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Da Milano a Bruxelles:
ora e sempre Resistenza!

11 minuti di lettura

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Arriviamo a questo 25 aprile sotto il fragore degli urli dell’estrema destra austriaca, che gioisce per la vittoria del Partito della Libertà di Norbert Hofer. Arriviamo frastornati da più di sei anni di crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’Europa e la sua leadership. Una guida, quella dei partiti di massa socialdemocratici e popolari, che ha mostrato tutta la sua incapacità nel far fronte alle sfide della contemporaneità e ha preferito cedere alla pancia dei propri elettori. Una pancia guidata però abilmente dalla retorica della destra neofascista e neonazista e che ben poco si è curata delle pseudo-iniziative dei partiti tradizionali.

Si è detto più volte che il Belgio è il simbolo di un’Europa divisa e incapace di far fronte alle difficoltà, ma è forse più corretto guardare ai nostri vicini austriaci per misurare il termometro politico dell’Unione. Partiti che hanno guidato la rinascita dell’Occidente europeo dopo la fine del Secondo Conflitto mondiale per oltre settant’anni hanno preferito costruire muri al Brennero, rifiutare i piani di condivisione dei migranti che arrivano dalla rotta mediterranea, attaccare le politiche tedesche di accoglienza, fare alleanze con i nuovi entrati paesi dell’Est, pur di raccogliere consensi. Consensi che però non sono arrivati e il risultato delle elezioni di ieri lo dimostrano con chiarezza, laddove socialdemocratici e popolari raccolgono insieme a mala pena il 20% di un elettorato ormai confuso.

Ma è un trend in espansione costante: iniziato con le elezioni regionali francesi dove, nonostante i risultati del secondo turno, la destra di Marine Le Pen ha dimostrato di saper cavalcare con forza la paura del dopo stragi di Charlie Hebdo e del Bataclan, e, soprattutto, è stata in grado di cavalcare l’insicurezza di un partito socialista che ormai ha nel suo presidente, François Hollande, la rappresentazione per eccellenza: un leader senza forza, senza idee e convinto di recuperare consensi stravolgendo la Costituzione, invocando alla guerra e alla priorità della sicurezza nazionale.

Tanto più la crisi si acuisce tanto più socialisti e popolari si piegano alle istanze e alle grida insopportabili delle nuove destre e dei nuovi fascismi. La degenerazione democratica dell’Ungheria, da anni, sembra non fare più notizia e l’ascesa del PiS (Diritto e Giustizia) di Andrej Duda e Beata Szydlo in Polonia sono ormai una realtà consolidata. Potremmo proseguire in questo lungo elenco di partiti e movimenti neofascisti che ormai accompagnano la vita quotidiana dei cittadini europei, citando, ad esempio, l’Afd (Alternative für Deutschland) in Germania, Alba Dorata in Grecia, Forza Nuova e Casa Pound in Italia (sulla Lega Nord crediamo il discorso sia più complesso e sarebbe una generalizzazione indebita accostare il partito di Matteo Salvini a una destra neofascista e neonazista), ma si rischierebbe di perdere la visione di insieme e ridurre il tutto a un breve sussulto irrazionale di disapprovazione di fronte a lunghi e semplici elenchi di nomi e fatti.

Per capire i rischi che le recenti tendenze portano seco, è necessario fare, come direbbe Umberto Eco, il passo del gambero, andare indietro nel passato e cercare le analogie e le differenze con quanto si è già verificato. Si farebbero scoperte interessanti: si troverebbe, ad esempio, che allora come oggi l’Europa stava vivendo una profonda crisi economica che aveva portato alla morte il progetto della Società delle Nazioni, la prima organizzazione intergovernativa nata a seguito dei trattati di pace di Parigi per garantire il benessere delle nazioni; si scoprirebbe che allora come oggi, i partiti tradizionali non seppero cogliere la pericolosità del fascismo e del nazismo e preferirono la politica del containment e dell’accettazione delle nuove forze, dalle quali sarebbero stati travolti a breve; ci accorgeremmo che allora come oggi quello che dominava nel vecchio continente era una sentimento di ottuso odio reciproco, un desiderio di autonomia e affermazione dei propri valori sciovinisti per nascondere la reale impotenza di fronte ai problemi economico-sociali; si scoprirebbe che allora come oggi le diseguaglianze sociali dilaniavano il vecchio continente portando le famiglie della media borghesia al disastro economico; troveremmo che allora come oggi alla retorica della paura del nemico esterno si rispondeva con la chiusura dei confini, con il proibizionismo e le aspirazioni autarchiche; ci renderemmo conto che allora come oggi lo Stato di diritto veniva smantellato e i cittadini privati dei diritti acquisiti nei primi anni di battaglie; ci imbatteremmo allora come oggi in fenomeni di non riconoscimento del diverso, di rifiuto dell’integrazione e di accettazione dell’altro; apriremmo gli occhi e vedremmo allora il disprezzo delle idee politiche, della razza, degli orientamenti sessuali, dei credo religiosi e delle idee morali altrui. Il fascismo in Italia, il nazismo in Germania e altre forme di estrema destra xenofoba e nazionalista furono solo l’epilogo di movimenti che già in tempi democratici facevano presagire che la situazione sarebbe volta al peggio.

Quando ce ne si accorse era già troppo tardi e ci volle una guerra mondiale, anni di lotte partigiane per smantellare un sistema di dominio e non riconoscimento perché gli italiani e gli europei riuscirono a liberarsi dal dominio nazifascismo. Oggigiorno, siamo abituati all’idea che lo Stato democratico di diritto sarà per sempre e ci garantirà in ogni dove e comunque i principi della nostra democrazia da qualsiasi forma di sopraffazione. Eppure la storia ci dimostra qualcos’altro: se non vogliamo finire soggetti ad un sistema totalitario e fascista è quanto mai necessario guardarsi bene da ogni forma di dominio e non riconoscimento.

Ed è per questo che il 25 aprile 1945, quando Milano fu liberata e il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) diede l’ordine di insorgere in tutti i territori occupati ancora dalle milizie naziste, non potrà essere relegato a un simbolo da antiquariato, ma si afferma con forza come simbolo di un’idea di società democratica alla cui base ci sono i principi di non-dominio e riconoscimento reciproco. Pensare la resistenza a 71 anni di distanza non è certo operazione semplice e, se non si vuole compiere, come direbbe Carlo Sini, un errore retrogrado del vero al contrario, ossia usare categorie del passato per il presente, è necessario pensare a nuove categorie alla luce delle nuove condizioni storiche. In tal senso, anche la resistenza va intesa in modo più complesso, riadattandola alle nuove forme di coercizione che si manifestano e si verificano al giorno d’oggi e che non si riducono necessariamente alla coercizione fisica esercitata dai regimi nazionali e territoriali. Al contrario, è indispensabile pensare ad una resistenza transnazionale che metta insieme tutti coloro che vengono colpiti da forme di dominio che, in un mondo globalizzato, sono cross-nazionali.

In questo senso emerge con ancora maggiore chiarezza l’importanza del canale europeo come mezzo per combattere attivamente contro ogni forma di dominio e di non riconoscimento dell’altro. In tal senso, i segnali che ci giungono da Bruxelles e Strasburgo sono contrastanti e si passa dall’entusiasmo per la decisione del Parlamento europeo di ammonire la Polonia per non avere rispettato i principi democratici costituzionali, direttamente all’approvazione da parte del PE stesso di un finanziamento di circa 600 mila euro alle formazioni neonaziste, riunitesi tutte nel neo-gruppo di neonazisti, intorno alla non poco sospetta figura del fascista italiano Roberto Fiore. Eppure questa costante alternanza e di profonda incertezza e mancanza di leadership indeboliscono ancora di più le istituzioni democratiche e ci obbligano a stare ogni giorno in allerta e in barricata, per evitare che si manifestino forme di dominio o discriminazione.

Non sappiamo dire cosa accadrà nei prossimi anni e se realmente si arriverà ad un’altra guerra. Quello che è certo però è che, a prescindere da quando e dove, questa resistenza non potrà che passare per la nuova dimensione transnazionale. Solo così infatti ci sarà possibile tutti insieme silenziare con gentilezza le parole xenofobe e razziste delle nuove destre, cantare Bella Ciao, suonare Fischia il Vento e tutti insieme gridare:

Ora e sempre resistenza!

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Francesco Corti

Dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e collaboratore dell'eurodeputato Luigi Morgano. Mi interesso di teorie della democrazia, Unione Europea e politiche sociali nazionali e dell'Unione. Attivo politicamente nel PD dalla fondazione. Ho studiato e lavorato in Germania e in Belgio.

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