L’arte medievale e la sessualità
relegata ai margini

S’i fosse foco, arderei ‘l mondo;
s’i fosse vento, lo tempestarei;
s’i fosse acqua, i’ l’annegherei; […]

Si fosse Cecco com’i’ sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

S’i fosse foco, Cecco Angiolieri 

La celebre poesia di Cecco Angiolieri ci introduce nel mondo dell’arte medievale e del suo rapporto con la rappresentazione della sessualità. In una società dove il peccato e la conseguente punizione erano motivo di vero e proprio terrore, l’arte trova la possibilità di esprimere un elemento avvertito come naturale e quotidiano, ma anche indissolubilmente legato al male.

miniatura

La visione del Medioevo come di un’epoca buia e priva di qualsiasi slancio artistico (e anche vitale) è ormai da tempo superata: gli storici hanno restituito all’Età di Mezzo, denigrata perfino nel nome, tutta la sua dignità e hanno scoperto in essa un’epoca fiorente, anche se per alcuni aspetti difficile. È però innegabile che il Medioevo, legato indissolubilmente al cristianesimo e all’applicazione della sua etica, abbia vissuto una sorta di “sessuofobia”, di cui in parte ancora oggi osserviamo l’eredità.

Le origini di essa sono nelle epistole di San Paolo, in particolare nella quinta Lettera ai Galati («La carne ha desideri opposti a quelli dello spirito e lo spirito a quelli della carne»), nonché più avanti nel tempo nel De continentia di Sant’Agostino. Concetti simili si ritrovano però anche in opere più propriamente medievali: nel De contemptu mundi di Bernardo di Cluny, ad esempio, si trova una delle più feroci invettive contro le donne e il sesso. È innegabile che la repressione della sessualità sia un tratto caratteristico del Medioevo, tanto che la reticenza dominava anche quei campi, come l’anatomia, in cui la rappresentazione fedele del corpo umano sarebbe risultata indispensabile.

Come spesso accade, dove regna la repressione, il proibito trova i modi più grotteschi per emergere, anche laddove non ce lo si sarebbe mai aspettato. Ed è così anche per la sessualità che, nonostante non potesse essere vissuta serenamente, era ben lontana dall’essere completamente assente nella vita degli uomini del Medioevo. È qualcosa che si può facilmente notare leggendo alcune delle pagine più licenziose di Boccaccio, come anche alcuni versi dell’Inferno dantesco, tanto per limitarci a due tra gli esempi più noti; ma anche nell’arte visiva, che essendo per sua natura più immediata dovrebbe anche essere la più cauta, non mancano riferimenti più o meno espliciti alla sessualità. Ed è interessante notare come, da questo punto di vista, l’arte sacra non abbia nulla da invidiare a quella profana.

Nell’ambito non religioso il posto occupato dalla rappresentazione della sessualità è il margine, che può facilmente camuffarsi e passare in secondo piano, per lo spettatore disattento (o poco malizioso) rispetto al soggetto principale. A riprova del forte legame di questo tipo di scene con la letteratura, una testimonianza preziosa arriva dalle miniature che si trovano dipinte ai margini dei codici medievali, in particolari quelli contenenti i romanzi cavallereschi. Per lo più esse raffigurano, come una sorta di fumetto, gli episodi descritti nel racconto e contengono soprattutto riferimenti scherzosi e goliardici. Un esempio di miniature di questo tipo è offerto da un codice del Roman de la Rose risalente al ‘300, che raffigura le avventure di una monachella impegnata a sedurre un uomo biondo… e il lieto fine della vicenda.

monachelle

Allontanandoci dal mondo letterario, un altro esempio di scene erotiche relegate ai margini è il celebre arazzo o, in modo più appropriato, ricamo di Bayeux. Lungo quasi 70 metri, il ricamo di Bayeux, secondo molti opera di propaganda del regime di Guglielmo il Conquistatore, raffigura le fasi più importanti della conquista normanna dell’Inghilterra; ma, in mezzo o, per meglio dire, sopra le gesta eroiche dei cavalieri si trovano anche scenette che apparentemente nulla hanno a che fare con il soggetto principale e il cui scopo era, probabilmente, creare una sorta di leggero intermezzo alla narrazione. Tra queste è particolarmente divertente la scenetta di un uomo con una evidente erezione che protende le braccia verso una donna, probabilmente invitandola a consumare un rapporto sessuale con lui; la reazione di lei è piuttosto esplicita.

Per quanto possa sembrare paradossale, nemmeno il mondo sacro era immune dalle continue incursioni nell’arte della sessualità; ciò che a noi impressiona maggiormente è che le immagini oscene comparivano proprio sugli edifici sacri, quasi si volesse ricordare ciò che si stava lasciando abbracciando la vita ascetica. Spesso le raffigurazioni comprendevano scene di peccatori puniti e l’ostentazione dei loro organi genitali aveva lo scopo pratico di far capire quale tipo di colpa essi stessero scontando. Ne è un esempio un rilievo del chiostro di San Giovanni in Laterano a Roma, che rappresenta un uomo che, gambe divaricate e organo genitale ben in vista, viene ripetutamente morso dai serpenti; la sua espressione terrorizzata basta a farci capire che si tratta di un peccatore e i serpenti alludono chiaramente al motivo della sua condanna. Ancora più esplicito è un cornicione della Cattedrale di Trani, dove una belva ha la bocca collocata tra le gambe di un uomo, che si trova rivolto a testa in giù.

rilievo

In tutte queste raffigurazioni probabilmente giocava un ruolo non indifferente anche l’ironia dell’artista stesso, che si divertiva a immaginare le situazioni più strane e le punizioni più grottesche; ma non si può negare la presenza di una certa morbosità. Il gusto e il pudore dell’epoca impedivano, come si è visto, di collocare immagini oscene in posizione centrale: così l’arte si ritira ai margini, rimane nascosta alle occhiate frettolose, vale a dire, per buona parte, alle persone più umili, che difficilmente avrebbero potuto apprezzare l’architettura di un fregio. Una plateale e divertente eccezione a questa regola arriva dall’affresco sulla parete di fondo della fontana pubblica di Massa Marittima, articolata su tre campate. L’opera, di dimensioni notevoli, sembra raffigurare apparentemente un albero rigoglioso, ma ad una seconda e più accurata si nota come quelle che dovrebbero essere foglie sono in realtà… peni!

albero peni

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Silvia Ferrari

Classe 1990, nata a Milano, laureata in Filologia, Letterature e qualcos'altro dell'Antichità (abbreviamo in "Lettere antiche"). In netto contrasto con la mia assoluta venerazione per i classici, mi piace smanettare con i PC. Spesso vincono loro, ma ci divertiamo parecchio.
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