Le sconvolgenti foto del World Press Photo esposte a Milano

In un’atmosfera surreale, lontano dal traffico della movida milanese di Porta Garibaldi, vive un piccolo tempio della fotografia: la galleria Carla Sozzani, Corso Como 10, che dal 4 Maggio fino al 2 Giugno spalanca le sue bianche finestre alla sede milanese della mostra itinerante del World Press Photo, il più celebre premio di fotogiornalismoIl WPP sta al reportage fotografico come Cannes sta al cinema: divinamente.
È dal 1955 che una giuria di esperti si ritrova ad Amsterdam con il compito di selezionare tra migliaia di foto (quest’anno ben 103˙481) lo scatto dell’anno, quello che per immediatezza e forza espressiva rappresenti uno dei momenti più significativi dei dodici mesi appena trascorsi. Le categorie sono otto, doppie: foto singole e storie. La
conditio sine qua non: le foto devono essere esposte senza alcune censura.

Presente all’inaugurazione, Femke van der Valk, la coordinatrice delle mostre del premio olandese, mi racconta, in un’intervista improvvisata, che non sa come si diventi un fotografo professionista (“You see, I’m not a photographer”), ma che chi scatta deve sforzarsi di trovare il punto di vista inaspettato, l’angolazione giusta tramite cui raccontare una storia.

È quello che ha fatto il vincitore di quest’anno, lo svedese Paul Hansen: il suo obiettivo ha immortalato i funerali di due bambini uccisi a Gaza durante un attacco missilistico israeliano. Se si osserva la fotografia con attenzione, è facile notare che tra la folla spunta un secondo apparecchio fotografico, appartenente ad un reporter che non ha avuto l’accortezza di Hansen, quella di camminare davanti al corteo funebre, ma che invece si è perso in esso. Ha perso anche (e soprattutto) lo scatto che lo avrebbe reso noto al mondo intero: Femke mi dice che sì, “It’s all about luck”, ma ci tiene a precisare che la fortuna, l’essere nel posto giusto al momento giusto, si coniuga alla tecnica impeccabile del professionista.
Eppure, sulla tecnica hanno avuto da dibattere gli appassionati del caso: Hansen ha ammesso di aver ritoccato la foto in post produzione, schiarendo angoli che altrimenti sarebbero rimasti oscuri. Il risultato è una foto quasi plastica, innaturale nella luce, che perde i chiaroscuri brutali e rumorosi di chi, dinnanzi alla tragedia della morte degli innocenti, dimentica l’esposizione perfetta e semplicemente scatta, si fa testimone di un dolore indicibile a parole. Per alcuni, i corpi inerti dei bambini ricordano la finzione odiosa delle bambole e il loro grido di vendetta si perde nelle alterazioni di Photoshop; per altri, il messaggio della foto è così forte da trascendere qualsiasi questione tecnica.

Passare da una foto all’altra significa muoversi tra Gaza, il Brasile, la Somalia e l’Iraq: come souvenir niente calamite né porcellane caratteristiche, solo corpi e sguardi lacerati di realtà che allo spettatore, coccolato tra quelle mura bianche che si affacciano su di un terrazzo fiorito, non potrebbero apparire più lontane. Ecco lo scopo dell’iniziativa: sensibilizzare, rendere visibile una quotidianità di morte e sangue, di lacrime e bombe, che è viva, non fossilizzata nei libri di storia.

In pochi sanno restare in silenzio dinnanzi ai volti di madre e figlia sfigurate dall’acido gettato loro addosso da un padre-marito ingiustificabile. Non si trovano parole per commentare gli occhi penetranti, cerchiati da un eyeliner vistoso, di una madre di tre figli che si prostituisce dall’età di diciotto anni. Si racconta del tempo ballerino, dei figli che proprio non ne volevano sapere di fare i compiti quella mattina, ma lo spazio bianco generato dalla violenza non osa riempirlo nessuno. E’ l’immagine che, coraggiosamente, si fa avanti ed esprime un senso che vive e respira indipendentemente dalla fragilità delle parole. Le foto chiedono  di esistere, di essere guardate, di farsi specchio di una realtà diversa; ma chiedono anche di poter guardare, di toccare occhi, cuore, testa di chi guarda, di scuoterci per il bavero e di strapparci qualche respiro perché dinnanzi alla morte, dinnanzi al dolore, non c’è jeans, non c’è borsa che tenga: siamo tutti, inevitabilmente e finalmente, uguali.

Alessandra Di Nunno

Redazione
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