«Il ritorno di San Giorgio», intervista all’autore Diego Marani

Diego Marani (Ferrara, 1959) lavora presso il Servizio europeo di azione esterna alla UE, dove si occupa di diplomazia culturale. È inventore dell’europanto, una lingua sperimentale nata mescolando i diversi idiomi europei, su di cui ha tenuto dibattiti pubblici e rubriche su diversi giornali. Nel 2000 è uscito per Bompiani il suo primo romanzo, Nuova grammatica finlandese, che gli è valso il Premio Grinzane Cavour, a cui sono seguiti L’ultimo dei vostiachi (2002, Premio Selezione Campiello), Il compagno di scuola (2005), Enciclopedia tresigallese (2006), La bicicletta incantata (2007), Il cane di Dio (2012), Lavorare manca (2014) e Vita di Nullo (2017). Il ritorno di San Giorgio (La nave di Teseo, acquista) è il suo ultimo romanzo. Un libro che, già dal titolo, pone al suo centro un evento soprannaturale: il ritorno a Ferrara del suo santo patrono.

Un testo in cui il prodigio impatta con la realtà di tutti i giorni, mettendo i personaggi dinanzi alle sfide dell’imprevisto, di una verità improvvisa e spiazzante, che spinge a riporre fiducia nell’assurdo. Con lo sguardo acuto di chi irride la follia del presente, il libro di Marani ci porta a riflettere sull’Italia di oggi, sui vizi e i pregiudizi che la abitano, strappandoci infine un riso amaro e costringendoci ad affidare le nostre paure e la nostra salvezza nelle mani di un forestiero a cavallo.

Abbiamo incontrato Diego Marani per rivolgergli qualche domanda sul suo ultimo libro, sulla sua carriera in generale e le risposte hanno rivelato una grande consapevolezza della situazione attuale dell’Italia e la capacità di raccontarla con intelligenza. Un racconto mai scontato né volto al rammarico o al patetismo.

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Nel suo libro l’intervento del divino piomba nella vita dei personaggi come un fulmine a ciel sereno, sconvolgendo quella che sembra essere la placida quotidianità ferrarese e creando scompiglio prima di tutto tra gli esponenti delle istituzioni cittadine. Se da un lato il sindaco e persino il vescovo arrivano a scambiare San Giorgio per un malfattore o un pazzo, dall’altro l’accoglienza della cittadinanza, seppur calorosa, sembra assomigliare più alla fiducia che si ripone in un leader politico che a quella che spetterebbe a un santo tornato a salvare la propria città. I ferraresi non credono più ai miracoli?

Il tempo moderno non crede più ai miracoli, o per meglio dire, alla favola e alla poesia. Tutto deve avere una spiegazione, e non necessariamente scientifica. Si crede più facilmente ai complotti che ai prodigi e se qualcosa di positivo accade lo si considera con sospetto, come un regalo avvelenato, una fortuna che si pagherà cara. Nel mio romanzo i ferraresi sono gli italiani, divenuti sospettosi e infidi, pieni di acrimonia e di delusione. Come può gente simile credere ai miracoli?

Il ritorno di San Giorgio è motivato da una causa ben precisa: estirpare il male che, sotto forma di drago, è tornato ad annidarsi in città. Alla domanda del vescovo «e mi dica, San Giorgio… come si sarebbe insediato il drago qui da noi? Insomma, perché proprio qui a Ferrara?» il santo risponde: «Ah! perché ha trovato terreno propizio! C’è malanimo in questa città, c’è qualcosa di insoluto qui che imputridisce». Quali sono gli insoluti di Ferrara? Che cosa la fa imputridire?

Come ho detto, Ferrara in questo romanzo è lo specchio dell’Italia. L’Italia odierna è un paese che non vede futuro, chiuso in se stesso, in declino, sfiduciato e impaurito. La crisi finanziaria ha la sua parte in tutto questo, ma l’Italia era già azzoppata anche prima del 2008. Un paese vecchio, che non sa ammodernarsi, che non trova la via del proprio futuro, che ha perso il suo ottimismo e la sua gioia di vivere. E tra gli altri difetti: l’incoerenza, l’incapacità di credere in qualcosa e di perseguirlo con serietà e impegno, la facilità con cui gli italiani credono a ogni ciarlatano, affidandosi al capopopolo che grida più forte e che promette loro mari e monti per poi abbandonarlo quando ne arriva un altro. Un altro male tutto nostro è quello di aspettare che la salvezza giunga da qualcun altro e mai rimboccarsi le maniche per procuracelo noi il nostro bene. In questi mali imputridisce Ferrara e con lei l’Italia intera.

«Eminenza! Il voto cattolico, suvvia! Cosa mi viene a dire… Non ci sono più cattolici a Ferrara! Contraccezione, aborto, amori extra-coniugali, amori omosessuali, indifferenza per le feste comandate, chiese vuote… e soprattutto la carità, signor vescovo, dove è finita la carità cattolica! Mi trovi un solo ferrarese che oggi vive secondo il catechismo di santa madre Chiesa!» […] «Signor sindaco, lei ha ragione, i cattolici ferraresi forse non sono più cattolici e neppure lo sanno, forse sono davvero estinti. Ma ne resta il voto. E poi, mi conceda una punta di polemica, vogliamo parlare dei suoi comunisti? Dove sono finiti i comunisti ferraresi?» «Di quelli non resta neanche il voto…». Per Diego Marani la scrittura è denuncia? Quanto è importante l’aspetto politico in ciò che si scrive?

Questo libro è pieno di politica. Ma l’ho messa sotto traccia, in qualche battuta, diluita nei dialoghi, non vista sullo sfondo della storia. In questo brano prendo in giro il presunto cattolicesimo di molti ferraresi e italiani in genere. Dirsi cattolici è un’affermazione importante, gravida di significato. Ma quanti che cattolici si proclamano hanno mai letto il catechismo della Chiesa cattolica? Sanno a che cosa dicono di credere? Vivono secondo i suoi dettami? Questa è soltanto una delle tante ipocrisie di cui è afflitta la società italiana.

Lei è inventore dell’europanto, una lingua creata a tavolino unendo i diversi idiomi europei. Ce ne parli meglio.

L’europanto è un gioco, uno scherzo linguistico che io uso per mostrare che le lingue si possono imparare senza fatica, che le grammatiche non sono codici immutabili che sanciscono l’ordine di una lingua, ma fotografie di una lingua nel disordine del suo continuo trasformarsi. Tutte le nostre lingue si mescolano, si sono sempre mescolate. L’europanto serve a mettere in evidenza questo processo e in questo modo a far capire che per parlare una lingua la grammatica non è tutto, che se si chiama lingua è perché da lì parte, dalla lingua, dal parlare, dal tentativo e dall’errore. Le lingue non appartengono alle accademie o ai governi ma alla gente che le parla. Sono tutte nostre, da imparare e da conquistare.

In qualità di traduttore e promotore culturale per la Commissione Europea, ci parli del modo in cui viene percepita l’Italia e la sua cultura a Bruxelles.

Non faccio più il traduttore da molti anni. Ora mi occupo di politica estera e sono coordinatore della politica culturale dell’Unione europea. La nostra è una grande cultura ed è apprezzata e studiata ovunque in Europa. La tradizione culturale italiana è alle basi di tutta la cultura europea e ha contaminato l’Europa intera se non gran parte dell’Occidente. Quello che in molti paesi non si capisce è l’Italia attuale, le scelte populiste e estremiste della maggioranza dei suoi cittadini, i suoi eterni problemi economici, la sua incapacità di ammodernarsi e di svolgere il ruolo politico che un paese così importante meriterebbe. Eppure l’italiano, l’individuo italiano, è apprezzato nel mondo intero per la sua intraprendenza e capacità. Ovunque emerge, ovunque ha successo. Forse è per questo che tanti italiani emigrano. Perché altrove trovano opportunità mentre nel loro paese non hanno futuro.

Intervista a cura di Simone Delle Grazie


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Redazione
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