Iniziare l’anno (già iniziato) con filosofia: consigli di lettura per il 2019

Va bene, va bene, due settimane sono tante, ma non troppe: certo l’anno nuovo è cominciato da quindici giorni, ma, così noi crediamo, siamo ancora tutti in tempo per riaggiustare la mira e riportare in carreggiata i buoni propositi allestiti per il 2019. Sempre che, i propositi, non si siano già sciolti. Si sa, poi, che la filosofia arriva sempre in ritardo, e parla quando nessuno la vuole più ascoltare; noi, un po’ per pigrizia, un po’ perché di filosofia ci occupiamo, riconfermiamo con fermezza questo giudizio, e presentiamo ora, due settimane dopo le immancabili liste dei “Migliori”, qualche consiglio di lettura per l’anno che viene. Perché, tra le altre cose, la filosofia fa anche questo: aiuta, aiuta a vivere, a schiarirsi – talvolta, il che è salutare, a complicarsi – le idee, ad abbandonare dubbi inutili e pretese senza oggetto. Se poi a voi i libri non piacciono, potete sempre riutilizzare questa brevissima lista per regali futuri, o, al limite, comprare i volumi e posizionarli, con abile e scaltro disinteresse, sul tavolo in soggiorno: fa sempre bella figura. Eccoci dunque con qualche lettura per cominciare l’anno già cominciato con filosofia.

Sì, ma cos’è la filosofia?: Che cos’è la filosofia? di Gilles Deleuze e Félix Guattari

Uno può anche dire che cominciare l’anno con filosofia è per intero un buon proposito. Il problema però è che nessuno sa bene di cosa si parla quando si parla di filosofia. Lo spiegano in questo saggio due grandi del Novecento: Gilles Deleuze e Félix Guattari, il primo filosofo, il secondo psicanalista, due pensatori eterodossi, scomodi, che hanno fatto un pezzo di storia del secolo scorso.

Un avvertimento, però: in Che cos’è la filosofia? non troverete un quadro unitario, una definizione, diciamo, della filosofia. Al contrario, il saggio opera come una distruzione dall’interno del concetto stesso di filosofia. Questo per un motivo semplice, ma al tempo stesso profondo: ogni filosofia, per esser tale, deve imporre una nuova immagine di sé, deve cioè ricostruirsi interamente e stabilire i concetti (e, con essi, la definizione di concetto) entro i quali essa opera.

Insomma, si comincia a far filosofia domandandosi precisamente come si debba rispondere alla questione del che cosa sia la filosofia. E, tutti i filosofi, sostengono Deleuze e Guattari, – o meglio, tutti i grandi filosofi – non hanno fatto altro che questo: sparecchiare il tavolo concettuale sul quale si giocava la partita del pensiero per riapparecchiarlo a modo loro, dando nuova vita a nuovi concetti, costruendo di volta in volta un piano d’immanenza.

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La filosofia non è scienza, la filosofia non è logica, la filosofia è quella pratica che riporta sul terreno scabro, come diceva Wittgenstein, il pensiero, e toglie le maiuscole ai concetti idolatrati. Secondo Deleuze e Guattari, la filosofia si gioca tutta sulla superficie delle cose, non nell’alto della Trascendenza, né nel basso della Profondità, ma in superficie, sulla superficie delle cose, dove corre veloce, dove sorvola i concetti del piano d’immanenza da lei creato.

La filosofia è essenzialmente affermativa, ed è questa la sua potenza sovversiva, arma contro l’imbecillità, terapia contro il pensiero pigro. Come altrove dirà Deleuze, a chi chiede a cosa serva la filosofia bisogna rispondere in maniera aggressiva, perché dietro la domanda si nasconde l’ironia, ironia di chi non vede l’importanza di creare menti affermative, libere, che non confondano i propri interessi con quelli della morale, della religione, della politica.

«Coloro che criticano senza creare, che si limitano a difendere ciò che è  svanito senza potergli dare le forze per ritornare in vita, costoro sono la  piaga della filosofia. Questi polemisti, questi comunicatori sono animati  dal risentimento. Non parlano che di se stessi lasciando che si affrontino  delle vuote generalità. La filosofia ha orrore delle discussioni, ha sempre  altro da fare». 

La salute di tutte le donne: Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

Questo attualissimo saggio psicanalitico è un invito rivolto a tutte le donne a smontare, uno dopo l’altro, i pregiudizi e gli stereotipi, purtroppo ancora altrettanto attuali, sull’essere femmina.

Iniziare l’anno guardandosi alle spalle non è convenzionalmente consigliato, ma questo sembra necessario per riuscire a recuperare la briciola di primitività che manca, secondo l’autrice, alle donne di oggi, e che si nasconde tra le favole e le leggende.

Guardare alla morte (di un anno) e alla vita (di uno nuovo) come passaggi, tutelare la curiosità e la sensibilità sono elementi fondamentali per la salute della donna di oggi, che ancora troppo spesso fatica a sentirsi rispettata e realizzata.

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Fonte: immaginiefotos.com

Clarissa Pinkola Estés è una nota analista junghiana, fondatrice di una psicanalisi del femminile basata sulla sua straordinaria intuizione della “Donna Selvaggia”: una forza psichica potente, istintuale e creatrice, ma soffocata da insicurezze e stereotipi.

Più che di un semplice libro, si tratta di un viaggio affascinante alla scoperta della strada da percorrere per il ritrovamento dell’essenza femminile profonda, della sua origine e natura.

Che cosa accomuna il lupo e la donna? Sono entrambi curiosi, protettivi, sensibili, dotati di intuizione innata, spirito di adattamento e desiderio di oltrepassare i limiti del proprio territorio, consapevoli di non potersi opporre alla propria natura.

I maestri di crescita interiore che dominano il testo sono il mito e la favola, provenienti da svariate tradizioni culturali, dalle leggende dei nativi americani, alle fiabe europee, russe, asiatiche. In ogni storia, riletta da una prospettiva psicanalitica, si presentano esempi di situazioni nelle quali la donna si trova ad affrontare sentimenti, emozioni, crisi.

La Donna Selvaggia descritta è una libera potenza creatrice, limitata però da paure e convenzioni. La personalità della donna separata dalla sua parte selvaggia si fa pallida e succube, per questo è solo ritrovando il proprio istinto, prendendo coscienza del proprio intuito e accettando con coraggio i cicli “vita-morte-vita”, che potrà tornare a correre con il proprio lupo, il proprio sé autentico, privo di contaminazioni.

«Siamo pervase dalla nostalgia per l’antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. […] Ma l’ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dentro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l’ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe».

La felice conoscenza di sé: L’arte di essere felici di Arthur Schopenhauer

La felicità per il nuovo anno la desideriamo un po’ tutti, ma esistono davvero delle “regole” da seguire per raggiungerla? Probabilmente no, visto che essere felici potrebbe essere addirittura un’arte. Più che regole universali, esistono dei buoni consigli (cinquanta, per la precisione), che un certo Arthur Schopenhauer ha sparso qua e là fra le pagine dei suoi scritti postumi.

Spesso dipinto come il filosofo del pessimismo, Schopenhauer ha effettivamente maturato una visione piuttosto buia dell’esistenza umana. Egli è sì del parere che la felicità sia soltanto «una chimera che l’illusione ci mostra in lontananza», però non esclude che si possa comunque condurre una vita che sia il meno infelice possibile.

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Fonte: commons.wikimedia.org

La raccolta L’arte di essere felici punta proprio a questo, lasciandosi contaminare da tradizioni antiche come lo stoicismo e la letteratura indiana, che da sempre hanno interessato Schopenhauer.

Alcuni dei concetti toccati con più frequenza sono la salute, il pretendere poco, il tenere a freno la fantasia, il tenersi occupati, il vivere a mezza via tra presente e futuro.

Fra tutti però, spicca l’assecondare la propria personalità; in tutto quello che viviamo infatti, premesso che gli eventi esterni hanno un effetto diverso su ciascuno di noi, ciò che fa la differenza è il nostro modo di percepire la realtà, ovvero quella che Schopenhauer chiama la nostra “rappresentazione del mondo”.

Per assecondare ciò che siamo, è necessario avere coscienza e conoscenza di sé, sapere ciò che vogliamo ed evitare di tentare invano ciò in cui sappiamo di non riuscire, per inclinazione o per limiti personali. Perché questo sia efficace, è fondamentale metterci alla prova in più situazioni, tanto è vero che Schopenhauer non si dimentica di riflettere su quanto le esperienze più disparate, i tentativi a vuoto, i viaggi, siano strumenti irrinunciabili per essere artisti ed artefici della nostra felicità.

«Se abbiamo una volta per tutte conosciute chiaramente le nostre forze e buone qualità, come pure i nostri difetti e debolezze […] sfuggiremo al più amaro di tutti i dolori, alla scontentezza di noi stessi, che è l’immancabile conseguenza di non conoscere la propria individualità».

Lasciare che la bellezza trionfi: Venezia salva di Simone Weil

Simone Weil è stata una filosofa, mistica e scrittrice francese della prima metà del Novecento. Una parte importante del suo pensiero politico è dedicata ai rapporti di forza nella società ed il testo più rappresentativo delle sue idee ed intuizioni è la tragedia incompiuta Venezia salva.

I tre atti che la compongono nascono dalla preoccupazione di Simone Weil per quella che ritiene essere una delle contraddizioni di fondo della vita umana divisa fra il sogno, cioè lo stato dell’imperio della forza, e l’attenzione, l’unica che può destarci.

Ispirandosi ad una novella storica del Seicento che narra il fallimento del complotto ordito dalla Spagna contro Venezia, la narrazione ha per vera protagonista la bellezza della città, che si staglia sullo sfondo dell’opera dall’inizio alla fine. 

I congiurati sono un gruppo di “sradicati”, che non hanno il minimo rapporto con Venezia, sono immersi nel sogno e servono il loro desiderio di onnipotenza. Solo Jaffier, l’unico che non sogna, riesce a vedere le cose libere dalla «nebbia di valori menzogneri», in primo luogo l’illusione della forza. Ciò che fa appello alla sua attenzione è la pace e la bellezza della città, che trionfa su di lui muovendo la sua pietà. Jaffier denuncia il complotto al Consiglio dei Dieci cercando invano di salvare la vita dei compagni, che vengono giustiziati.

Così, l’agonia che egli non ha voluto per Venezia, diventa la sua agonia. Jaffier è colui che ha conosciuto la bellezza e si è lasciato incantare da essa, al punto di riuscire a non riversare la sua sofferenza di sradicato sugli abitanti della città e a salvare Venezia.

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Basta che un solo uomo si desti dal sogno per salvare un’intera città; questo è uno dei tanti spunti di riflessione di cui il testo di Weil è ricco. La questione del trionfo della bellezza è la più singolare e attuale, un invito a chiederci fino a che punto dobbiamo spingerci prima di accorgerci del valore dell’aria che respiriamo e della meravigliosa terra che abitiamo.
Forse uno dei buoni propositi per questo nuovo anno potrebbe essere cercare di rispondere a questa domanda: quante cose potremmo salvare se ci lasciassimo incantare più spesso dalla bellezza di ciò che ci circonda?

«Ciò che l’uomo può fare di più grande, che più lo avvicini a Dio, poiché non gli è dato creare simili meraviglie, è preservare quelle che già esistono».

La parola agli Antichi: Etica Nicomachea di Aristotele

Concedeteci un po’ di pedanteria. Potevamo fare a meno di chiudere la lista con un classico? Certo che no; infatti, eccolo qui: l’Etica Nicomachea di Aristotele, il quale oltre ad essere un testo imprescindibile per chi voglia avvicinarsi allo studio della filosofia, è un libro godibile come pochi, per la vivacità delle nozioni esposte e per lo straordinario senso della realtà che, lo noterete leggendo, fa di Aristotele un compagno per chiunque, come dice lui stesso, sia in cerca di una vita degna di essere vissuta.

Come tutte le altre opere, anche l’Etica è una raccolta di appunti, stesi (pare) per il figlio Nicomaco (donde nicomachea). Ora, ciò che a noi interessa è la strettissima correlazione, tipicamente greca, che stringe l’Etica, cioè, detto in soldoni, i precetti che concernono l’agire del singolo, alla felicità: una buona vita, secondo gli antichi, una vita etica, è una vita felice. E qui si apre la grande questione: che cosa significa vita felice? Quella del calzolaio? Quella dedita all’onore? Alla ricchezza? Alla fama? O alla speculazione? Aristotele vi prende per mano e vi accompagna lungo le sponde della vita per (dimostrarvi) dove e come la felicità possa risiedere.

Così, accompagnati da Aristotele, capirete il valore della scelta, della pesata, accurata attenzione che l’uomo saggio – o che tale vuol diventare – deve portare sulle proprie azioni; capirete il valore dell’educazione, di quanto si possa imparare dall’esempio e di quanto, invece, ci si debba muovere per propria iniziativa; capirete, oltretutto, cosa voglia dire essere donne e uomini virtuosi, e che di virtù si può parlare in due maniere diverse, a seconda cioè che siano etiche o che siano dianoetiche, ossia concernenti la prassi o la razionalità.

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Scopo e fine

Senza contare, poi, che nell’Etica troverete alcune tra le pagine più belle che siano mai state scritte in materia di amicizia. Tutto questo come un percorso ascensionale che conduce a quello che Aristotele chiama «il Bene supremo», ossia, la felicità – ciò a cui tutto tende. Bisogna ben saper distinguere tra scopo e fine, giacché lo scopo è schiacciato sul presente, e si esaurisce nel momento in cui il desiderio ora provato è esaudito, mentre il fine è uno, e non ha altro dietro sé, ma è – così dice Aristotele – perfetto perché autosufficiente. Ci ammonisce Aristotele, e questo potrebbe essere davvero un buon proposito, di non fissare lo scopo, ma tendere, come il bravo arciere, all’autentico fine che rende degna la vita; ossia, di nuovo, alla felicità. Non male, vero?

«Noi pensiamo, infatti, che l’uomo veramente buono e saggio sopporta dignitosamente tutte le vicende della sorte e tra le azioni che gli si prospettano compie sempre quelle più belle, come anche il buon generale usa l’esercito di cui dispone nel modo più efficace in guerra, e il buon calzolaio col cuoio che gli viene dato produce la calzatura più bella […]. Ma se è così, l’uomo felice non potrà mai diventare miserevole».

Redazione
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