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“Ivan” torna e ci ammonisce: è l’uomo che crea il diavolo a sua immagine e somiglianza

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Un padre che ha venduto la sua anima al denaro e alla lussuria, quattro figli, nati da donne diverse, ma soprattutto un parricidio: una famiglia, quella dei Karamazov, evocata inseparabilmente da quella «fama così grande» che emerge dalla narrazione di Dostoevskij nel suo celebre romanzo I fratelli Karamazov.

Sulla scena un solo uomo a occupare con una tragicità tutta moderna la vita e il mondo; è Ivan Karamazov, il secondo fratello, l’umano troppo umano che pensa cose tanto umane da sembrare ovvietà, se prese alla leggera; una fra tutte, «se Dio non esiste, allora tutto è possibile», convinzione che costituisce il terreno concettuale delle riflessioni che attraversano la mente del protagonista, mentre passa in rassegna gli elementi di quella «materia che ci riguarda tutti», nessuno escluso, nessuno mai assolto fino in fondo: la colpa, la responsabilità, il male, il dolore senza senso, la giustizia e le ingiustizie contro gli innocenti.

Eppure la domanda continua a risorgere: persino nella testa dell’uomo che pensa di sapere la risposta l’interrogativo non si dissolve, continua a premere e a tormentare. Dio esiste oppure no? E se esiste perché ha creato questo mondo così malvagio, così profondamente umano, questo sottosuolo incomprensibile eppure allo steso tempo così insistente nel porre le domande più insolubili? Questo l’interrogativo martellante che risuona lungo tutta la durata di Ivan, diretto da Serena Sinigaglia e interpretato da Fausto Russo Alesi sull’adattamento testuale di Letizia Russo, in scena lunedì 9 aprile al Teatro della società di Lecco in chiusura della rassegna del Teatro d’autore e prossimamente al Teatro India di Roma, dal 12 al 22 aprile e al Piccolo Bellini a Napoli dal 24 al 29 aprile.

Abilissimo Russo a articolare la sua presenza sulla scena in una pluralità di voci, atteggiamenti e registri, che concorrono a consegnare allo spettatore tutta la complessità stratificata e multiforme di un personaggio come Ivan Karamazov, così facile da trasformare in icona e allo stesso tempo così sfumato e sfuggente per via della profondità e dela contraddittorietà che ospita nella sua psiche che è poi la psiche di tutti quegli esseri umani che scavano nel loro essere, nella loro storia famigliare, nelle relazioni più difficili per cercare di capire qualcosa di se stessi e qualcosa del mondo, per cercare di rispondere a quelle domande che si sommano e che ritornano poi sempre su loro stesse, come quella spirale che delimita il campo della scena.

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fonte: Piccolo teatro

Ivan dichiara che non sarebbe tanto assurdo che Dio esistesse, quanto che l’idea di Dio sia venuta proprio all’uomo, a quella creatura che sta e vive in quel mondo così malvagio che sarebbe assurdo anche solo supporre possa essere stato Dio a crearlo. Tutta l’inquietudine del personaggio dostoevskijano si risolve  in questo scarto tra un Dio per sua stessa essenza buono e un’umanità malvagia e insensata, abbandonata a vivere in un mondo che lo è altrettanto. Da ciò, il capovolgimento più estremo, l’affermazione che il diavolo, se esiste, è stato l’uomo a crearlo a sua immagine e somiglianza; è l’uomo, e solo lui, a essere diabolico creatore degli stessi mali e delle stesse sofferenze di cui lamenta di essere vittima.

Ivan non può accettare che un’idea astratta di armonia cosmica, giustificata da un Dio, sia nel contempo fondata su ingiustizie concrete e su dolori insopportabili. E’ da questa riflessione che emerge lo scandalo, l’ammisione poco evangelica, da parte di Ivan, della necessità della vendetta: «ti diranno di perdonare, ma tu, madre che hai assistito alla scena del tuo bambino denudato e fatto rincorrere e sbranare da una muta di cani, davanti a una simile atrocità non devi fare altro che desiderare un’adeguata vendetta». Ivan rivendica l’umanità della vendetta: disumano non è il fatto di vendicarsi. Disumano sarebbe, subito un simile torto, restare a guardare dopo aver perdonato. Quanto è caro il biglietto per il regno dei cieli? Troppo, ripsonde Ivan, non ne vale la pena, è senz’altro uno spettacolo sopravvalutato, se il prezzo da pagare è ammettere i mali, perdonare i malvagi, persuadersi che tutto è, in qualche strano ed inspiegabile modo, bene. Negando uan qualsiasi trascendenza, e negando insieme con essa la possibilità che l’uomo non sia solo nelle sue scelte, l’umanità si carica di ogni responsabilità, e apre a un’infinità di possibilità che tuttavia sfociano nell’infinita insensatezza di qualisiasi azione. Così si giunge a riconoscere che la follia smette di essere una condizione straordinaria e si innalza allo stato di condizione normale e essenziale in cui versa una simile umanità priva di punti di riferimento.

Magistrale come nella riscrittura del monologo tutti questi interrogativi vengano a convergere nella narrazione della vicenda de Il grande inquisitore, dove un Cristo prima acclamato dalla folla per il suo ritorno tra i vivi viene poi catturato e processato da un’istituzione umana troppo umana, la Santa Inquisizione, tracotante nella sua pretesa di onniscenza nel giudizio: l’accusa, celebre e durissima, rivolta al figlio di Dio in persona è quella di essere tornato sulla terra a disturbare i mortali, di aver occupato in modo illegittimo un mondo terreno e umano ormai reso autosufficiente, che non ha più alcun bisogno di Dio, ora che possiede denaro, onori e potere, ora che i suoi valori se li è costruiti con continui delitti e rivalità, senza farseli mai bastare.

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fonte: Piccolo Teatro

Centrale e innegabilmente toccante, complice la recitazione eccellente di  Russo, diventa l’attenzione sull’emancipazione da Dio che l’uomo ha cercato nel costruirsi la sua storia: l’estrema conseguenza di quella ricerca di libertà umana, che diventa soprattutto libertà da Dio e che ha portato l’uomo a disconoscerlo, a dimenticarlo, a tagliare radicalmente quel cordone ombelicale che a lui lo legava, è aver perso qualsiasi valore immateriale, essersi condannati a vivere da pazzi, malati di una follia che non si riesce più a capire se sia della modernità o dell’umanità tutta, immanente alle epoche e alla storia.

 

Martina Corti

Ho ventuno anni, studio filosofia all'Università degli studi di Milano, mi piace scrivere e sono appassionata di musica e di teatro.

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