Il voto: democrazia e consapevolezza

In una data importante come quella delle elezioni politiche – tra l’altro storica, perché si parla delle prime elezioni politiche che si tengono in inverno – è opportuno parlare di democrazia.
Oriana Fallaci, la regina delle dissidenti che pur tanto additata e condannata molte cose le aveva azzeccate davvero (soprattutto sull’Italia e sugli italiani), diceva che la democrazia non si può regalare come una scatoletta di cioccolata, ma bisogna conquistarsela, e per conquistarsela bisogna volerla, e per volerla bisogna capire cos’è. Diceva anche che non ci sono alternative alla democrazia, perché se si rinuncia a quella ci si ritrova o in prigione o sotto terra, ma che è un sistema che fa acqua da tutte le parti. “Sappiamo che è un sistema disperatamente imperfetto e sotto alcuni aspetti bugiardo”. Vero.
Affermazione forte aveva fatto sostenendo che la democrazia fosse in qualche modo un sistema che aiuta gli ignoranti ed i presuntuosi con il voto che si conta ma non si pesa, e cioè con il suo affidarsi alla quantità e non alla qualità – che è una caratteristica essenziale della democrazia, dato che si parlava di isopsefia (isos, uguale; psephos, sassolino, quindi voto) già nella Grecia del V secolo che alla democrazia aveva dato i natali – , rende possibile che qualsiasi marrano o qualsiasi incapace possa presentarsi candidato e venire eletto, magari con una valanga di voti.
Il fatto è che la democrazia è stata diversamente interpretata cronologicamente e geograficamente, ed è la concezione dello stesso termine e il peso che se ne riconosce a farne la buona riuscita o meno.
Spesso è stato argomento di filosofia politica la discussione circa la maturità dei popoli: la metafora più pertinente che mi viene in mente è  intendere il popolo con la democrazia come una donna incinta con il proprio bambino. Siamo sicuri che il popolo, gravido di democrazia, sia maturo abbastanza per poterla avere? Siamo sicuri che sia una donna matura che può garantire al figlio una vita dignitosa piuttosto che una ragazza madre che deve ancora trovare se stessa e cosa vuole fare della propria vita? Siamo sicuri che determinati popoli non stiano alla democrazia come determinate ragazze madri stiano al figlio che, una volta messo al mondo, trascureranno, bistratteranno, non sapranno come gestire e crescere perché non hanno avuto abbastanza tempo e voglia di riflettere su come gestirlo e crescerlo?
Viene da chiedersi come mai alcuni popoli vivano serenamente o quantomeno dignitosamente nella democrazia e come mai altri pur accogliendola non siano in grado di gestirla, non avendone concetto; come mai la democrazia è figlia legittima di alcuni popoli e illegittima di altri.
Questione che resta per me aperta perché in nessun modo mi considero competente a darne una risposta è: l’Italia è matura per la democrazia? Siamo sicuri che la maggioranza degli italiani non veda l’ora di porgere i polsi ai vincoli come D’Annunzio aveva drasticamente affermato nelle Vergini delle Rocce?
Siamo sicuri che la libertà sia per l’italiano medio un diritto inviolabile e sacro piuttosto che una responsabilità fin troppo faticosa per farsene carico? Troppo faticosa per quello che Flaubert chiamava ‘il dolce farniente italiano’?
La democrazia costa impegno, lavoro.
La vera democrazia va meritata e soprattutto ne vanno conosciute le differenti forme.
Filippo Burzio nel suo libro “Essenza e attualità del Liberalismo” definisce il rapporto tra l’aspirazione democratica e la realtà delle èlites: le èlites prima si autocostituiscono, e poi si propongono (nei regimi liberali-democratici) oppure si impongono (nei regimi totalitari) alle masse.
La democrazia può essere indiretta o diretta.
Una democrazia è indiretta quando coloro che vengono posti a capo del governo ‘propongono’, nel senso che – per l’articolo 67 della costituzione, ogni membro del parlamento può esercitare le sue funzioni senza vincolo di mandato – i membri del parlamento rappresentano i cittadini, senza tradurre simultaneamente la loro volontà.
Però chissà perché è più bello sentire il termine ‘democrazia diretta’, chissà, forse l’attributo ‘diretta’ fa sentire i cittadini più coinvolti nelle decisioni governative.
Ed in teoria sarebbe proprio così, ma la pratica ha dimostrato storicamente che le conseguenze della democrazia diretta sono l’imposizione di regimi totalitari alle masse.
Per la democrazia diretta il governo non è rappresentante del popolo, ma ne è commissario. Traduce immediatamente le volontà dei cittadini, per questo è dapprima adorato fanaticamente dalle masse, ma poi la situazione degenera nell’intoccabilità del governo – che può essere intoccabilità del partito o del singolo.
Mettiamo il caso che il governo inizi a prendere decisioni che divergano da quella che sarebbe la volontà delle masse, oppure che le masse aderiscano fanaticamente della decisione di un governo solamente perché non ne conoscono le conseguenze che si ripercuoteranno su di esse: se qualcuno, che ricorda tanto l’uomo del mito della caverna platonico, si renderà conto che in un dato caso non si sta realizzando il bene dei cittadini, ed interviene, rimbalza contro la campana di vetro di cui il governo si fa scudo.
Il governo traduce immediatamente il Bene dei cittadini.
Chi si oppone al governo si oppone al Bene dei cittadini.
Chi si oppone al Bene dei cittadini deve essere combattuto come un cancro.
Il cancro va debellato, il dissidente va fatto fuori.
Questo è totalitarismo.
Il totalitarismo non si impone con la forza, ma è escrescenza patologica della stessa democrazia: parte dal presupposto che il popolo si possa autogovernare, passa alla constatazione che il popolo non sia abbastanza maturo e stringe la cerchia dei maturi fino a chiuderla ad un partito o ad un leader, i quali non si porranno come dittatori alle masse, ma come educatori, come preparatori al futuro autogoverno.
Basti pensare alla dittatura di Robespierre o ancora meglio ai totalitarismi del XX secolo.
Per questo è necessario essere attenti. E chi voleva capire ha capito.
Gli italiani avranno avuto la consapevolezza di questa distinzione recandosi alle urne?
E soprattutto, avranno avuto la consapevolezza che la democrazia si tratti di un regime in cui viene reso impossibile a ognuno l’agire su altri se non in termini di persuasione, ovvero il regime in cui ogni soggetto viene considerato come soggetto di persuasione, cioè come persona?
Solo questa definizione di democrazia – di cui tra l’altro si fa portatore Burzio – può portare a scampare il pericolo del dispotismo democratico.
Si deve approcciare la democrazia con consapevolezza e dignità che portino a ritenerla democrazia non come il governo della maggioranza (perché allora anche in presenza di regimi totalitari si avrebbe una democrazia) ma come rispetto del singolo. E la persona di cui si parla non è la persona astratta, ma l’individuo. Ogni individuo può considerarsi come fine e nessuno come unico fine dell’intera vita sociale. Di qui si aprirebbe la differenza ulteriore tra democrazia politica e democrazia sociale, che era ciò che faceva tanto arrabbiare la Fallaci e a cui invece Bobbio avrebbe auspicato.

NECESSARIO e AUSPICABILE è tuttavia che gli italiani, recandosi alle urne, siano coscienti dell’impegno e della responsabilità che implica la libertà, che con sacrifici di vite si è conquistata, e scegliere con serietà e consapevolezza.

 

Silvia Lazzaris

 

Redazione
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