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Mustafa Kemal Atatürk: storia di un «giovane turco»

Alle nove e cinque di un rannuvolato giovedì mattina, nelle lussureggianti sale rococò del Palazzo Dolmabahçe, primo edificio in stile europeo di Istanbul, Mustafa Kemal, ingiallito dall'itterizia, giace su una coperta di raso cremisi con la mezzaluna ottomana. È il 10 novembre 1938, la Turchia intera piange il padre della nazione ed eroe della Repubblica.

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Il giovane turco

Mustafa Kemal, passato poi alla storia come Atatürk, nasce a Salonicco, nella Rumelia ottomana – l’antica Tessalonica di noi latini, fondata dal Re di Macedonia Cassandro – il 19 maggio del 1881, al calar del sole dell’impero dei sultani, figlio di un ufficiale di medio rango dell’esercito e commerciante di legnami e di una casalinga. I primi tre figli della coppia morirono di difterite nei primi anni di età; Mustafa è il più vecchio dei figli nati al termine della sequenza di lutti, rinnovata tuttavia nel 1901 dalla morte di tubercolosi della più piccola delle due sorelle. La forte componente ebraica di Tessalonica ha suscitato il sospetto che la famiglia discendesse da un clan di dunmeh – i cripto-giudei seguaci del cabalista Sabbatai Zevi “convertiti” all’Islam – benché oggi la storiografia abbia marginalizzato i quesiti sulla sua genealogia a speculazioni promosse dai suoi detrattori, favorita dalla carnagione chiara, i capelli biondi e l’iride azzurro ghiaccio. La famiglia è certamente povera, dunque, Mustafa Kemal viene presto avviato alla carriera militare e dislocato a Damasco, dove raggiunge il grado di tenente. Aderisce quasi immediatamente alla società segreta Vatan ve Hürriyet, «Patria e Libertà», plasmata sul modello della carboneria e delle sette francesi giacobineggianti e anti-bonapartiste di Adelfi e Filadelfi, sulla spinta non dichiarata della Società degli Amici – Filikì Eterìa – degli indipendentisti greci.

La congregazione di ufficiali ha lo scopo di promuovere un garbato riformismo istituzionale in opposizione alla ritrosia e allo spirito reazionario del sultano e padiscià Abdul Hamid II. Il sultano è impegnato nelle fasi conclusive dell’ondata di persecuzioni note come massacri hamidiani, il prodromo non meno incruento del successivo genocidio armeno. Come dimostrerà la storia del padre della nazione e del popolo armeno, il trattamento delle minoranze etniche e religiose diventerà uno dei principali fattori di continuità col defunto Impero ottomano. Al termine dell’undicesimo conflitto turco-russo, lo zar Nicola Romanov entra trionfante a Tarnovo, ponendo termine a quasi cinquecento anni di dominio ottomano. Gli armeni ortodossi, ispirati dai nuovi paladini russi della cristianità, cominciano a chiedere l’attuazione delle riforme promesse al tavolo dei negoziati di Berlino e le istanze presto degenerarono in sommosse. La reazione del sultano è immediata e sanguinaria. L’invenzione del telegrafo nel 1890 permette una diffusione delle notizie senza precedenti, l’entità dei massacri e delle impiccagioni di massa ad Erzerum investono l’opinione pubblica occidentale. La presa della Banca ottomana da parte della Federazione rivoluzionaria armena nel 1914 spinge il sultano Mehmet V a ordinare un pogrom che porta alla morte di oltre seimila armeni di Costantinopoli.

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Nei ranghi dell’esercito, il proselitismo del Comitato di Unione e Progresso, la riunione di ufficiali e burocrati che condividono aspirazioni costituzionali, successivamente noto in occidente con l’appellativo di Giovani turchi – in continuità coi mazziniani della Giovine Italia – è al suo apice. La rivoluzione dei Giovani turchi viene attuata con successo nel 1908, quando gli ufficiali riescono a costringere il sultano Abdulhamid II a ripristinare la già desueta costituzione del 1876. Ma il movimento non si arresta, chiede a gran voce l’abbandono dell’autocrazia, un’adeguata modernizzazione di un esercito ancora modellato su paradigmi feudali, il passaggio ad una monarchia costituzionale e la creazione di una macchina burocratica che permetta una più efficiente centralizzazione. Il risultato indiretto ma più immediato di tali iniziative furono le spinte indipendentiste interne di armeni, assiri e greci del Ponto, che i Giovani turchi stroncheranno nel sangue di tre genocidi distinti. Nello stesso momento, l’Austria-Ungheria occupa la Bosnia, la Bulgaria annette la Rumelia orientale, il presidio ottomano di Creta non è in grado di sedare la rivolta e anche l’isola passa in mano greca.

È l’inizio della Grande Guerra. Mustafa Kemal Bey – titolo corrispondente a signore – mostra tutta la sua intelligenza sul fronte di Gallipoli per tutto l’anno successivo, fermando lo sbarco australiano e neozelandese nei Dardanelli. Il veterano ha già mostrato il suo valore in combattimento sopravvivendo alle ferite subite dai moschetti italiani in Tripolitania, durante la guerra italo-turca di Giolitti. Viene successivamente trasferito nel Caucaso; grazie alle riconquiste di Mus e Bitlis, viene promosso Pascià il primo aprile del 1916, per poi venir dislocato in Palestina, dove assiste impotente alla catastrofe di Megiddo.

L’armistizio e l’occupazione dell’Anatolia non segnano la fine della guerra nella Sublime Porta. Un nuovo nazionalismo è alle porte, si diffonde un nuovo sovranismo che vede nel matrimonio tra identità nazionale e modernizzazione occidentale l’unica possibilità di resurrezione da quasi due secoli di stenti. Nel 1919 diviene leader del Movimento Nazionale Turco, un congresso di ufficiali eterogeneo ma determinato, deciso a rivoluzionare completamente il paese. Lo stato turco, di fatto, è del tutto assente quando Kemal Pascià viene eletto Primo ministro per la prima volta. Un contingente greco, nel frattempo, è sbarcato a Smirne, deciso a recuperare la Tracia e le sponde greche dell’Anatolia. Due anni dopo, l’incendio di Smirne operato da Nureddin Pascià e la Catastrofe dell’Asia Minore, con la morte di centomila greci del Ponto, marchieranno il primo nero stigma nella vita di Atatürk. Il secondo, presumibilmente.

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La repressione del nazionalismo armeno, la quasi cancellazione degli assiri e la pressoché totale fuga e deportazione dei greci del Ponto, insieme alla strenua resistenza contro il contingente francese in Cilicia, crebbero il prestigio dei nazionalisti turchi in modo ormai del tutto incontenibile, per la vecchia aristocrazia ottomana. Il primo novembre 1922 il sultano viene abolito e il trentaseiesimo sovrano ottomano rassegna le dimissioni appena prima di venire imbarcato su una nave britannica verso Malta, luogo d’esilio concordato, insieme a centocinquanta personae non gratae, portando con sé la carica di centesimo califfo dell’Islam. Mustafa Kemal, primo presidente della Grande assemblea nazionale della Turchia, passa, da artefice del crollo e della transizione, a condottiero della nuova nazione.

Lo stampo occidentalista delle riforme è presto evidente nella manifesta avversione verso il clero musulmano, nella laicizzazione dello stato attuata mediante il controllo delle istituzioni religiose. Abolisce il califfato e dichiara una, seppur più politica che sociale, parità dei sessi, istituisce il suffragio universale e proibisce l’utilizzo del velo nei locali pubblici. Istituisce il riposo domenicale, adotta il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale, l’alfabeto latino e proibisce l’uso di fez e turbante – norma scarsamente applicata al di fuori dei grandi centri urbani – come pure la barba e i baffi alla turca per i dipendenti pubblici. Atatürk non ha quasi mai espresso opinioni personali circa il suo rapporto con la confessione; nonostante l’educazione musulmana condusse un’esistenza perlopiù irreligiosa, ai limiti dell’ateismo. Politicamente, una repubblica neonata è una repubblica fragile.

La Marcia su Istanbul nel 1919 fornirà il paradigma di riferimento per i movimenti fascisti o fascisteggianti dell’Europa occidentale, garantendogli la stima incondizionata di Benito Mussolini che, negli anni dell’«assalto a L’Avanti» qualcuno ribattezza goliardicamente «il Mustafa Kemal di Milano». Istituisce un sistema autoritario e repressivo monopartitico, sopravvissuto con alterna determinazione, tra un colpo di stato e una promessa democratica, fino ai giorni nostri. Pone l’esercito turco a custodia della Costituzione, pretesto giuridico sfruttato nei decenni a venire da una sequela nutritissima di generali golpisti. La Turchia moderna abbandona progressivamente la questione armena con la fine della guerra, quando l’istituzione della RSS Armena la porta definitivamente sotto il cappello protettore di Mosca. Ma non si ferma la caccia alla minoranza curda, che, anzi, subisce svariati rigurgiti che scoppieranno in una mai sopita guerra civile. A dispetto del plurisecolare conflitto con i cesari rivali, gli zar di Russia, o, forse, proprio grazie al loro ricordo, per la prima volta la Turchia attua una politica di buon vicinato con Mosca, anche in virtù della riconoscenza e degli aiuti economici elargiti da Stalin durante gli anni della Rivoluzione d’Ottobre. 

Mustafa Kemal Atatürk
Mustafa Kemal Atatürk nel 1921

Il lascito di Mustafa Kemal Atatürk: il padre dei turchi

Il 10 novembre, tutti gli orologi del Palazzo Dolmabahçe vengono fermati alle ore 9:05 del mattino. Le lancette nella stanza di Ataturk sono ancora ferme all’ora del suo decesso. L’intera nazione scende in strada a piangere l’artefice della rinascita, l’uomo che ha spalancato i bastioni decrepiti della Sublime Porta all’arrivo del futuro. Il costituzionalismo, principio alla base della corrente politica oggi nota come kemalismo, non salverà il Partito Popolare Repubblicano dal divenire archetipo per il più bieco populismo europeo, oltre che modello di moderna autorità per i fascismi oltre il Bosforo.

Non è un caso che Mustafa Kemal Pascià sia spirato nelle sale barocche e rococò del palazzo più grande di Istanbul. Costruito nel tardo Ottocento per volere di Abdulmecid I sulla riva occidentale del Bosforo, affacciato verso Scutari, stanco delle scomode antichità medievali del Palazzo di Topkapi, a sua volta eretto per assicurarsi un nuovo centro di potere, distinto dal Gran Palazzo bizantino.

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Giacomo Cavaliere

Giacomo Cavaliere è nato a Torino il 16 luglio 1995 ed è studente della facoltà di Storia presso l'Università Statale di Milano. In passato si è occupato di esposizioni collettive e personali d'arte contemporanea, sia in qualità di curatore e organizzatore che di autore di critiche e recensioni per conto di artisti, spazi espositivi e gallerie. Attività che continua tutt'oggi a svolgere, principalmente tra Novara, Milano e Torino. Oggi, è autore di racconti di vario genere e tematiche, segnati da continue interazioni tra eventi realmente accaduti e personaggi di finzione o viceversa, manipolandoli in scenari di “contro-fattualità”. Alcuni racconti sono apparsi su l'inquieto, Bomarscé Malgrado le mosche e Sulla quarta corda, altri tre dovrebbero essere di prossima pubblicazione su altrettante riviste. Attualmente è editor presso la redazione di Light Magazine.

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