Jerusalem in my heart

«Jerusalem in my heart»: l’elettronica della nostalgia

L'instancabile progetto audiovisivo del produttore e musicista di Montréal Radwan Ghazi Moumneh si raffina e rinnova per offrirci perfomance spettacolari
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Le lacrime, il cuore afflitto dalle bandiere nere, il mutismo collettivo (ma non quello del denaro), l’impotenza, ogni cosa fa pensare all’annientamento delle radici; tutto questo è If he dies, ultimo album di Jerusalem in my heart.

L’elettronica esiste da anni e anni in musica; sempre più viva, assume nuove forme col passare del tempo arricchendo i generi in cui viene adottata. Eppure, il senso comune la fa cozzare con lo stesso concetto di musica. L’errore di fondo è impastare l’elettronica assieme al pop industriale o al mondo dei DJ, delle discoteche affollate di adolescenti e di quarantenni adolescenziali. Insomma, come dire che Luciano Ligabue e Gianluca Grignani sono demoni del rock. Ed è così che si bistratta tout court un genere senza il cui apporto non avremmo potuto apprezzare Dark Side of the Moon – giusto per citare uno degli innumerevoli classici difesi a spada tratta dagli integralisti della “musica di qualità”. Né l’indie, questo orizzonte che sembra incrociare ogni album contemporaneo valido o meno che sia, potrebbe godere del progetto Jerusalem in my heart.

Radwan Ghazi Moumneh è nato a Beirut, capitale libanese dove ha vissuto la sua infanzia fino allo scoppio della prima guerra del Golfo. Poco più che quindicenne si è trasferito con la famiglia in Canada, a Montréal: l’impatto è stato traumatico, una finestra aperta su un nuovo universo sociale, dove liberare il potenziale del suo amore per la musica, e allo stesso tempo sull’isolamento.

Avevo un bagaglio culturale che non aveva niente in comune con quello dei ragazzi della mia età. I miei punti di riferimento erano ridicoli ai loro occhi, perché venivano da un altro mondo».

Nonostante avesse imparato a muoversi su un altro tipo di terreno, la sensibilità di Moumneh presto è stata ispirata dalla scena rock canadese degli anni ’90. Prima come chitarrista, poi come ingegnere del suono e produttore il giovane libanese ha deciso di stabilirsi definitivamente a Montréal, nonostante continuassero le visite alla famiglia nel frattempo tornata in Libano. A Beirut infatti «non potevo trovare nulla di interessante che riguardasse la musica».

Paradossalmente, sono stati proprio gli ostacoli culturali incontrati in Libano – la museificazione delle tradizioni; la repressione di ogni influenza artistica straniera fuorché quella, becera e innocua, del pop industriale; il generale appiattimento dei gusti dei giovani coetanei – ad accendere il progetto di Jerusalem in my heart. Constatato il pallore desolante della scena libanese, Moumneh ha iniziato a vagare ossessivamente per i mercatini dei quartieri della capitale, a spulciare fra le copie pirata di CD e di DVD di musica araba.
«È stato come aprire uno scrigno di preziose ispirazioni». Comunicare con la musica araba tradizionale, assimilarne le sonorità e impreziosirle con l’elettronica: è stata la passione per l’esperimento che ha trascinato Moumneh a compenetrare culture diverse.

Prima dell’esordio discografico l’attività di J.I.H. è stata unicamente live. Dal 2005 l’artista libanese è affiancato infatti da Charles-André Coderre, film-maker che, con le sue diapositive da 35 mm e i 16 mm cinematografici, restituisce visivamente le suggestioni sonore di Moumneh. Le esibizioni del duo libano-canadese ricordano gli happening delle avanguardie artistiche a cavallo fra anni ’50 e ’60: impressionante l’accostamento di luci suoni e colori, mai ripetitivo un live con un altro. Il rischio di pretenziosità e di ermetismo fine a se stesso, in questo tipo di esibizioni, c’è eccome; Jerusalem in my heart è riuscito però ad evitarlo grazie al numero ridotto dei concerti, giusto un paio all’anno, e alla loro forza innovativa. Il primo elemento comporta una più acuta attenzione alla loro realizzazione, il secondo riduce il grado di monotonia: l’unica costante è la voce, attorno alla quale gravitano echi e sintetizzatori riverberati in un’atmosfera psichedelica, senza che l’accompagnamento visuale sia mai uguale a se stesso. Portare un simile progetto sul palco appena due o tre volte all’anno permette di curarne i dettagli, di raffinare la sinergia tra audio, sonoro e presenza scenica. Questo lavoro instancabile che è durato dal 2005 al 2012 ha posto le basi per la carriera discografica, a partire dal 2013 con Mo7it Al-Mo7it per la Constellation Records.

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Andrea Piasentini

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Redazione

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