I racconti di Yawp – “Finché morte non ci separi” di Federica Ruggiero

Sono quasi pronta.
In realtà era ancora in accappatoio. Le fece uno strano effetto sentire la propria voce dopo ore di silenzio. Si sciolse il turbante e una cascata di capelli umidi le si riversò sulla schiena nuda. Bastò quel solo gesto perché riprendessero forma e se non altro era un sollievo non doversi preoccupare almeno del dovere sociale di pettinarsi. Intravide di sfuggita l’orologio a muro e quasi le venne un colpo. Soltanto dopo si ricordò che era rotto da tempo immemore. Una semplice questione di batterie a dire il vero, ma lei non aveva alcuna intenzione di cambiarle, e così l’aveva condannato a una lenta e ineluttabile cancrena. Gettò sul letto l’asciugamano e si sentì confortata guardando i vestiti già scelti. Non da lei. Suo marito le aveva chiesto di indossare per il loro anniversario il vestito della volta in cui si erano conosciuti. Niente di speciale. Non lo era stato allora, quando era chiaro a tutti che la fantasia floreale non avrebbe superato gli anni Sessanta, e non lo era quel giorno. Il tessuto liso rendeva ancora più squallidi quei tulipani raffazzonati con presunto gusto estetico.
Aprì il cassetto e infilò della biancheria a caso. Se vorrà farlo, mi cambierò in bagno, pensò. Fissò per un po’ lo specchio e valutò se fosse meglio prima vestirsi o truccarsi. Optò per il trucco. Non se la sentiva di indossare quel pezzo di antiquariato senza neanche un po’ di ombretto a ravvivarle il viso. Si studiò allo specchio, si avvicinò di più e si chiese quando le fossero spuntate quelle rughe sulla fronte. La ruga profonda che si forma tra le sopracciglia diventa permanente col tempo e sedimenta un frequente stato di preoccupazione e di tensione.
Tutto sommato era ancora bella. Ma di una bellezza sbiadita e dimessa. Come se portasse il sentore di un passato glorioso la cui unica testimonianza era racchiusa in quel visino pallido. Sembrava più vecchia, non tanto per fisico, che comunque manteneva una certa risolutezza contro la forza di gravità, più che altro per l’atteggiamento. In ogni caso riusciva ancora ad attrarre gli uomini. Ricordò con spenta soddisfazione una serie di occhiate collezionate sulla metro e per strada. Non se n’era curata più di tanto. Per fedeltà e per stanchezza. Ecco. Stanca. Una parola così anonima che era tuttavia la più adatta a descrivere la situazione. Quando aveva intrapreso questa vita credeva che ce l’avrebbe fatta, e ne aveva tutti i presupposti. Ora aveva quarantatrè anni e si sentiva come quelle donne di mezz’età che ormai non possono che assistere al loro lento declino. Troppo lontano dall’inizio, e troppo dalla fine.
Raccolse l’asciugamano e pulì delicatamente alcune ditate che confondevano la sua immagine riflessa. Aveva un ottimo marito. Una splendida figlia che ora era in viaggio per chissà dove per qualche conferenza o in fuga. Avrebbe dovuto farle una chiamata, forse. Doveva essere orgogliosa di sé. Razionalmente non avrebbe potuto non esserlo. Eppure non ci riusciva. In un periodo della sua vita lei era stata vitalità pura, proprio in quel periodo lei si era scelta la propria gabbia, addobbandola con quelle rozze fantasie floreali fintanto da nasconderne le sbarre. Lei amava suo marito. Non era quello il punto. Non poteva rinfacciargli nulla, se non il fatto di essere lui. Quando si erano conosciuti credeva che il loro progetto sarebbe servito a breve termine, mentre ne avrebbero pianificato uno diverso e più audace. Poteva forse immaginare che quella prospettiva iniziale, che lei aveva concepito come ripiego momentaneo, costituisse l’aspirazione più alta dell’uomo a cui si era legata finché-morte-non-li-avesse-separati? A modo suo era anche affettuoso e presente con lei. Se ci pensava le dispiaceva anche di non sostenere più quel menage. Da qualche parte dentro di sé pensava che si sarebbe ammazzata se solo ne avesse avuto le forze. Ma si vergognò subito di quel pensiero egoistico capriccioso. Con che arroganza poteva concedersi il lusso di propositi autodistruttivi, lei? Si immaginò qualche saggio asceta che con un cenno del capo le dava la sua benedizione per quegli anni di silenzioso sacrificio. La sua vita era grigia e arida. Ma andava bene così, in fondo. Le veniva un po’ da ridere ripensando alle ambiziose imprese che non aveva intrapreso. Dagli occhi ancora irritati per lo shampoo colò una lacrima, che rigandole il viso si confuse con un ricciolo che le copriva la faccia. I suoi capelli, così fieri e indomiti, costretti in una gabbia fiorita. Devi essere felice, sul serio, c’è chi pagherebbe per una vita come la tua. Ma che altro vuoi? Il mantra le risuonava nella testa in modo grottesco, come se a pronunciarlo fosse un ritardato.
Si truccò per rianimare il volto e indossò il proprio simulacro di realizzazione.

Il proprietario aveva indicato loro un tavolino in disparte, lontano dal chiasso ma ancora nel raggio della voce calda della cantante al piano bar. Continuava a sorridere mentre scostava le sedie per farli accomodare. Aveva dei baffetti da uomo viscido e una pesante alitosi malamente mascherata dalle numerose mentine. Considerato quanto ci avrai spennati a fine serata, mi sembra il minimo, pensò lei tra sé. Le piaceva ascoltare la musica. Secondo lei tutto con la musica era bello, era come un film, a tutti piacciono i film. Chissà che immagine diamo all’esterno, che cosa pensano i nostri spettatori. Vi mando subito il ragazzo, diceva l’uomo viscido mentre lei si irrigidiva per il tocco appena percepibile che lui le aveva dato alla schiena velata mentre si sedeva.

Non ricordava affatto che il 60 girasse a sinistra invece di proseguire sulla Nomentana. Non ricordava nemmeno che fosse express. Avrebbe fatto prima a rinunciare, attraversare docilmente il marciapiede e aspettare un nuovo autobus. Preferì invece ripercorrere a ritroso la strada, in fretta, per quanto possibile. Cercava un capro espiatorio su cui riversare la propria frustrazione. L’afa le ricordava uno scenario post-apocalittico, come anche i bidoni traboccanti di spazzatura che emanavano un fetore irrespirabile. In ogni caso era abbastanza certa che l’autista avesse saltato una fermata. Li odiava mortalmente. Odiava quando dal finestrino intravedeva speranzosa il semaforo verde mentre gli autisti comatosi dirigevano tutti i loro sforzi perché diventasse rosso. E poi di colpo si risvegliavano dal quell’incubo di pessimo gusto e il primitivo istinto di fuga li faceva accelerare, anche a costo di saltare le fermate. Lei li odiava tutti, indiscriminatamente.
Se solo il 311 fosse passato, avrebbe potuto sedersi comodamente.

Suo marito la guardava sorridendo appena e lei sapeva l’importanza che aveva quel gesto da parte sua. Lo sai, un po’ mi piace quando gli altri uomini ti desiderano, mi fa sentire così fortunato di averti accanto. Allungò la mano verso di lei e il freddo metallo della fede le provocò un brivido. Sembriamo ancora due ragazzini, magari la gente pensa che stiamo festeggiando tre anni, rise di gusto. La guardava come se non ci fosse nient’altro all’infuori di lei. Come se fosse l’unica cosa che avesse. E di fatto era così, pensava lei, non c’era nient’altro al di fuori di quel rapporto funambolesco. Lei gettava distrattamente occhiate oltre lo steccato, col mento appoggiato che allungava verso di lui come per una sorta di benevolenza, mentre ricambiava la stretta con l’altra mano. Guardandolo notò che era un po’ ingrassato, non tanto, forse altre persone non vi avrebbero fatto caso, ma lei sapeva che era così. Non riusciva a sopportare la vista di quella pancetta flaccida che tendeva le pieghe della camicia. Scelse di sfogliare il menù, spingendo anche lui a fare lo stesso. Fece ondeggiare il bicchiere tra le dita come se fosse pieno, finché non lo sentì effettivamente appesantirsi. Capì che qualcuno glielo stava riempiendo e fu grata di quell’inaspettata intraprendenza. Mi sono preso la libertà di farvi assaggiare questa preziosità della casa, non la riserviamo a molti, sapete, perle ai porci, diceva il cameriere freddamente, del tutto dimentico delle tecniche prosodiche previste dalle strategie del corso aziendale. Non che vengano molti che se lo possano permettere, disse lui, e lei glielo lasciò dire. Il marito ridacchiava cercando di dissimulare il proprio autocompiacimento, ma la voce gonfia tradiva il senso di ridondante soddisfazione per la sua seriale felicità piccolo borghese. Lei si girò verso il cameriere, perché voleva vederne la reazione. Ma non aveva previsto la propria.

Il picchiettio del tacco dieci echeggiava nel silenzio estivo. Sulle saracinesce abbassate volgari graffiti annunciavano la decadenza della società e l’imminente fine del mondo, accanto a peni stilizzati dalle misure sospette. C’era pure una scritta sull’asfalto. Lei strizzò gli occhi per decrifrarla. “Il tempo passa e tu non passi mai”. Il 311, senza dubbio. La fissò e pensò a quanto fosse pacchiana quella scritta, come l’atto in sé di una scritta, e poi rifletté su quale frase avrebbe scelto lei per sollevarsi dall’incarico di esprimere a parole proprie i sentimenti che provava, se ancora ne provava. Si vide riflessa su un portone e il trucco sceso le svelò l’inutilità delle dure ore trascorse a scegliere i prodotti di bellezza nei flaconcini policromi che poi si rivelavano essere la stessa schifezza. È questa la bellezza, 100ml di surrogati imprecisati e un sigillo di garanzia. Si asciugò la fronte nel tentativo di rimediare ma alzando il braccio dovette appurare con amarezza che il sudore le aveva anche guastato il vestito con due orrende chiazze all’altezza delle ascelle. La fragranza artificiale contaminata dal suo forte odore corporeo aveva creato una miscela dall’animalesca intensità. Le venne da piangere ma si trattenne all’idea di peggiorare ulteriormente la situazione.

Aggrottò le sopracciglia per metterlo meglio a fuoco, e l’impressione iniziale era stata senz’altro confermata. Anche lui allibì, farfugliando qualcosa. Beh, sì, ha ragione signore, anche, ma non sempre chi può permetterselo è in grado di coglierne il pregio, e il vino non è la sola cosa che invecchia in attesa di qualcuno che possa apprezzarla. Soltanto loro due si accorsero della sferzata che gli aveva inflitto silenziosamente. Non appena lei lo rivide, si chiese come aveva potuto dimenticarsene. Non pensava a lui da moltissimo tempo, non pensava l’avrebbe più rincontrato, e sicuramente non lì, non quel giorno, non così. La durata del loro sguardo suggeriva un’insolita intimità che il marito non sembrava aver intuito, intento ancora sul menù. Perché lì? Perché allora? Chi le stava tendendo quello scherzo così indelicato? Se non si fosse sforzata, avrebbe di certo pianto. Ruppe il contatto visivo precludendogli la possibilità di guardarla. Un lampo di rabbia le attraversò il viso. Poi decise di sostenerne lo sguardo. Che cosa ci consiglierebbe lei, sillabò appoggiando con sfida il mento sulle dita chiuse. Voleva sorprenderlo. Voleva ferirlo. Lui sbattè le palpebre colpite da uno scintillio. Non seppe subito che cosa l’avesse prodotto. Le guardò le mani inanellate e di colpo si fece serio. Lei piegò l’angolo destro delle labbra, inebriata della vittoria. Finché non gli vide spostare gli occhi più giù, sulle cicatrici sui polsi. Ritrasse subito la mano e rifiutò definitivamente di esporsi di nuovo alla sua vista. Si rabbuiò scostante. Non importa, faccia lei, è troppo tardi per scegliere.

Le vibrò la borsa. Lo schermo si illuminava a intermittenza. No, adesso proprio no. Il cellulare le ricadde dentro. Lei si accasciò sul bordo della strada, come una puttana o un rifiuto ingombrante. Si chiese come potesse fare ancora così caldo. Il sole le sputava i raggi dritti in faccia e si sentiva un costante cicaleccio. Le sembrava di essere lì da un’eternità. Era quasi tentata di sdraiarsi sull’asfalto e di fondersi con lo squallore circostante.

Finché un rumore debole ruppe l’asettico background sonoro richiamandola all’attenzione. Il 311 si stagliava all’orizzonte. Lei guardò confusamente prima quello e poi la fermata, e poi ancora quello, chiedendosi cosa dovesse fare. Potevi anche non passare, a questo punto. Balzò in piedi e si stupì di quello slancio improvviso. Camminava velocemente ma sapeva che non sarebbe bastato. Sospirò e corse attendendo a ogni passo il CRACK di una caviglia. Ci sono quasi. Salì trionfante sull’autobus e avrebbe voluto condividere la soddisfazione con le vecchie laide che borbottavano fra loro.

Il cameriere fece un cenno d’assenso e se ne andò, senza dire una parola. Lei ancora non osavasollevare lo sguardo, quando suo marito si alzò. Sentì la sua presenza dietro di lei. Lui si chinò e le parlò sottovoce. Vado in bagno, amore. Per poi baciarle le spalle scoperte e accarezzarle lievemente il braccio. Le sue dita osarono verso l’orlo del vestito, ma vennero scoraggiate dalla riluttanza appena percepibile che lei emanava. Lo sentì allontanarsi, mentre gli occhi le si gonfiavano di lacrime. Si prese il viso tra le mani.
Una brutta prosa , solo e soltanto una brutta prosa.

La borsa vibrò di nuovo, ma solo per poco stavolta. Non fare tardi, tre anni vanno festeggiati per bene 🙂 Ti amo. Lei accennò un sorriso. Digitò qualcosa, ma la cancellò subito. Un risolino isterico le si strozzò in gola. Le case fuori sfrecciavano indistintamente. Si rilassò e riprese fiato. Si ricordò appena in tempo di prenotare la fermata. Dopo la corsa, scendere le sembrava una cosa da nulla. Si risistemò e poi vide lui in lontananza. Camminava verso di lei scuotendo la testa divertito. Arrivati uno di fronte all’altra, la studiò attentamente e le sorrise. Non mi superi neanche così. Lei spalancò la bocca e si finse offesa. Hahahahah.

Pensò che forse si sentiva bene allora, forse l’unico e solo momento di chiarezza e verità in un’intera vita desolata, come una brutta prosa che abbia una sola frase giusta. Si immerse totalmente nel loro abbraccio, tanto che nemmeno si accorse che sul fianco la borsa vibrava senza interruzione da qualche minuto.

Federica Ruggiero

yawp
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