Silvio Orlando in “Lacci”, una tragedia moderna sulla fragilità dei legami

Arriva anche sul palco del Teatro della Società di Lecco Lacci, il nuovo spettacolo tratto dal romanzo di Domenico Starnone e diretto da Armando Pugliese, con Silvio Orlando e Vanessa Scalera a interpretare la storia ordinaria e allo stesso tempo tragica di una famiglia disintegrata.

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Ha proprio del tragico la vicenda che si consuma in un’ora e quarantacinque minuti tra le mura domestiche della famiglia Minori: si racconta a più voci di una coppia napoletana che come tante «Eravamo pure felici, no?» ma che a seguito di un periodo di separazione dovuto all’innamoramento del marito, interpretato da Silvio Orlando, per una ragazza molto più giovane di lui, si mette in completa discussione: Aldo abbandona la moglie e le affida in toto i due figli minorenni, ma poi rinnega la sua scelta; una volta tornato a casa, però, tutto è cambiato: Wanda (Vanessa Scalera) non è più quella di prima, i figli sono più grandi, i litigi sono all’ordine del giorno e la fiamma bruciante del dolore reciproco continua a alimentarsi. La rottura è incomponibile, le parole hanno scavato solchi indelebili nella vita di una coppia ormai di mezza età, che si accorge di essere più vicina del previsto all’ultima fase della vita e ciononostante di continuare a sentirsi profondamente infelice.

Poco conta, per Aldo, l’aver trovato in Lidia, quell’altra donna, giovanissima, un’alternativa: un modo per dimenticarsi dell’ingranaggio, della vita che si abitua a sè stessa e si stanca persino delle persone, delle cose che vanno avanti perchè devono andare avanti e non perchè lo si vuole. Lidia che era bellissima, una dea splendida in tutte le stagioni e da cui Aldo non sembrava volersi più staccare, perchè insieme erano vento – anche se il vento, come fa notare il saggio vicino di casa Nadar (Roberto Nobile) viene e se ne va in fretta – ma soprattutto perchè quell’innamoramento serviva a convincerlo che era ancora un uomo giovane, al passo con i tempi, incurante dell’istituzione del matrimonio in crisi e di un modello di felicità piccolo borghese.

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A riportarlo a casa, la sensazione orribile che i suoi figli si «sarebbero allungati, avrebbero cambiato i visi, ma anche i pensieri» e lui non ci sarebbe stato affatto; lui che negli anni era diventato per loro nient’altro che uno sconosciuto, e come tale percepisce la sua presenza quando finalmente decide di volerli rincontrare; solo quando Anna (Maria Laura Rondanini) fa notare al papà che suo fratello Sandro (Piergiorgio Bellocchio) si allaccia le scarpe proprio come lui, Aldo coglie in quei lacci insignificanti il segnale di un legame dilaniato e la spinta per un riallacciamento fisico con la famiglia perduta. ù

Nello stesso tempo elabora quell’autoanalisi che fino ad allora gli era sfuggita e trova la conferma della sua mediocrità insieme con la convinzione di non meritarsi Lidia e tutto il benessere che vivere con lei gli portava. Le inadempienze, le mancate spiegazioni, la debolezza continua e l’assenza cronica portano alla luce un uomo tremendamente mediocre che, non privo di un certo masochismo, decide di tornare là dove l’ingranaggio, nella sua pesantezza quotidiana, sarebbe stato il modo più adeguato per espiare la sua colpa: la penitenza perfetta per aver creduto, anche solo per poco, che sarebbe stato possibile essere felici senza privarsi di nulla. Nel contempo Wanda, suo malgrado, si guadagna la possibilità di comprendere che Aldo è stato niente meno e niente più che una convenzione, il marito con il suo grigiore.

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In quella che già per l’ambientazione famigliare in cui ci si scagliano colpe e rancori reciproci potrebbe ricordare in molti suoi tratti una tragedia greca, senza morti per un soffio – Wanda, infatti, racconta di avere tentato il suicidio nel periodo pià duro della separazione – un generale senso di distruzione viene trasmesso anticipando sin dall’inizio una scena disastrosa che sarà poi svelata nelle sue cause da un colpo di scena alla fine dello spettacolo. Sin dall’inizio, infatti, i due coniugi si ritrovano nella tragedia concreta e fin troppo tangibile della loro casa completamente distrutta: libri, vasi, album fotografici, vestiti, tutto sottosopra come se fossero passati dei ladri («sono zingari, Rom, che si comportano così», osserva con disinvoltura il carabiniere giunto per la denuncia): al disordine della famiglia viene a corrispondere, con particolare forza metaforica, un disordine concreto e materiale, che arriva a travolgere dalle cose più intime che la casa conserva, come il gatto dal nome etimologicamente triste Labes e le lettere che Wanda aveva scritto a Aldo durante la sua assenza, fino ai vasi rotti comei legami interni a una famiglia dove nessuna delle componenti è riuscita a riscattarsi, a riallacciare sul serio qualcosa in mancanza di una qualsiasi speranza di miglioramento.

Nemmeno le vite e le vicende dei figli, segnati e ripercorsi inesorabilmente da questa crisi e incapaci di emanciparvisi, come dimostra il colpo di scena finale che li vede fautori di quella distruzione subita e che ora contribuiscono a alimentare, quasi in un ciclo di vendette reciproche da tragedia antica, riescono a rappresentare un riscatto nè una via d’uscita: la tragedia greca concedeva una purificazione e un superamento, quella moderna, pare dirci Starnone, non lascia nessuna possiblità di redenzione: siamo a tal punto soli da cercare a tutti i costi dei lacci che ci affranchino agli altri, anche se poi spesso il male si diffonde per contatto.

Basterebbe, se proprio si vuole trovare tra le righe di un testo che lascia poco spazio al manifestarsi di speranze in generale, questo debole bagliore: resistere all’abitudine, opporsi all’indifferenza, a diventare distratti. Aldo si rende conto che sua moglie era bella soltanto guardandola in foto, ma è troppo tardi: «L’ho guardata sempre, troppo, distrattamente.»

 

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