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Meritocrazia: tra luci e ombre l’ideologia del XXI secolo

7 minuti di lettura

di Susanna Causarano

Cos’è la meritocrazia? Un sogno, forse. Per il Vocabolario Treccani la meritocrazia «è una concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e specialmente le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro»; inoltre: «il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’ assegnazione dei posti di responsabili». Già nella definizione è emergono alcune problematiche: chi merita? Certamente chi per natura è dotato parte avvantaggiato, seppure debba in ogni caso impegnarsi nello studio e nella professione, per essere giustamente considerato “persona che merita”. Nella società odierna merita chi studia con profitto, chi conosce e parla correntemente tre o quattro lingue, chi ha viaggiato e conosce il mondo, chi si presenta propositivo e positivo e invoglia l’intervistatore di un colloquio lavorativo ad assumerlo, oltre chi è provvisto di un cosiddetto “curriculum invidiabile”. Allettante. Ma chi non merita è da considerarsi scarto della società? Inutile, inutilizzabile, non spendibile?

meritocrazia

Nel 1958 il sociologo inglese Michael Young pubblicò un interessante saggio intitolato The rise of meritocracy. In questo saggio fantasociologico, Young traccia un distopico futuro dell’Inghilterra, partendo dal 1958 al 2033. Molti politici, britannici e non, (uno su tutti Tony Blair) citeranno, nella loro battaglia propagandistica a favore della meritocrazia, l’opera del sociologo, omettendo però un particolare: per Young la meritocrazia ha una connotazione totalmente negativa, tanto da definirla un inganno ben congegnato, apparentemente inattaccabile, ma subdolamente iniquo. Nell’efficiente Gran Bretagna, il valore che orienterà le scelte sarà il merito, di cui Young formula addirittura un’equazione M=Iq+E; M per merito, Iq per quoziente intellettivo, E per sforzo. L’avvento della meritocrazia porta con sé un radicale rimodellamento della società. Vengono investiti molti soldi nella scuola e nel liceo, luoghi formativi delle future classi dirigenti. Lo scopo sarà quello di separare intelligenti e stupidi (scelti sulla base di test e verifiche), permettendo così ai figli dei poveri più dotati di iniziare la propria scalata sociale e costringendo i pochi figli stupidi dei ricchi a trovare qualcosa di più adatto che far parte della classe dirigente inglese. Young prevede che a ridosso del 2020, scienza e psicologia saranno talmente avanzate da permettere una selezione basata sulla misurazione del quoziente intellettivo, già dall’età di tre anni. Non mancheranno le continue prove sul lavoro, che perdureranno per tutta la carriera e permetteranno revisioni o avanzamenti di carriera, in qualsiasi momento o età, in base ai risultati ottenuti ai test. In terzo luogo la meritocrazia si farà strada in Parlamento dove la Camera dei Lords, che tradizionalmente ospitava a vita i membri dell’aristocrazia, ospiterà i quozienti intellettivi più alti del paese, nominati dal Ministero dell’istruzione. Ciò determinerà definitivamente la fine della democrazia e la creazione di un’élite dal dovere di ascoltare le istanze di una massa di stupidi. Stupidi provati scientificamente, sia chiaro. Ora le differenze di potere e ricchezza, potranno finalmente trovare una spiegazione razionale e scientifica, in quanto i posti di potere non saranno più soltanto occupati dai “figli di”, ma da persone geniali e meritevoli. Una vera e propria dittatura dei cervelloni, che verrà soverchiata  dalle donne, uniche a rendersi conto che le classi più povere sono state private di intelligenza e capacità di organizzazione e che scenderanno in piazza contro i vecchi laburisti, nel 2033. Ci saranno spargimenti di sangue, ma la democrazia sarà vendicata.

Michael Young

Ora, è evidente che la propaganda politica si guarda bene dal citare questo saggio nella sua interezza e si limita ad elogiarlo basandosi sul titolo, che appare luminosamente progressista; è però facilmente riscontrabile che gli alfieri della meritocrazia, sono spesso individui che non necessitano assolutamente di essa, in quanto già ricchi, ben inseriti e in grado di condurre studi in università prestigiose. Non bisogna fraintendere: nessuno auspica un mondo di fannulloni o è felice di mantenere la società nepotista e clientelare, ma non è nemmeno accettabile l’instaurazione di metodi valutativi, come unico criterio volto a stabilire chi può o non può farsi strada nel mondo. Significherebbe infatti, ridurre l’uomo ad un numero, mentre l’uomo è un essere in continua evoluzione e anche il meno dotato ha il diritto di vivere in una società realmente meritocratica, che riconosca il suo impegno, ove sia presente ovviamente, e gli permetta di godere i frutti del suo sforzo. Non è forse tragicamente iniqua una società che dà una possibilità ai più dotati, seppur poveri, e non ai meno dotati, ma non per questo sprovvisti di tanta buona volontà? Non è forse tanto più simile ai totalitarismi, questa società di governanti invasati, inschiodabili dal loro posto (poiché messi là per la loro immensa intelligenza e superiorità), anziché simile ad una società illuminata dove tutti trovano il proprio posto, che è commisurato alle loro doti e potenzialità e che non crea una cospicua percentuale di “scarti”. Si impone una riflessione.

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Redazione

Frammenti Rivista nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti Rivista è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.

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