L’umanità, perla de “Il dottor Živago”

Sicuramente non mi dilungherò nell’esposizione della trama- puoi star tranquillo- né a recensire il libro per invogliarne l’acquisto. La mia vuole essere solo una lenta confessione da lettore scrivente (Io) a lettore (Tu), poiché qui si tratta di un libro memorabile che, appena concluso, si avvinghia stretto alle pareti del cuore senza diventare polvere anonima. L’interpretazione critica me la riservo fra qualche anno, con qualche capello in meno; per ora questo è l’unico atteggiamento quasi onesto che posso avere davanti ad un classico.

Se si pensa al romanzo russo, nelle mensole del nostro inconscio si affastellano rapidamente volumi di Guerra e Pace, Delitto e Castigo, Lolita, Padri e figli, ed ecco che all’orizzonte si staglia il meraviglioso stereotipo: “MATTONAZZO!”. No, non fidiamoci del nostro impulso. Il dottor Živago è il romanzo della vita. Ora cerco di essere più chiaro.

In primo luogo, l’impianto narrativo è tipico del romanzo Ottocentesco: si sviluppa, ossia, in terza persona e questo permette che lo sguardo esterno molto ampio affreschi una moltitudine di personaggi, riuscendo a scolpire tratti psicologici molto netti, magari tra loro contrastanti. In effetti, non ci ho subito fatto caso, ma pian piano che si intrecciavano gli eventi i personaggi erano così tanti da disorientarmi quasi; però non nell’accezione negativa dovuta alla confusione iniziale fra i vari nomi: è stato piacevolissimo godere di tale rappresentazione corale dell’umanità, senza limiti di classe sociopolitica – dal borghese Živago fino all’operaio Tiverzin -, né tantomeno limiti di profilo interiore – dallo spregiudicato Komarovskij all’umile Nikolaevic -. Il classico narratore in terza persona, insomma, ritrae un variopinto quadro, dove vi sono presentati le più differenti facce della Russia zarista prima, e rivoluzionaria poi.

“Ma si può sapere almeno di che parla ‘sto dottor Živago?”. E va bene, svelo qualcosa: il nocciolo della trama è costituito dalla vita del protagonista, a partire dall’esperienza giovanile come medico al fronte della Grande Guerra, il quale nel mezzo della rivoluzione bolscevica si ritrova ad avere due rapporti conflittuali. Il primo è con le due donne del suo cuore, il secondo con l’ottusità del comunismo russo. Sperando di non aver raccontato 400 pagine in queste quattro righe, passo ora al secondo motivo per cui mi piace definirlo come “libro della vita”.

Jurij Živago è un medico che coltiva la passione per la poesia, perciò scalpita in lui il desiderio di trovare la forma perfetta. Cos’è? Quando riesci a dare un nome alle cose, all’emozioni e all’idee. Egli, uomo che definirei così insicuro a tal punto da risultare sorprendentemente dinamico, ricerca nell’esistenza il nome che collimi con il proprio sentimento di comunione con l’universo. È proprio questo l’ulteriore motivo per cui questo è il romanzo della vita: tutta la cultura umanista è forse iniziata con la domanda “che senso ha tutto questo? E che senso ho io in tutto questo?”, e Živago non è altro che l’ennesima persona in cerca di un porto che gli sia di riferimento.

Ma mi sto liquefacendo in discorsi prolissi, lo so; ora esemplifico, calma. Mi sono appuntato nella testa una frase del libro, che stimo quanto una battuta di una commedia del latino Terenzio (“Il punitore di se stesso”, “Heutantimorùmenos”), rispettivamente: “L’uomo nasce per vivere, non per prepararsi alla vita” e “homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un uomo, nulla che sia umano mi è estraneo)”. La prima che vuol dire? Non è facile rispondere a colpo sicuro: questa frase è affascinante proprio per la sua aura di indefinitezza. È quindi necessario dare spazio alla propria interpretazione autonoma. L’individuo, s’intende, nasce per rapportarsi alla realtà in maniera attiva, non per subire il concetto “vita” come qualcosa lontano da sé. Non si tratta di un volontario slancio irrazionale del “fare”, che ultimamente va tanto di moda, quanto di una spinta naturale. Si prenda adesso sotto gli occhi la citazione dell’autore latino Terenzio. Io, in quanto uomo, non sono indifferente alla vita degli altri uomini. E’ mio impulso primordiale quello di essere legato alle sorti della società in cui vivo. Sicuramente abbiamo quasi tutti le stesse paure, così come sopravviviamo grazie ai medesimi sensi.

A tal proposito, si è precedentemente scritto che le passioni del Dottore sono la medicina e la poesia: è evidente come, sul piano simbolico, una confluisca nell’altra. Lirica come scavo interiore per indagare sulle nostre cicatrici, dunque rimedio naturale all’esistenza tormentata. Per qualche persona, fra cui Živago, l’abitudine ad esprimersi si manifesta nella scrittura: questo parte da uno spontaneo sentore di diversità dagli altri, e perciò fin da bambini la sensibilità trova la sua naturalezza solo nella parola scritta, o altrettanto nella parola omessa. La poesia, sì, questa ancestrale testimonianza che l’uomo ha un cuore. Alla fine del romanzo di Pasternak sono inserite le poesie di Jurij Živago, e questa scelta permette a noi lettori di entrare finalmente al contatto più intimo col protagonista delle 400 pagine sfogliate finora. Il romanzo è concluso, il triste finale ci ha ancora scheggiato l’umore, e si ritrova fra le altre una lirica del genere, indirizzata alla donna amata, che riesce ad accenderlo d’una ventata di vitalità:

Alba

Tutto significavi tu nel mio destino.

Poi venne la guerra, lo sfacelo,

e per tanto, tanto tempo, di te

non una notizia, non una parola.

E dopo tanti, tanti anni

di nuovo la tua voce mi ha turbato.

Tutta la notte ho letto il tuo messaggio

riprendendomi come da un deliquio.

Ho voglia d’andare fra la gente, nella folla,

fra la loro animazione mattutina.

Sono pronto a mandare tutto in schegge

e a mettere tutti in ginocchio.

E corro giù per la scala,

come se uscissi per la prima volta

su queste strade di neve,

sul lastrico deserto.

Dovunque ci si alza, luci e intimità,

e chi prende il tè, chi s’affretta ai tram:

bastano pochi minuti

e la città ha tutto un altro volto.

Nei portoni la tormenta tesse

una rete di fiocchi fitti fitti,

e per fare in tempo tutti corrono,

senza finir di bere e di mangiare.

Io per loro, per tutti sento

come se fossi nella loro pelle,

anch’io mi sciolgo come si scioglie la neve,

anch’io come il mattino aggrotto le ciglia.

È con me gente senza nome,

alberi, bambini, persone casalinghe.

Da loro tutti io sono vinto,

e solo in questo è la mia vittoria.

I versi conclusivi di certo hanno un sapore amaro, ciononostante io affermo che questa poesia è infantile. Sembra scritta dallo stesso bambino che nelle prime pagine piange al funerale della madre. L’odore dei versi è dolcissimo, e non solo per la generale vena malinconica. Ma perché l’io lirico si perde, “è pronto a mandare tutto in schegge / e a mettere tutti in ginocchio”; energia che viene vinta dalla “gente senza nome”, perché il poeta si identifica proprio nella folla popolare: la poesia del popolo, perciò “da loro tutti io sono vinto, e solo in questo è la mia vittoria”.

Concludo affermando che se questo è il romanzo della vita è anche perché la trama di base viene tessuta con uno sguardo poetico: si aggira fra i volti contriti dei soldati morti, i fiocchi di neve gelida, l’odore della pioggia, il cielo plumbeo, le ondate di tifo, gli accampamenti dell’Armata rossa, gli occhi stravolti dalla vodka, per mettersi infine a nudo con le poesie di Živago. Egli credeva che “tutto quello che era in lui ancora ferita viva e bruciante veniva estromesso dalle poesie e, in luogo di quella sofferenza che sanguinava e doleva, vi compariva una pacata apertura che innalzava il caso particolare a esperienza universale, a tutti partecipabile”.

Ed è così che questo romanzo storico diventa la parafrasi di una lunga poesia contro le autorità sovietiche, che apre pacatamente ad una riflessione sull’esperienza universale, tutta umana.

P.S.: Quasi me lo scordavo. “Živago” deriva da “Živoj”, che significa “vivo”.

Andrea Piasentini

Redazione
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