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In ‘La scelta’ Michele Placido riscopre un modernissimo Pirandello

12 minuti di lettura
Con La scelta Michele Placido fa rivivere una delle opere meno conosciute e meno apprezzate di Pirandello: L’Innesto. Rappresentato per la prima volta il 29 Gennaio 1919 al teatro Manzoni di Milano, il dramma poneva in luce due temi estremamente scottanti, quasi “proibiti” all’epoca: lo stupro e l’aborto. La modernità di questa breve opera è sorprendente, tanto che, in effetti, Placido ha potuto mantenere, senza troppo sforzo, il nucleo centrale della vicenda, modificandone gli elementi esterni per renderla più adatta ai nostri tempi.

 

L’inizio de L’Innesto vede la signora Francesca Betti, madre della protagonista Laura, inquieta per la vana attesa della figlia, ormai assente da molte ore; con lei ci sono Giulietta, la figlia minore, e la signora Nelli, un’amica di famiglia. Mentre ne attendono il ritorno, le tre discutono di Laura: sposata da sette anni con Giorgio Banti, ella vorrebbe vedere il proprio matrimonio – un matrimonio felice e pieno d’amore – coronato dalla nascita di un figlio. La discussione viene interrotta da una cameriera, che entra con grande agitazione annunciando l’arrivo di Laura, ferita, con abiti e capelli in disordine e scortata da due guardie. Giungono, in una successione di scene convulse, il dottore, il marito di Laura – Giorgio – e il marito della signora Nelli. Nessuno osa pronunciare l’odiosa parola, ma tutti sanno che cosa è successo: Laura ha subito una violenza. La reazione di Giorgio è spietata e umana insieme: egli si sente offeso nel suo orgoglio di marito e di uomo, non ha più intenzione di rimanere accanto alla moglie. Si appresta dunque, nonostante la grande sofferenza che questo gli provoca, a lasciarla per salvare l’onore. A nulla valgono le parole della suocera e dell’amico; solo l’apparizione di Laura, che gli si avvicina senza proferire parola, con sguardo supplichevole, riuscirà a convincerlo a rinnovare il suo amore.

Il secondo atto si apre su uno scenario diverso. È passato un mese dall’accaduto e i due coniugi si sono trasferiti nella villa di campagna, decisi a lasciarsi tutto alle spalle e a ritrovare l’armonia. Laura ha una conversazione prima con Filippo, un contadino che lavora nei pressi della villa, e poi con Zena, con la quale Giorgio aveva avuto una relazione in gioventù. Queste due scene portano alla rivelazione finale: Laura è finalmente incinta. Ma Giorgio, che già ha accettato la violenza subita dalla moglie, non può sopportare di crescere un figlio che potrebbe non essere suo e propone, a mezza voce, un soluzione terribile: l’aborto. Laura, dal canto suo, è irremovibile nella sua volontà di tenere il bambino, che nella sua mente e nel suo cuore è realizzazione dell’amore suo e del marito. Alla fine, la forza dell’amore di Laura avrà ancora una volta la meglio e Giorgio si convincerà a crescere quel figlio insieme a lei. Il titolo dell’opera è dato proprio da una parte del dialogo tra Laura e il contadino Filippo:

FILIPPO: […] Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco, vedi?

(Comincia a sfrondarla per fare l’innesto; parla e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà per compire l’azione).

Pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato: ora taglio, ecco; taglio e ora incido e senza che tu ne sappia niente ti faccio dare il frutto. – Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua. – È agosto? A primavera ventura tu avrai il frutto – E sai come si chiama quest’innesto?

LAURA (sorride triste): Non so.

FILIPPO: A occhio chiuso. Questo è innesto a occhio chiuso, che si fa d’agosto. Perché poi c’è quello a occhio aperto, che si fa di maggio, quando la gemma può subito sbocciare.

LAURA (con infinita tristezza): Ma la pianta?

FILIPPO: Ah, la pianta, per sé bisogna che sia in succhio, signora! Questo, sempre. Ché se non è in succhio, l’innesto non lega!

LAURA: In succhio? Non capisco.

FILIPPO: Eh, sì, in succhio. Vuol dire… come sarebbe? … in amore, ecco! Che voglia… che voglia il frutto che per sé non può dare!

Questo è anche il nucleo de La scelta. La storia è ambientata a Bisceglie, in Puglia: Laura (Ambra Angiolini) è un’insegnante di canto al conservatorio, Giorgio (Raoul Bova) possiede un’osteria-enoteca. Placido riesce a rendere magistralmente l’importanza degli sguardi e dei gesti, più che delle parole, che rendono infinitamente delicato ogni passaggio, ogni conquista dei due protagonisti. Non compaiono mai, come del resto nel dramma pirandelliano, le parole “stupro” e “aborto” né ci sono scene che esplicitamente si riferiscono ai due episodi. Perfino nel momento in cui vediamo la protagonista in una sala operatoria non è chiaro, fino alla fine, se stia procedendo all’aborto voluto dal marito – che poi non si realizzerà – oppure semplicemente a un test del DNA. Anzi, dopo la violenza subita da Laura i dialoghi sono essenzialmente ridotti al minimo e molto è lasciato all’interpretazione personale. Viene mantenuta la “fuga” dei coniugi in una villa di campagna e vi è pure un riferimento all’”innesto”.

Eppure c’è qualcosa di profondamente diverso nel film di Placido rispetto all’opera di Pirandello e lo si coglie osservando a fondo i due protagonisti: Giorgio è un personaggio fondamentalmente debole, impulsivo ed egoista nelle sue reazioni, ma suscita inevitabilmente pietà e comprensione nel lettore/spettatore, lacerato com’è dal suo orgoglio ferito e dal desiderio di rimanere accanto alla moglie, sempre e comunque. Ma il Giorgio pirandelliano, da un iniziale e apparentemente monolitico rifiuto prima della moglie, poi del bambino che lei aspetta, giunge gradualmente, per amore di lei, all’accettazione. Il Giorgio de La scelta, invece, è un personaggio estremamente tormentato che vive sentimenti contrastanti: la pena per Laura, la naturale e forse comprensibile repulsione a toccarla, almeno all’inizio, la rabbia, la frustrazione nel non riuscire a comunicare con lei. La storia giunge quasi a un punto di rottura quando Giorgio fa pressioni alla moglie perché si sottoponga a visite di controllo per appurare chi sia veramente il padre del bambino; arriva ad accusarla di aver pianificato i loro rapporti, in modo che sorgesse un naturale dubbio sulla paternità, dato dalla coincidenza dei tempi.

Laura è, se vogliamo, ancora più diversa. Nel dramma pirandelliano, è un personaggio di ammirevole fermezza: non si lascia distruggere da ciò che le è capitato, ma trova la forza di interiorizzarlo e farne una parte di se stessa. La convinzione che il bambino sia suo e di Giorgio non è un’ingenua illusione a cui decide consapevolmente di abbandonarsi, ma è davvero la consapevolezza che non importa da chi o da cosa quel seme è arrivato, se esso può germogliare grazie al loro amore. È pronta perfino a lasciare il marito e a crescere il bambino da sola nella casa di sua madre – l’impressione che può aver fatto questa affermazione sul pubblico degli anni ’20 del ‘900 si può solo immaginare. La Laura di Placido è, a mio parere, un personaggio un po’ meno riuscito. Anche lei si dibatte in alterni sentimenti di orrore per ciò che le è successo e di repulsione verso il marito. Anche lei trova la forza di superare la terribile violenza, eppure non è chiaro come vi sia riuscita, perché si rifiuta di parlarne con chiunque, anche con la madre e la sorella. Il suo rifiuto giunge al punto da non voler denunciare la violenza – cosa che comunque ha sollevato non poche critiche. Nello spettatore e, forse, più nella spettatrice di oggi sorge spontanea una domanda: lo ha forse rimosso tanto da dimenticarlo? No, non l’ha dimenticato. Perché, nonostante la ferrea volontà di tenere il suo bambino, alla fine Laura è pronta a ripercorrere quella notte e a riconoscere in commissariato il suo aggressore. E infine, come ho accennato sopra, arriva sul punto di abortire, salvo poi fermare i medici mormorando affannosamente “È mio, è mio…” in una scena finale di grande drammaticità.

In conclusione, si può affermare che Michele Placido abbia voluto tenere fede quanto più possibile all’originale pirandelliano, ma il finale si discosta non poco: la coppia si ricompone non perché uno solo accetta le ragioni dell’altro, ma perché entrambi sanno comprendersi a vicenda, sanno mettersi in discussione e anche lasciare da parte il proprio egoismo per amore dell’altro. Ed è forse questo l’unico modo in cui Pirandello poteva essere reso più moderno di quanto già non fosse ormai quasi un secolo fa.

Silvia Ferrari

Silvia Ferrari

Classe 1990, nata a Milano, laureata in Filologia, Letterature e qualcos'altro dell'Antichità (abbreviamo in "Lettere antiche"). In netto contrasto con la mia assoluta venerazione per i classici, mi piace smanettare con i PC. Spesso vincono loro, ma ci divertiamo parecchio.

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