La Generazione Y : un tentativo di definizione tra Francia e Occidente

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di Ilaria Moretti

Anzitutto le date: non è facile stabilire con precisione dove si collochino “i giovani” che rientrano sotto l’etichetta di Generazione Y. Questo tipo di definizione, nata nel 1993 all’interno della rivista Advertising Age, aveva come obiettivo quello di catalogare la generazione successiva rispetto agli X (per intenderci i nati tra il 1965 e il 1977). Il termine Y (da Why, in inglese) indica la predisposizione dei nati tra il 1978 e il 1994 a mettersi in una posizione di “eterno questionamento” rispetto alla realtà circostante. Questi soggetti, pur conoscendo le peculiarità del mondo loro attuale, ne intravedono i limiti e sono alla perenne ricerca di un senso da attribuire alle cose.

Olivier Rollot, giornalista, direttore editoriale de L’Étudiant ed esperto del settore “orientamento e giovinezza” per il quotidiano Le Monde, ha pubblicato recentemente un interessante volume sull’argomento : La génération Y, Presses Universitaires de France, Paris, 2012. L’obiettivo di Rollot non è tanto quello di tessere un profilo preciso della suddetta generazione, quanto piuttosto quello di definirne le caratteristiche in stretta relazione con il mondo circostante. Se la Francia resta il panorama privilegiato all’interno del quale il giornalista compie le sue ricerche, non manca tuttavia uno studio più generale, volto ad estendere la riflessione verso tutti quei giovani – non necessariamente francofoni – che abitano il mondo occidentale, figli dei baby-boomers (e per questo motivo definiti anche “Echos Boomers”) e nati dunque tra il 1981 e il 1999. La vicinanza con il nuovo millennio li ha dotati anche della futuristica espressine di “Millenials” o ancora di “Nativi digitali”, benché le differenze tra i più “anziani” – quelli nati negli anni ottanta e dunque entrati in contatto con la digitalizzazione soltanto in periodo pre-adolescenziale – e i più “giovani” (nati invece in piena era-internet) siano piuttosto notevoli.

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M magazine du Monde, 11/04/2013

Difficile definire una generazione che spesso si ritrova preda di fastidiose etichette, nate da stereotipi più o meno veritieri. Per Michel Serres, si tratta chiaramente di «nuovi umani», che non hanno più gli stessi corpi, le stesse attese esistenziali dei loro predecessori. L’uomo nuovo non comunica più secondo gli antichi dettami e ha persino una diversa percezione del mondo circostante. Il soggetto Y vive dunque in un’epoca moderna, «in un periodo comparabile soltanto all’aurora della paideia (…), simile al Rinascimento, ma al contempo inconciliabile con quest’ultimo»1. La generazione del nuovo millennio abita una società in costante rinnovamento e s’accorge al contempo d’esserne la destinataria ultima: è del soggetto Y il compito di cambiare il sistema, apportandovi dei codici culturali innovativi. Il futuro stesso, del resto, appartiene «a coloro che sono in grado di comprenderlo, trasformandolo a loro vantaggio» (E. Chester).

selfie-GiocondaTra le parole chiave utilizzate per identificare il prototipo Y, oltre alla grande importanza data alla questione dei “perché”, emerge l’idea di comunità, la necessità di condivisione e al contempo la voglia di partecipare pienamente al progresso culturale e tecnologico in corso. Ma attenzione al concetto di privacy: gli Y, spesso fotografati nell’esposizione narcisistica del sé – mai come negli ultimi anni si è sviluppata la moda dell’autoritratto a tutti i costi, il nuovo “selfie”- paiono particolarmente preoccupati dalla necessità di salvaguardare una forma di anonimato. Se l’utilizzo dei social network ha facilitato la creazione di nuove comunità, si è sviluppata in parallelo la tendenza a proteggere la propria privacy. Il nativo digitale vuole condividere, ma presta attenzione alle sue cerchie, sceglie come esporsi e soprattutto con chi. È chiaro come la creazione di un avatar faciliti l’ingresso in un gruppo, veicoli più fluidamente la presa di parola: ci si scambiano confidenze – anche molto intime – su forum tematici, si intavolano discussioni senza il timore di esporre il proprio punto di vista e di essere feriti in virtù proprie posizioni. La rete diviene un filtro capace di facilitare le relazioni, gli scambi culturali, le conoscenze, veicolando anche lo sviluppo di comunità, suddivise secondo aree tematiche. È stata dunque la rivoluzione digitale ad aver permesso lo sviluppo di una strano ossimoro che secondo Rollet contraddistingue in maniera evidente i nativi Y. Questi ultimi sono dei profondi individualisti in grado, al contempo, di lavorare bene insieme. Sono capaci di fare squadra, desiderosi di appartenere ad una stessa “tribù” di idee e modelli, salvaguardando gelosamente la propria ferma individualità.

generation y.2Spesso accusati di essere più limitati, meno studiosi, svogliati e faciloni rispetto ai loro predecessori, gli Y hanno il merito di avere rivoluzionato il linguaggio, inventando parole che prima non esistevano. Nonostante ogni generazione si distingua per clichés e modi di dire, per questi ultimi la differenza quantitativa di parole “inventate” – rispetto alle generazioni precedenti – è notevole. (Per dare un esempio, se le edizioni dei dizionari francesi vengono aggiornate ogni quarant’anni, si conta una differenza di circa 30.000 parole in più nella versione 2011 rispetto a quella del 1971). La generazione internet, spesso demonizzata, accusata di leggere poco e di aver sostituito al mezzo cartaceo la velocità dell’informazione online, è in realtà propensa alla creazione e all’innovazione. La volontà di produrre, di creare in termini meramente artistici, appare spesso come un’esigenza. Supportato dalle nuove tecnologie, da un confronto costante con il mondo e spesso incoraggiato dal proprio entourage, l’ Y è potenzialmente un “creatore” senza pari, a patto di non cadere nella facile trappola del copia-incolla di cui è spesso vittima in ambito scolastico. Uno dei lati negativi della «googolizzazione delle coscienze» è infatti la tendenza al plagio, privata, tra l’altro, di una consapevolezza etica da parte degli studenti stessi.2

I ragazzi del nuovo millennio si distinguono anche, e tristemente, per il confronto con una realtà lavorativa crudele, che vede da un lato una disoccupazione crescente e dall’altro il proliferare di contratti farsa, stage non remunerati e lavoro gratuito per “il bene del proprio paese” (il caso di Expo e della “gioia” del lavoro non retribuito ne è uno sconfortante esempio3).

Yoann Bazin, ricercatore in Antropologia delle organizzazioni all’ISTEC di Parigi, ha fortemente contestato la tendenza a voler stigmatizzare questi giovani, appiccicandogli delle etichette di facile lettura4 e proponendone delle caricature che mal si accordano alla realtà di tutti i giorni. La fallacia di certi ragionamenti nasce, probabilmente, dal fatto che numerosi studi dedicati agli Y, vengano da personaggi appartenenti ad un’altra generazione. La risposta ultima a questo genere di querelle viene da Laëtitia Moreau, che con il suo Génération Quoi, documentario andato in onda il 15 ottobre 2013 su France 2, risponde alla necessità di analizzare la realtà degli Y dandogli direttamente la parola. Il risultato potrebbe sorprendere a più riprese. I ragazzi intervistati appaiono più realizzati e sereni di quanto la società vorrebbe far intendere. Sanno spendersi direttamente su questioni ecologiche, difendono i loro punti di vista e sono pronti a scendere nelle piazze come fecero i loro colleghi sessantottini durante la famosa primavera rivoluzionaria. Hanno una precisa visione del mondo e forse, a guardarli così, non paiono troppo distanti – non fosse per la semplicità con cui maneggiano certi aggeggi informatici – dai loro predecessori. Forse il punto della questione ruota attorno alla tematica-giovinezza, all’enorme contenitore delle età dell’esistenza. Stessi sogni, uguale ingenuità e prepotenza. Stessa disperata e insaziabile fame di vita.

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1 M. Serres, Éduquer au XXIe siècle, Le Monde, 5 mars 2011.

2 Un libro interessante sull’argomento è Marie-Estelle Pech, L’École de la Triche, L’Éditeur, 2011.

3 Cfr. Il video Un’esperienza, lavoriamo gratis per il paese, Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2015.

4 Cfr. Y. Bazin, La Génération Y, une définition contextuelle avant tout, JDN Magazine, 7 mai 2013.

Redazione
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