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Il TTIP, ovvero come sacrificare la democrazia
sull’altare del libero mercato

7 minuti di lettura

Cercare di illustrare, in un articolo, qualcosa di cui molto pochi sanno, e spesso in modo molto incompleto, è operazione ardua. In un brillante intervento precedente alle elezioni europee, padre Alex Zanotelli ammoniva gli elettori dal guardarsi bene dal trascurare la questione del cosiddetto TTIP, fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, noto come Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti.

Dall’intervento di Zanotelli le questioni che emergono sono essenzialmente due. La prima concerne la definizione di cosa sia, di fatto, questo trattato transatlantico, mentre la seconda è più di natura “genealogica” e cerca di comprendere quali siano le motivazioni misteriose che possano giustificare tanto mistero intorno a quella che viene descritta come una svolta epocale.

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Andando per ordine, cerchiamo, in primo luogo, di capire di cosa si tratta. Stando a quanto reso pubblico dalla Commissione Europea il 9 Ottobre 2014 (ben un anno dopo all’inizio delle trattative!), il trattato ha un obiettivo ambizioso: non tanto e non solo l’abbattimento dei dazi, ma una armonizzazione normativa tra due continenti che hanno regole molto diverse, in ambito di mercato. L’obiettivo è infatti quello di abbattere, non solo i già bassi dazi, quanto piuttosto le barriere non tariffarie. Cosa vuol dire? In Unione Europea vige il cosiddetto “principio di precauzione”: solo una volta accertata la sicurezza scientifica di un prodotto o di una pratica può avvenire la sua introduzione sul mercato. Tra i “rischi” si includono quelli relativi alla sicurezza dei lavoratori implicati nel processo produttivo. In America non è così, il criterio è opposto: un prodotto può stare sul mercato fino a che non c’è la prova del rischio. Omogeneizzare le regole significa, in pratica, un potenziale indebolimento delle garanzie di cui gli europei godono finora: vale per i farmaci, ma anche per gli alimenti, per gli Ogm (in America non è obbligatorio segnalarli nell’etichetta). E vale per i diritti dei lavoratori: il rischio per l’Europa è il gioco al ribasso, la globalizzazione del profitto a scapito di quella del diritto.

Aprire il mercato europeo – che gode di norme e restrizioni, figlie non già di paternalistiche misure proibizioniste bensì risultato di esperienze di anni di battaglie per le rivendicazioni dei diritti dei cittadini – al neoliberismo di stampo statunitense, significa andare a minacciare direttamente proprio quei principi che abbiamo scelto di porre alla base delle nostre socialdemocrazie. In termini pratici, e soprattutto giuridici, il fatto che si apra il mercato a qualsiasi prodotto, ignorando l’importanza, come direbbe Sassen, dei processi di produzione, conduce inevitabilmente ad un potenziamento delle società private, che potranno portare i governi in tribunale se i loro interessi, tutelati dall’accordo di libero scambio, venissero intaccati.

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Stando ai suoi sostenitori, il trattato offrirà all’Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di Pil, che equivale a 545 euro in più all’anno per ogni famiglia; inoltre ci sarà un incremento del 28 per cento delle vendite di prodotti europei negli Stati uniti e dell’1 per cento del Pil. Trascendendo dalla veridicità di questi dati, quello che va qui messo in discussione è il principio. Siamo davvero disposti ad accettare che qualsiasi prodotto venga messo sul mercato? Siamo, soprattutto, davvero disposti ad accettare i processi di sfruttamento o quant’altro che potrebbero eventualmente stare dietro ai prodotti medesimi? Siamo disposti ad accettare che in nome del libero mercato si possa passare sopra alle decisioni dei cittadini, prese democraticamente a livello locale? Stefano Rodotà, commentando la portata del TTIP, ha dichiarato: “È un progetto politico volto ad asservire ancor più i lavoratori ai piani delle corporations, privatizzare il sistema sanitario e sopraffare qualsiasi autorità nazionale che volesse ostacolare il loro modo di agire“. Si tratta quindi di un accordo che va verso una direzione fin troppo limpida e trasparente, ossia un modello di stampo neoliberista che abbatte qualsiasi forma di socialdemocrazia, cancellando con un tratto di penna ogni diritto dei cittadini.

ttip Veniamo ora alla seconda domanda: perché tenere nascosto questo tema e trattarne solo di sfuggita in modo frettoloso e fosco? Perché a discuterne ci sono stati, a porte chiuse e per un anno, solo Commissione Europea e Amministrazione Statunitense? Forse la ragione la troviamo nel 92% di lobbyisti di aziende private che gravitano intorno a Bruxelles e che sono pronti ad influenzare le nostre istituzioni, già succubi dell’egemonia americana. Come ha ben sottolineato Marco Bersani, il TTIP “è la consegna delle sorti del pianeta ad un disegno di politica economica mondiale che vede, forse non per la prima volta ma certo mai con questa intensità, il totale protagonismo politico delle grandi multinazionali, non più “relegate” ad un ruolo di influenza e pressione esterna sulle istituzioni politiche, bensì sedute a pieno titolo e in posizione privilegiata nei tavoli di negoziazione”. Questo fatto rende il TTIP il luogo dentro il quale si profila, per la prima volta nella storia, la costruzione a tavolino di un’area planetaria di libero scambio messa in campo da un’élite transnazionale che, superando i confini tradizionali fra Stato e privati, tra governi e imprese, si sottrae ad ogni possibile controllo democratico. Ecco, come ricordava bene padre Zanotelli, quello che ne va, in questo caso è della democrazia, ed è forse per questo che si doveva stare nella penombra e nel mistero.

Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.

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