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“Medio Occidente”: una conversazione
sulla crisi dell’Occidente
alla Fiera delle Parole

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6 minuti di lettura

Padova ospita in questi giorni (6 – 11 ottobre) la Fiera delle parole, festival letterario che trasforma la città di Giotto e di Galileo Galilei in un campo di aggregazione aperto a tutti, seminandolo con più di 170 incontri fra piazze, scuole, librerie, biblioteche e palazzi storici come il Palazzo della Ragione o il Caffè Pedrocchi. Alle 19.30 di martedì 7 si è tenuta nella Sala anziani del Palazzo Moroni – sede del Comune padovano – una conversazione sul romanzo Medio Occidente (Il Sirente, 2014) fra l’autore Beppe Chiuppani ed Emanuele Zinato, docente di letteratura italiana contemporanea all’Università di Padova, nonché collaboratore di alcuni dei più rilevanti luoghi umanistici del dibattito letterario – come AllegoriaLe parole e le coseIl verri . Non è stata una semplice presentazione, anzi, all’architettura narrativa del libro si è solo accennato: l’incontro, semmai, ha prodotto riflessioni di carattere sociale, oscillando dalla teoria del ruolo odierno della letteratura alla realtà della crisi dell’identità occidentale.

Fonte: sirente.it
Fonte: sirente.it

Medio Occidente è la storia di Faruq, che fugge dalla sua Damasco vittima della guerra civile siriana, e di Agata, proveniente da una famiglia della Padova bene arricchitasi in modo equivoco. L’incontro fra i due giovani – l’uno alla ricerca di un futuro più democratico, l’altra del passato nebbioso della sua terra d’origine – simboleggia l’incontro fra due nature, due identità culturali. Ed ecco che viene alla luce l’idea che Chiuppiani ha dell’attività letteraria: «Quando mi chiedono di cosa parli il mio libro, io rimango interdetto. Non so di cosa parli. Perché i libri non sono oggetti pieni: aprono spazi fra pubblico e autore, devono essere attraversati e non semplicemente raccontati». Le parole di Chiuppani accompagnano la prima questione della conversazione: che senso ha scrivere, in un’epoca che marginalizza merceologicamente la letteratura? «Il desiderio di letteratura c’è, e più di quello che sembra. Oggi vogliamo possedere il racconto, in un’ansia da identificazione» risponde lo scrittore vicentino, rifiutando, però, l’assunzione del libro come oggetto da possedere, o come oggetto rassicurante. Parla di piacere perverso della lettura. La soddisfazione di un desiderio, cioè, che non si esaurisce nell’intrattenimento – si pensi al dilagare dello storytelling – e che, grazie alla sua complessità, conduce ad acquisizioni cognitive. Proprio per la densità teorica covata nello stomaco di Medio Occidente, i protagonisti non sono solo due amanti desiderosi, ma anche due menti pensanti. Faruq è la cosiddetta maggioranza silenziosa del mondo arabo, quella non fondamentalista, che ammira i valori fondati dell’Occidente. È il popolo di migranti che, una volta aperte le porte dell’Europa, non trova nulla, sperimentando l’impatto con una non-identità europea. 

Agata, invece, è una finestra aperta sullo svuotamento della nostra società. Nel libro non è la crisi economica ad essere sviscerata. Sebbene sia un testo al confine tra saggio e romanzo, infatti, esso indaga sull’assenza di un progetto di Europa. Questo è il vero dramma che aleggia sulla Pianura del Nordest, questa la delusione conosciuta da Faruq. Ma dove nasce la possibilità di raccontare un viaggio verso l’Europa (e dentro la stessa, nel Veneto) e allo stesso tempo fuori dall’Europa? Innanzitutto, dall’ibridazione tipica della forma romanzo, che permette la contaminazione tra finzione e saggismo: da questa caratteristica ne deriva la sua dimensione universale, ciò che la fa sopravvivere nonostante la progressiva marginalizzazione. In secondo luogo, dalla biografia dello scrittore. Sulla scia degli studi svolti nell’accademia statunitense, Beppi Chiuppani ha sviluppato le tematiche post-colonialiste portandole in uno spazio potenzialmente aperto a tutti.

Infine, c’è una tensione morale in Medio Occidente. Attenzione: ciò non significa che nelle sue pagine, tramite un preciso metodo di giudizio, vengano sottolineati vizi e virtù di questo o di quel polo culturale. In tal caso, non avrebbe senso chiamarlo “romanzo sociale” ma, semplicemente, “processo in tribunale”. Insomma, in una società che impacchetta l’Io come fosse un’entità autonoma sarebbe imperdonabile, da parte di un libro, schedare buoni e cattivi. Medio Occidente, al contrario, identifica il lettore con Faruq e con Agata, l’autore con il lettore, muovendosi limpidamente tra le macerie di Damasco e i capannoni veneti, e riempiendo con un po’ di letteratura quel vuoto identitario che stiamo vivendo negli anni.

Andrea Piasentini

sirente.it
Fonte: sirente.it

 

 

 

 

 

Redazione

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