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Il film “Miele” di Valeria Golino: la possibilità di rendere dolce un addio

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Miele è il titolo dolce(amaro) del lungometraggio con cui Valeria Golino debutta alla regia. Il film concorre al Festival di Cannes nella categoria “Un certain regard”, dove è stato accolto con critiche entusiastiche.
L’anomala protagonista della pellicola, sapientemente interpretata da Jasmine Trinca, conduce una doppia vita. La maggior parte dei giorni è Irene, una donna orfana di madre che vive in una casa sul mare e inganna il padre fingendosi studentessa di medicina. Poi ci sono dei giorni in cui Irene si trasforma in Miele, una donna orfana di entusiasmo che vive in volo tra il Messico e l’Italia e che di mestiere impersona la morte. Chiamata da chi è prossimo a morire a causa di gravi malattie, Miele somministra Lamputal, un farmaco per usi veterinari, e pratica il suicidio assistito.
Liberamente tratto dal romanzo A nome tuo di Mauro Covavich, l’esordio della Golino è coraggioso e sorprendente: l’attrice napoletana affronta il tema spinoso dell’eutanasia con una dolcezza inaspettata. È di morte che si parla, di persone che “vogliono vivere, solo che quella non è più vita, non ce la fanno più” , eppure lo spettatore non viene mai forzato ad assistere al trapasso di uno dei clienti di Miele, la responsabilità se la addossa interamente lei.
Il suo compito è essere dolce, ma anche silenziosa ed invisibile: camicie a toni neutrali abbottonate sino all’ultima asola, jeans informi e capelli corti come quelli di un ragazzo, Irene/Miele si erge delicatamente ad angelo androgino e nero tra Dio e lo Stato, rendendo l’uomo impavido padrone del suo ultimo respiro.
Miele si occupa della somministrazione del farmaco letale, ma non solo: asseconda gli ultimi bizzarri desideri di chi voglia di vedersi attore di un film sgradito non ne ha più, e si premura che il cliente abbandoni il corpo malato sulle note della sua canzone preferita. Proprio la musica sembra essere il ponte che collega l’aldilà con l’aldiquà, perché quando torna a vestire i panni di Irene è ad essa che chiede di ricordarle di essere viva, succhiando avidamente la sua potenza dionisiaca dalle cuffiette bianche di un iPod vintage. Il sesso, l’attività fisica estrema che affatica il cuore fino a sembrare che le esploda nel petto: sono questi i metodi che Irene escogita per strapparsi il lezzo della morte di dosso e riappropriarsi della vita, entro le cui trame si muove goffamente.
All’improvviso, l’incontro con l’ironico ingegner Grimaldi, che ha una salute di ferro ma vuole morire ugualmente, la costringe a rivedere la sua posizione etica dinnanzi a chi fa appello al diritto alla morte quando tutto intorno a lui è vita e cattiva televisione. I due iniziano un percorso-scontro fatto di ponti da attraversare e treni da prendere che alla fine libera Miele e le concede di appropriarsi di una dolcezza sconosciuta ad Irene.
Tra aerei e treni che arrivano per poi ripartire instancabili, il film della Golino, elegante ed austero affresco di un problema che chiama a gran voce di essere trattato, ricorda che, in un’esistenza transitoria come quella umana, sarebbe legittimo poterne essere padroni in ogni gesto, persino il più difficile, lasciando che sia fermo come il marmo ma dolce come il miele.                              . 
Alessandra Di Nunno

Redazione

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