La vendetta della donna rifiutata:
le antiche “mogli di Putifarre”

La tradizionale misoginia che caratterizza il pensiero degli antichi ha prodotto figure femminili controverse, grandi e terribili al tempo stesso. Sono donne che, non potendo contare sulla forza fisica, utilizzano l’unica arma che è loro propria, quella a cui nessun uomo può resistere: la seduzione.

Giuseppe_Putifarre

Giuseppe e la moglie di Putifarre, Guercino – Wikipedia

La forza di queste eroine è tale che, ogni volta che un autore vi si avvicina, si scoprono altri aspetti della sua realtà, altre sfaccettature del suo carattere: ogni personaggio non può prescindere dal se stesso che l’ha preceduto, ma al contempo è qualcosa di completamente nuovo e diverso. È così che spesso nella letteratura si creano dei veri e propri leitmotiv, fili rossi che collegano generi e autori completamente diversi tra loro: la loro abilità sta nel creare personaggi nuovi e unici pur rimanendo nel solco della tradizione.

Uno di questi è il cosiddetto motivo di Putifarre o, più correttamente, della moglie di Putifarre: nella sua declinazione più semplice, esso si verifica quando una donna matura si invaghisce di un giovane e gli avanza, in modo esplicito, profferte amorose; il giovane, tuttavia, rifiuta e lei per vendetta lo accusa di aver tentato di stuprarla. Il nome del motivo deriva da un episodio biblico, raccontato nella Genesi, e riguarda appunto la moglie di Putifarre, un ricco signore d’Egitto a cui Giuseppe era stato venduto come schiavo. La donna si invaghisce del bel giovane e quasi gli ordina di unirsi a lei – «Giaciti meco!» gli ingiunge a ripetizione ogni giorno; ma Giuseppe, fedele al suo padrone che lo ha nominato amministratore di tutte le sue proprietà, rifiuta con convinzione. Fino al giorno in cui, frustrata dalla vanità dei suoi tentativi, la donna strappa la veste a Giuseppe, che fugge lasciandola tra le sue mani; e proprio questa diventa la “prova” che la moglie di Putifarre utilizza per accusare il giovane di aver tentato di stuprarla. Giuseppe viene imprigionato ma, per qualche motivo di cui la Bibbia non fa menzione, non denuncia la sua accusatrice.

L’archetipo della vicenda, in realtà, sembra risalire a un antichissimo racconto egizio, la cui vicenda è più o meno sovrapponibile a quella biblica, eccetto il fatto che il marito della donna e il giovane che ella desidera sono fratelli. La caratteristica più forte in entrambi i racconti è il tentativo di seduzione, potente e imperioso, della donna. Più esperta, spregiudicata e socialmente superiore al giovane, è lei ad essere in posizione di vantaggio, a potersi permettere delle avances che non sono fatte solo di sguardi e di gesti – come pettinarsi i lunghi capelli sciolti – ma soprattutto di parole, gridate e ripetute quasi ossessivamente. Alla seduttrice si oppone il giovane, casto e leale, caratterizzato al contrario dal silenzio: un silenzio volontario, forse motivato dal pudore, mantenuto stoicamente anche a prezzo della propria libertà.

Il nucleo della vicenda ha chiaramente come epicentro il mondo mediorientale ed è da qui che il mondo greco lo assimilò e lo fece proprio. In Grecia il motivo di Putifarre ebbe un’enorme fortuna: sarebbe impossibile elencare tutte le vicende in cui una donna, ferita dal rifiuto, si rende responsabile del (tentato) omicidio del suo amante mancato. Su tutte, basti ricordare Stenebea e Fedra.

La vicenda di Stenebea, moglie del re di Tirinto Preto e invaghita di Bellerofonte, l’eroe del cavallo alato Pegaso, è interessante soprattutto per il suo seguito. Convinto che Bellerofonte abbia cercato di usare violenza su sua moglie, Preto è però indeciso sul da farsi: il giovane è un suo ospite e, uccidendolo, commetterebbe un sacrilegio ma, d’altra parte, non può ignorare un’offesa di tale entità. Il re, dunque, risolve il problema chiedendo al suocero Iobate di ucciderlo, utilizzando uno stratagemma particolare: consegna a Bellerofonte stesso una tavoletta di legno, sulla quale è scritto che il latore della missiva dovrà essere ucciso, ma gli ordina di non leggerla per nessun motivo (questa è, peraltro, la prima testimonianza dell’uso della scrittura nel mondo greco). Il giovane ubbidisce e, grazie alla sua lealtà, si guadagna la stima di Iobate, che lo risparmia. In seguito Bellerofonte fa ritorno alla corte di Preto e Stenebea, vedendolo – forse per paura, forse per rimorso – si uccide.

Alexandre_Cabanel_Fedra

Phèdre, Alexadre Cabanel – Wikipedia

Il mito di Stenebea e Bellerofonte, che apparentemente va oltre il semplice motivo di Putifarre, introduce due elementi importanti: la parola scritta e il suicidio della donna. Entrambi elementi che si ritrovano nell’immortale storia di Fedra e Ippolito, oggetto di innumerevoli tragedie, da quella di Euripide a quella di Jean Racine. L’ombra della moglie di Putifarre è evidente, ma non potremmo essere più lontani da quella vicenda: la differenza più marcata è la dimensione assolutamente umana della figura di Fedra, non più spregiudicata seduttrice, ma donna innamorata e tormentata quasi fino alla follia. Fedra, invaghita del figliastro Ippolito, è angosciosamente divisa tra la passione per lui e l’orrore che questo sentimento le provoca (nella mentalità antica, il rapporto tra matrigna e figliastro era considerato incesto): una condizione psicologica che la dilania, al punto da farle contemplare l’idea del suicidio. Ma la sua nutrice la convince a manifestare il suo sentimento e Fedra, dopo molte resistenze e con grande angoscia, scrive una lettera ad Ippolito. Il giovane, che si è votato alla castità, rifiuta con forza esprimendo tutto il suo disprezzo per la matrigna e per le donne in generale.

È interessante notare l’abile ribaltamento della prospettiva: se prima si era portati alla solidarietà con il giovane, ora è Fedra la vittima della crudeltà del suo giovane amato; una crudeltà peraltro gratuita, dal momento che qui non c’è l’insistenza che abbiamo rilevato in precedenza, né per quanto si può capire un esplicito invito alla consumazione, ma solo la confessione di una donna innamorata. E così risulta quasi comprensibile quando Fedra, distrutta e umiliata, decide di darsi la morte, non prima di aver scritto un biglietto nel quale accusa Ippolito di averla violentata. Ma, ancora una volta, il giovane è obbligato al silenzio a causa di un giuramento sacro e deve subire la punizione decisa per lui.

Per ragioni di spazio, si può qui soltanto toccare brevemente la storia di un motivo letterario che ha avuto un’immensa fortuna in tutte le epoche e, in particolare, nella letteratura francese. Ci si è limitati qui all’epoca antica, che ha dato vita alle due figure che più spesso nel corso del tempo verranno rimodellate, cioè Fedra e la moglie di Putifarre. Basti pensare al personaggio a cui dà vita Thomas Mann nella tetralogia Giuseppe e i suoi fratelliMut-em-enet (“La sposa del deserto”), moglie onoraria dell’eunuco Putifarre, una donna con una potente vitalità, frustrata dal non poter esprimere la sua sensualità. I risolti psicologici di questo tipo di vicenda sono praticamente infiniti: agli autori è toccato, e tocca tutt’ora, scegliere quale di questi mettere in risalto.

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