Nel contesto del Festival Fabre tenuto al Teatro Out Off, il 25 Ottobre è andato in scena Io sono un errore interpretato da Irene Urcioli.
«Io sono un errore»
Da quando inizia lo spettacolo, allo spettatore è chiaro un immaginario ben specifico: una donna avvolta in un lenzuolo bianco è seduta su una sedia con ruote, dei suoni ospedalieri fanno subito intuire dove si trova.
La donna si lamenta, geme e gira gli occhi nelle orbite. Il monologo inizia: «Io sono un errore». L’anafora prosegue per tutto il testo, consegnando a chi lo ascolta la testimonianza della vita consumata della protagonista.
Autodistruzione
Dedicato a Luis Buñuel e Antonin Artaud, questo testo vuole essere un manifesto di ciò che essere un artista può voler dire. Un atto di fede e autodistruzione caratterizza la vita di chi crea. L’interprete mostra con coraggio le passioni e le ipocrisie che possono caratterizzare un creativo. Sfacciatamente in conflitto col mondo, la protagonista non si nasconde dietro la sua malattia. Il pubblico è però testimone della sua discesa verso la sua stessa rovina.
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Chi è l’errore?
La riflessione che sorge spontanea assistendo a questo spettacolo è: chi è davvero un errore oggi?
Questo testo infatti è stato scritto nel 1988 e per quanto possa ancora essere specchio di alcuni aspetti della vita artistica, è vero che chi fa come vuole è un errore?
«Io sono un errore perché plasmo la mia vita e il mio lavoro in modo organico, secondo il mio giudizio, senza preoccuparmi di ciò che si dovrebbe fare o dire», dice la protagonista. Possiamo dire che nel 2025 questo sia considerato un errore? Non pensiamo ovviamente per assoluti, l’allontanarsi dal bene è sempre uno sbaglio; ma se prendessimo in considerazione le parole del testo di Fabre senza tenere presente la legge morale dentro di noi, il discorso non si discosterebbe molto da quello che molte persone fanno al giorno d’oggi.
Non vogliamo in questa sede criticare chi si occupa di sé secondo il proprio giudizio, ma vogliamo porre lo sguardo sul fatto che oggi è il singolo colui che si staglia nella società, non c’è una dimensione comunitaria. Sembra quasi, oggi, che l’errore sia chi cerca di trovare un minimo comun denominatore tra sé e l’altro.
Uno spunto di riflessione
Insomma, non siamo del tutto sicuri che Io sono un errore possa ancora rappresentare un’immagine dell’artista che si pone in contrasto con la società, visto il dilagante individualismo, ma può essere una fonte di analisi su cosa voglia dire essere un creativo oggi.
Se nel 1988 l’arte doveva rompere una serie consuetudini e tradizioni immobilizzanti per gli operatori culturali, oggi, nel 2025, potrebbe essere il momento della pars construens: a partire da un passato che ha dovuto necessariamente svellere delle radici, cerchiamo di costruire un presente in cui l’errore è solo ciò che lede il benessere comunitario.
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