Little dark age, il ritorno degli MGMT

Sono passati undici anni dall’uscita di Oracular Spectacular, clamoroso disco d’esordio del duo composto da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser. I successivi Congratulations e MGMT, sono stati album più psichedelici, meno pop, che ci hanno indotto a considerare un probabile cambiamento di rotta da parte del duo. Ora, a cinque anni di distanza dall’ultimo lavoro, gli MGMT tornano con il nuovo Little dark age, che sembra volerci dire che in realtà non avevamo capito nulla.

Un disco lunatico d’altri tempi

Facciamo un passo indietro. Nel 2007 inizia la storia di un duo che fa musica comunemente ritenuta strana, i due ottengono successo grazie a tre singoli piuttosto pop, Time to Pretend, Electric Feel e Kids. Con il solo album d’esordio, il duo sente che la situazione sta già sfuggendo di mano perché, diciamocelo, il pop è tutto tranne ciò che gli MGMT volevano essere. I due stanno diventando proprio quelle celebrità che le loro canzoni cercavano di deridere, ecco che allora cercano di rimediare chiarendo il loro totale disinteresse nello scrivere una qualsiasi hit, con l’uscita di due album comunemente ritenuti ancora più strani, che puntano su toni psichedelici difficili per evitare di scrivere brani troppo orecchiabili. A questo punto i fan occasionali cedono, le aspettative commerciali si infrangono e finalmente il duo può optare per un synth-pop diverso, che proprio non vuole restare al passo con i cambiamenti dell’indie dell’ultimo decennio. Little Dark Age, infatti, è evidentemente più radicato nel pop elettronico, quello mainstream sì, ma della metà degli anni ’80.

Little dark age

Fonte: www.axs.com

Il disco si compone di 10 tracce, nostalgici brani indie-electro-pop sulle incertezze e le assurdità della vita contemporanea, un lavoro lunatico, ambiguo, che non ci permette di arrivare alla fonte del malessere che lo avvolge, anche perché i testi di VanWyngarden sono spesso impenetrabili. In Little dark age tira un’aria di cambiamento difficile da inquadrare, si tratta di un disco contraddittorio, e tutto ci spinge a pensare che l’intento fosse proprio questo.

Le tracce

She works out to much – Traccia di apertura che è anche uno dei migliori brani dell’album, che sia perché il marchio di fabbrica MGMT è quasi irriconoscibile? Musicalmente è qualcosa che disorienta solo al primo ascolto, forse a causa di quel groove iniziale che ricorda i Gorillaz. Qui si parla di iscrizioni in palestra e compaiono voci di personal trainer, il tutto è inspiegabilmente più divertente di quel che dovrebbe essere.

Little dark ageTitle track che risuona in tutto il suo synth-heavy. L’intro è un biglietto di sola andata per un viaggio in quel pop “lunare e spaziale”, lanciato verso un ritornello angosciante.

When you die – Il video è quasi migliore della traccia, che è comunque un notevole esempio della capacità di fondere la psichedelia più tenue alla piacevolezza di un ritornello che dice «go fuck yourself».

Me and Michael – Una dolce ballata synth-pop più che riuscita, nella quale il duo sembra sentirsi particolarmente a suo agio.

TSLAMP – Sta per “tempo trascorso a guardare il mio telefono”. Sì, c’è un brano sulla dipendenza da Internet in questo disco. Bizzarro? Neanche troppo.

James – Una delle perle dell’album, vale la pena concederle un ascolto. È una traccia che conquista con i suoi suoni vaporosi e che si racconta sul tappeto creato dalle voci, ovattate e bassissime.

Days that got away – L’unico brano quasi interamente strumentale del disco, non abbastanza coinvolgente, una melodia anonima, non all’altezza.

One thing left to try – Richiama la più classica delle ballad anni ’80. Con dei bassi che molleggiano trionfanti, è un probabile omaggio a quegli anni pieni di glitter.

When you’re small – Un’altra ballad, con un testo che incuriosisce e suoni che sanno di astronavi lentissime dirette verso galassie lontanissime.

Hand it over – Riecheggia Congratulations, title track del loro secondo album, inutile dire che è l’unica traccia di Little dark age a suonare come i vecchi MGMT. È una canzone in difficoltà, nel senso che si trova a dover chiudere il disco pur essendo rappresentativa di quanto sia complicato trovare la propria identità artistica e riuscire a trasmetterla in maniera precisa.

Che cos’è MGMT?

Domanda legittima con risposta poco scontata. È semplice dire che si tratta di un duo combattuto tra la naturale eccentricità e l’ambizione di rimanere artisti per pochi, un duo che non ha la possibilità di piacere a tutti (come del resto l’intero mondo indie), ma che non ha nemmeno il desiderio di farlo. Dall’altro lato, il problema sta nello stabilire cosa sia il vero MGMT, che nel corso della sua storia artistica ha fatto spesso fatica a trovare la giusta frattura nella musica per poter uscire.

Little dark age

Fonte: thissongissick.com

Se con questo quarto album pensavamo di esserci quantomeno chiariti le idee, niente paura, il gruppo è pronto a confonderle di nuovo: in una recente intervista a Rolling Stone, il duo ha raccontato di voler creare «installazioni artistiche e paesaggi musicali» invece di scrivere canzoni, oppure di limitarsi ad altro: «mi piacerebbe stare da solo nel mio attico a mettere qualcosa su YouTube», ha detto VanWyngarden.

Impossibile fare ipotesi su cosa possa passare per le loro teste, ma per il momento questo Little dark age segna un chiaro cambiamento di approccio alla produzione in generale, dai testi ai suoni, che ricercano un equilibrio tra gli eccessi psichedelici e il pop accidentale tipico degli MGMT.

 

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Classe 1998, studia Filosofia all’Università di Verona, ma nutre un amore spassionato anche per la letteratura, la musica e la natura. Ha un debole per le cose complicate e perde spesso la testa per inseguire tutto quello che non comprende, innamorandosene. Tutti i suoi nodi si sciolgono quando scrive, va a cavallo, viaggia.