Intuizioni e fragilità di “In un posto bellissimo”

di Ilaria Moretti

In un posto bellissimo, regia di Giorgia Cecere con Isabella Ragonese, Alessio Boni, Piera Degli Espositi, Paolo Sassanelli, Italia, 2015.

 

I posti bellissimi della vita di ciascuno sono tutti diversi, tutti egualmente importanti.

Per Lucia (Isabella Ragonese) il giardino della casa di Paola era uno di questi, così come la stanza dell’amica dove, adolescenti, amavano restare per ore. Ridevano di tutto e di niente, senza ragione: «ogni cosa ci faceva ridere». Quella stessa casa ora è vuota, il silenzio è assordante e racconta di una morte prematura: Paola se ne è andata a seguito di un incidente. La vita di Lucia si è interrotta là, sulla strada, quando l’amica è scomparsa per sempre trascinando con sé giovinezza, spensieratezza, risate e forse sì, anche posti bellissimi. Il giardino è spoglio: a breve costruiranno una piscina, tutto ciò che ha resistito al tempo e al dolore verrà comunque distrutto. C’è un melo, ampio e ridente, che ad ogni autunno fa nascere nuovi frutti. Esiste dunque una vita – forse solo la possibilità di una vita – che resiste e lotta, indistintamente. Tuttavia, per gli uomini (e le donne) che soffrono e che non sono natura, non è sufficiente. Non basta. Anche il melo a breve verrà tagliato. Lucia lo apprende dalla madre di Paola, Adriana (Piera Degli Esposti), ancora in vita dopo la morte della figlia: è sola, abbattuta e distrutta eppure azzarda una strada, ricerca una modalità per esistere ancora.

Isabella Ragonese

Isabella Ragonese

Lucia invece non è sola: è sposata ad Andrea (Alessio Boni) che la tradisce in silenzio ma senza rancore, senza dietrologia. Andrea lavora in una ditta alla periferia di Asti, è un capetto dei tempi nostrani che gioca a fare il belloccio, che piace e sa di piacere. Si diverte con una collega certamente più intrigante della moglie, ma è solo un gioco poiché è profondamente legato alla forma e i legami famigliari non si toccano. Le storielle extraconiugali vanno e vengono e nessuno deve farne una tragedia, soprattutto quando divengono cosa «morta e sepolta». Andrea, che afferma di amare sua moglie, tiene le redini di tutto: è lui che fa i compiti di matematica insieme al figlio Tommaso (Michele Griffo), che guida la macchina, guadagna bene, decide cosa è giusto e cosa no. Lucia non ha la patente – l’incidente di Paola è un trauma che presenta ancora dei lasciti profondi – e per ogni spostamento dipende dal marito. Va al lavoro in autobus (è fiorista), è impacciata, timida, insicura. Quando scopre del tradimento subisce senza dir nulla, accetta inerme la sua subalternità, quasi vittima di un implacabile determinismo, figlia di un destino non scelto, incapace d’essere protagonista della sua stessa esistenza.

Eppure qualcosa accade. Un giorno decide di iscriversi a scuola-guida. Prendere la patente significa opporre al paternalismo del marito la propria volontà d’autonomia, è un modo per vincere la paura della morte (morte di Paola, della giovinezza, dell’amore) sfidandola a viso aperto. È così che Lucia fa conoscenza con Angelo (Paolo Sassanelli), solitario istruttore di scuola guida, con Feysal (Faysal Abbaoui) venditore ambulante di pupazzi, e a poco a poco la sua vita ordinaria costituita da passivi silenzi, ritrosie, sguardi struccati e vestiti banali, si risveglia. A scuola guida, circondata da ragazzi diciottenni, Lucia ritrova le antiche atmosfere dell’adolescenza: i primi amori, le amicizie nate dal niente, le serata a ballare, il bisogno di vicinanza. Aspettando il figlio seduta su una panchina si incanta ad osservare un gruppo di ragazze che giocano a pallavolo. Anche lei giocava, anche lei ha avuto una giovinezza ed è passata per di là. Dove è finita quella ragazza che sapeva ridere e innamorarsi, giocare con la palla e cantare? Dove è finita?

Isabella Ragonese e Paolo Sassanelli

Isabella Ragonese e Paolo Sassanelli

Dopo Il primo incarico, Giorgia Cecere sceglie nuovamente la Ragonese come protagonista del suo secondo lungometraggio proseguendo sulla linea stilistica già tracciata nel primo film. Se è vero che a Marguerite Duras si deve il pregio d’aver inventato i silenzi in letteratura, altrettanto si può dire della regista che sceglie la sospensione di giudizio e il non detto per indagare le dinamiche e i meccanismi della vicenda. Già allieva di Gianni Amelio, ex studentessa del Centro Sperimentale di Cinematografia, Giorgia Cecere si era già cimentata nella scrittura. Il cinema nasce per lei «da un’idea», dalla volontà di trasformare l’intuizione in materiale visivo attraverso lo «sviscerare» di simboli  che si fanno immagine, dunque trama, pellicola. È la parola stessa che va dosata e che In un posto bellissimo si sospende divenendo vuoto, atto trattenuto, gesto, suono (ottime le musiche a pianoforte di Donatello Pisanello) e, naturalmente, silenzio.

La reticenza però può rivelarsi un’arma a doppio taglio svelando la debolezza di una trama piuttosto banale cucita attorno a dialoghi che non riescono ad uscire dall’ordinario e che lasciano perplessi nella loro vuota – è il caso di dirlo – monotonia. Non bastano gli occhi mobili della Ragonese per sostenere un congegno debole e pur nella gradevolezza della pellicola ci si interroga sulla fragilità che attanaglia oggi molto cinema italiano. Se la vicenda non ha nulla di originale – il percorso formativo-esistenziale-terapeutico di un femminile spezzato (si pensi, per un confronto più critico e mordente ad Una donna spezzata di Simone de Beauvoir) – almeno ci si attendeva un’approfondimento più aspro su certe dinamiche di coppia, sulla vuotezza cupa di quelle domeniche in famiglia attraversate da non detti e sorrisi forzati.

Isabella Ragonese e Alessio Boni

Isabella Ragonese e Alessio Boni

La critica alla fragile impalcatura del matrimonio non è abbastanza consapevole, non abbastanza attualizzata (difficile dire meglio e dire di più sull’argomento dopo Ingmar Bergman), il buonismo costruito attorno al venditore di pupazzi – il diverso che ingenera compassione e buoni sentimenti – appare gratuito e posticcio, così come il tentativo di riabilitazione della protagonista che avrebbe necessitato di qualche dettaglio più costruito per permettere al film di dire altro rispetto al già visto. Si esce dal cinema con una vaga sensazione di incompiutezza. Forse anche in questo v’è una scelta ponderata: raccontare senza svelare l’insondabile. Tuttavia il sospetto della scorciatoia ben confezionata resta preponderante.

Si è ben lontani dalle Marianne e dai Johan di Scene da un matrimonio, da quella tenerezza ritrovata, dalla distanza colmata e subito svuotata ch’eppur esiste in tante coppie – Lucia e Andrea del resto non ne sono esenti – e l’aria che si respira nelle sale cinematografiche di oggi, purtroppo, non risuona di quelle battute ora bisbigliate e ora feroci che nella loro scarna e vuotissima concretezza han fatto pensare, soffrire e crescere:

MARIANNE – «Perché cessammo di mostrare tenerezza l’uno verso l’altro, Johan? Perché non ci baciavamo quasi mai? O ci facevamo delle carezze solo quando eravamo a letto?»

JOHAN –  «Io ritengo questo: la solitudine è assoluta. Figurarsi qualcos’altro è pura illusione. Sii cosciente di questo e agisci di conseguenza. Se avviene qualcosa di piacevole, tanto meglio. Non credere di poter mai sopprimere la solitudine. Questa è assoluta. Puoi immaginare un rapporto su un piano differente, ma si tratta solo di fantasie […] La solitudine resta totale. L’insidia sta nel fatto che a volte si può essere colpiti da una fantasia circa il rapporto con gli altri. Sappi che è solo un’illusione».

Redazione
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