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Silvio Berlusconi (fonte: medium.com)

Quando il voto è vintage

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9 minuti di lettura

Quest’anno più della metà degli italiani ha guardato Sanremo. Diciamocelo: è stato un Festival all’insegna del vecchio, anzi, del vecchissimo. Si pensi ai Pooh, a Ron o all’imbalsamata Ornella Vanoni, residuo bellico delle cineteche Rai. Eppure, incredibilmente, è piaciuto.

Per molti italiani e forse soprattutto per le generazioni più giovani dev’essere stato come tornare a sentire i racconti dei propri nonni, riscoprire una Storia che è in qualche modo nostra, ma che ci è stata sempre tenuta nascosta dalle costanti ondate di novità squillanti d’oltreoceano, dalla rete, da Hollywood, dal mondo globale intorno a noi. Certo Claudio Baglioni non è Leonard Cohen, però in quella sua maglietta fina in fondo in fondo ci identifichiamo. Forse non è bellissima, ma la sentiamo nostra. Così terribilmente italiana.

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Paolo Gentiloni (fonte: corrieredellasera.it)

Il ritorno del Cavaliere

Questo in parte spiega la diffusissima passione per il vintage-indiepop-italiano, ma lo stesso meccanismo è all’opera anche nelle apparenti assurdità delle attuali elezioni politiche. In altre parole Silvio Berlusconi non è vecchio, è vintage. È il sapore nostalgico di un’era felice e colorata ormai andata: un’epoca di donne bellissime e poco vestite in televisione che non suscitavano per niente scandalo, un’epoca in cui le Torri Gemelle, lucente doppia promessa verticale di un mondo più ricco e felice per tutti, erano ancora in piedi e in cui il nostro Presidente del Consiglio, sempre sorridente, poteva permettersi la sprezzatura di fare le corna alla foto ufficiale del Vertice UE. Tanto, si pensava allora, che sarà mai? Stiamo tutti bene, ci divertiamo, il futuro certo sarà ancora più roseo.

 

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Marco Pannella (fonte: rollingstone.it)

Il nuovo antifascismo (e il nuovo fascismo)

GentiloniEmma Bonino, due tra i personaggi politici più apprezzati del momento, sono più giovani del Cavaliere (ah… che titolo dal sapore anni 90! Ma esistono ancora i cavalieri del lavoro intorno a noi? E i commendatori della Repubblica? Come non sentire la mancanza di questi titoli tanto altisonanti quanto vuoti la cui scomparsa suona un po’ come un declassamento generale? Filini nella sua mediocrità non era Filini e basta, era il ragionier Filini). Dunque, Gentiloni e Bonino, se pur più giovani del politico di Arcore, fanno anche loro in qualche modo parte di questa riscoperta del passato e rimandano anzi ad un’epoca ancora più antica: quella dei fasti, rispettivamente della Democrazia Cristiana e delle lotte per i diritti laici del Partito Radicale.

Quei politici seriosi, un po’ impostati, pacati nel loro periodare pallido e sempre misurato riuscivano a dare serenità. I radicali di Marco Pannella erano forse molto meno pacifici, si erano però occupati di aborto e libertà sessuale, di ambiente, di laicismo e di pace mondiale, ci avevano aiutato insomma ad uscire dal provincialismo così tipico del Bel Paese per farci entrare nella società dai costumi liberali che era la nuova società internazionale. In quegli anni l’Italia, orgogliosa, si riscopriva e si muoveva nel mondo. Che a quei tempi, tra l’altro, era chiarissimo da leggere: da una parte il benessere, dall’altra i comunisti. Fuori a guardare stavano i poveri dell’emisfero Sud, che però non erano solo poveri, ma completamente sconnessi dalla Storia globale. Pochi e sottosviluppati, per loro ancora non si palesava il problema delle immigrazioni.

E della nuova Lega e di Giorgia Meloni che dire? Qui si torna ancora più indietro, prima ancora delle giornate di piazzale Loreto. L’Italia allora era un impero glorioso e le belle abissine, languide e sorridenti nella loro morbida pelle scura, attendevano liete l’avvicinarsi dell’ora del dominio italiano. Che era una dittatura sì, ma morbida. Saremo anche stati fascisti, ma eravamo fascisti buoni. Mica come i tedeschi noi.

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(fonte: pressenza.it)

È chiaro che tutti questi sono sogni, scenari immaginati e storicamente del tutto falsi. Anzi, è proprio in ciascuna di queste epoche, all’apparenza floride, che sono stati piantati i semi dei problemi che ci affliggono ora: un enorme debito pubblico, un tessuto industriale debole, un mare di privilegi duri da revocare, un peso internazionale pressoché ininfluente. Persino i CinqueStelle non sfuggono a questo gioco. Come non vedere nel grido “Onestà! Onestà!” la voglia di un ritorno ad una politica fatta da supposti uomini integerrimi così come appariva prima di Mani Pulite? E le 400 leggi da togliere? Il laissez faire sui condoni? Non è forse una declinazione del “si stava meglio una volta quando tutto era più semplice”?

Il no-future

È vero, è terribilmente vero. Per i giovani di una volta c’erano apparentemente molte meno fatiche, molte meno ansie. Non c’era la paura di non trovare il lavoro per cui si ha studiato, la difficoltà nel relazionarsi con concittadini di altri Paesi, l’imbarazzo di fronte all’africano che chiede la carità per strada, l’incertezza sul futuro accompagnata dalla quasi-certezza di non poter dare ai propri figli lo stesso standard di vita che si è ricevuto dai propri genitori, che pure magari erano uno operaio e l’altra maestra, ma almeno due settimane al mare d’estate le si faceva sempre e per il resto – casa macchina università per i figli – non mancava mai nulla.

Ma quello che sfugge al panorama politico contemporaneo è, ripeto, la coscienza che molti nostri problemi di oggi hanno le radici in quell’eccezionale benessere di ieri. Farlo ritornare artificialmente (vedi: università gratuite per tutti) non risolverà nulla. Serve sperimentare, rilanciare, pensare laterale, guardare al domani.

Ma quale domani? Sappiamo tutti che il futuro che aspetta la maggior parte di noi non sarà per nulla roseo. Perché dunque avvallarlo votando per chi non potrà far altro che rendere effettivo questo peggioramento? Per questo la nostra generazione, quella degli under-30, è così restìa alle urne. Gli attuali candidati non solo hanno le idee poco chiare, ma per di più sembrano inevitabilmente impotenti. È anche per questo che Matteo Renzi non riesce ad avere appeal: non è “il nuovo che avanza” ma il recente che non funziona.

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(fonte: dirittodicritica.com)

Le generazioni precedenti hanno mangiato e bevuto in abbondanza, a noi non resta via di fuga di fronte al piattino con il conto. Le teste bianche di questo paese non se ne rendono conto: il nonno che da 35 anni ha smesso di lavorare non capisce il nipote quando gli dice che lui invece forse non godrà mai della previdenza sociale. Che poi, diciamocelo, dopo che avremo lavorato per 45 anni da precari 12 ore al giorno almeno un po’ di riconoscimento da questo Paese avremo pure il diritto di riceverlo noi, no? Insomma, se vogliamo guardare al futuro, ahimè, alle elezioni 2018 non ci resta che un’unica scelta: votare il Partito dei Pensionati.

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