito a trovare il mondo che mi supporta: Emanuele Triglia, Federico Romeo, Luca Gaudenzi eccetera. Con loro sto molto bene e spero di continuare a creare in maniera naturale com’è stato finora.
Che differenze hai trovato tra il modello italiano e quello inglese, sia di tipo produttivo che ricettivo, lato tuo e lato pubblico?
Il pubblico in Italia non è stato così educato, ma credo che risieda nell’infrastruttura dei live. Devo lavorare un po’ di più su quello. Io poi ho la barriera della lingua. Però suonando fuori ti accorgi subito che c’è un’attenzione diversa nel modo di assorbire l’informazione. Credo che il requisito per andare a ascoltare musica debba essere proprio qualcosa che vuoi sentire e a cui vuoi andare. Io sono un po’ intollerante, quindi a molti live o spettacoli di teatro mi girano le scatole da morire perché molti sono distratti… però sta migliorando.
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In che modo pensi di strutturare i tuoi live per far arrivare al meglio il tuo messaggio?
La prima esperienza che vorrei proporre, e che credo lo faremo a febbraio a Roma al Teatro Basilica, è un po’ più intima ma ha la struttura di un live elettrico. Poi andremo al Biko Club a Milano, al Glue a Firenze e in un posto a Bologna che è di apertura più recente (Baumhaus Culture). Il live è un po’ la prova del nove del musicista, no? Quindi è la cosa più importante per me. L’idea in soldoni è che vorrei uscire dalla forma-canzone che c’è nel disco e suonare un po’ di più. Magari riesco a portare più la gente dentro all’arrangiamento. Come quando vai a sentire i The Smile: loro hanno dei brani brevi in cui però ti perdi dentro. Penso faccia sempre parte dell’eredità soul, in cui quando sei nella stanza cerchi di sentire la stanza e poi cerchi di seguire un po’ la vibe che c’è all’interno.
Ci sono due nomi che ricorrono nella tua produzione. Uno è D’Angelo, che hai nominato prima, l’altro è Borges. Neo-soul e realismo magico: come hai fuso questi due aspetti?
Borges è lo scrittore che ho letto sempre per far fiorire il mio vocabolario, forse è qualcosa che ho lasciato un po’ nel passato o all’inizio di Here e ora mi sono spostato sulle cose più reali, meno divertenti però insightful. D’Angelo è tornato negli anni sempre e credo che sia l’esempio perfetto del convogliare lo spirito di una cosa nella stanza, nell’emissione della voce verso il microfono. Tutto ciò che ha prodotto è una masterclass di sensibilità. Ora lo sto facendo molto, c’è una forma quasi di dissociazione. Soprattutto quando lavori con la voce lo scopri di più, perché ci sono tutte queste persone differenti che devi essere per completare il brano. Se ascolti The Root di D’Angelo, lui vuole che tu sia tutta una serie di persone che quel giorno sono andate alla funzione. Quindi, D’Angelo mi ha dato quella parte più spirituale che si lega a quel fare musica insieme all’interno di una stanza. Ci sono stati molti momenti di commozione nella stanza in cui registravamo. Tutti uomini sensibili devo dire. Uomini che piangono e che si scrivono “ti vogliono bene”. Quella parte me l’ha data più Michael Archer (aka D’Angelo).
Un incontro artistico che ha cambiato la tua vita?
Devo dire che io sono molto geloso del percorso che ho fatto, perché non mi sono mai prostrato a cose già troppo scritte, per quanto fosse rischioso. Però mi ha ripagato. Ho amici grandi e belli come Bob Angelini, che sostituisco a Propaganda Live. Lui ha un modo di essere musica, cosa che è molto bella e che trovo super onesta. Spesso, questa cosa della musica è un po’ fake, invece con certe figure – com’è giusto che sia – credo ci sia anche un po’ di mentoring, di insegnamenti che ti vengono tramandati. Bob è sicuramente uno di questi. Ma anche tutto l’entourage di Propaganda Live. E poi molti miei coetanei mi hanno riportato dov’ero. Uno si perde nell’oceano di ascolti e di ispirazioni, senti un sacco di musica e pensi “Ah, ma io vorrei essere quello”. Però è giusto essere te. E poi rubare un po’ a tutti quelli che ti piacciono.
In Inghilterra hai assistito alla nascita del nu-jazz. Hai provato ad entrare in quella scena o hai osservato e studiato?
Lì è stato right place right time. Un po’ cercavo quella cosa, perché ero in fissa con quel genere. L’universo mi ha sentito e mi ci ha mandato forse. Lì ho fatto un settetto e già facevo dei brani di Soul Searching, il mio vecchio EP. E sì, siamo entrati a gamba tesa nella scena. Io sono stato fortunato, ero molto witty e ad un orientamento c’erano quelli del terzo anno che hanno detto «Who the fuck is this guy?», e mi hanno invitato e a suonare. Erano tutti musicisti bravissimi ma nessuno era più frontman. Quindi io scrivevo, declinavamo insieme le cose in un contesto un po’ più jazz o hip-hop, in base a quello che andava in quel periodo, e poi facevamo qualche live con band e artisti che ora stanno volando. Nel mezzo c’ero anche io. Avrei potuto essere uno che viveva in Inghilterra e stava lì e basta, cercando di entrare in quel giro là. Invece sono voluto tornare a Roma, anche perché mi sembrava giusto dare la possibilità al bellissimo canale di musica italiano di internazionalizzarsi un po’. Siamo un po’ ghettizzati, sia per tematiche che per suono. Poi io in italiano non so scrivere, l’inglese resta il mio modo per metabolizzare le cose ed è la lingua in cui ho la necessità di scrivere. La mia lingua dei sogni è l’inglese. Posso ritrovarmi nelle parole di qualcuno in italiano, ma per me foneticamente nella musica sono proprio parole a caso. Quindi ammiro molto chi riesce a scrivere in italiano e a farmi accapponare la pelle, come Andrea Laszlo De Simone. Solo che io non ho quel tipo di calma. Non sono un padre, non ho quarant’anni, non faccio le mie giacche. Sarebbe strano per me.
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Tornando a Here, c’è un brano a cui sei più legato o che ti piace di più?
Down&Out ci piace molto, perché è stata una cosa che è uscita in 20 minuti. Però quello a cui sono più legato, che è più simbolico e più verboso è The Bear. È legato al concetto dell’amico e di complicità. Ci pensavo ieri: credo che per me l’orso fosse il daimon dell’amicizia. Il simbolo della fratellanza. Però to bear è anche “fare dei frutti”. E in un rapporto con un’altra persona più tieni duro più ci sono delle cose che vengono fuori. Quindi, per tornare al tema della narratività delle cose, ora The Bear si sta trasformando da uno statement di “ti voglio bene” a una cosa per la quale, se continuiamo a volerci bene, guarda che belle cose che escono fuori!
In Italia hai già suonato con Marco Castello, prima mi parlavi anche di Laszlo De Simone…con quale artista ti piacerebbe collaborare? Hai già in mente qualcosa?
Sì! (lo dice in modo molto deciso e ride, ndr). Io voglio un sacco fare un brano con Evita Polidoro, che è un’amica e una batterista meravigliosa. Voglio fare un arrangiamento di All Flowers In Time Bend Towards The Sun di Jeff Buckley e Elizabeth Fraser, con Evita che suona la batteria. Quel brano non ha la batteria, quindi potrebbe essere moolto figo. Lei è un’artista meravigliosa e anche molto sensibile. Quindi sono sicuro che, parlandoci poco, avremo modo di fare cose molto belle e in maniera molto facile.
Cosa ti aspetta ora da questo nuovo album?
Gennaio per me è sempre un momento di grandi cambiamenti, credo che lo sarà anche quest’anno. Certo, entrare nell’anno nuovo con questa carica è molto figo e vorrei toccare più posti possibili, scoprire nuovi suoni il più possibile e, ecco, vedere fino a che punto tornano questi segnali. Spero che le collaborazioni saranno molte, perché a me piace creare un universo sonoro, anche se non è necessariamente per me. Poi a maggior ragione, se non è per me sono molto meno pignolo, quindi magari è più divertente!
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