«Myopia»: ricercatezza e innovazione nel pop neoclassico di Agnes Obel

È difficile etichettare il genere di Agnes Obel. È sperimentazione di suoni, contaminazioni tra la musica classica, con l’uso di pianoforte, celesta, archi e violoncello, e le sonorità più moderne, elettroniche, col gioco dei sintetizzatori. È sapienza nell’utilizzo della voce, vero e proprio strumento, in grado di creare atmosfere sofisticate, a volte spettrali. È raffinatezza melodica, è perfetta armonia nelle sue canzoni intimiste e nostalgiche.

Queste le caratteristiche principali di Myopia, il quarto disco dell’artista pubblicato il 21 febbraio scorso, a quasi dieci anni di distanza dal suo esordio con Philharmonics – che le è valso il disco di platino per sei volte e ben cinque premi ai Danish Music Awards –, album contenente il brano Riverside che l’ha resa famosa anche perché inserito nella colonna sonora della serie Grey’s Anatomy.

Il percorso di Agnes Obel

Nata a Copenaghen ma trapiantata a Berlino dal 2006, Agnes Obel è figlia d’arte: suo padre era un collezionista di strumenti ed ex chitarrista jazz, sua madre una talentuosa pianista. Da loro ha ereditato la passione per la musica e per il pianoforte. Sono i grandi compositori francesi che la ispirano per la sua produzione: Claude Debussy, Maurice Ravel, Erik Satie.

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Dopo i primi tre lavori, Philharmonics del 2010, Aventine nel 2013, Citizen of Glass tre anni dopo – un concept album sulla mancanza di privacy nel mondo online – in cui si nota la sua crescita personale e l’utilizzo di strumenti nuovi ed originali come la celesta, il mellotron e l’antico trautonium, Agnes approda con Myopia alla Deutsche Grammophon, una delle case discografiche più prestigiose per la musica classica.

Agnes Obel
Agnes Obel @ Frank Eidel Photography

Come per tutti i dischi precedenti, è lei stessa a scrivere i testi, comporre, registrare, mixare e produrre nel suo studio di Berlino. La cantautrice si è avvalsa della collaborazione del violinista John Corban e delle violoncelliste Kristina Koropecki e Charlotte Danhier.

A un primo ascolto, le sue opere potrebbero evocare la poesia di Kate Bush, la sensualità di Alison Goldfrapp, le note struggenti di Tori Amos, l’eterea e poliedrica Enya, la visionarietà dei Portishead; ma la personalità della cantautrice danese è decisamente unica, il suo stile è molto più complesso, richiama suggestioni indefinite, che paiono arrivare da un’altra dimensione, senza tempo né spazio.

«Myopia»

Se Citizen of Glass era incentrato sul rapporto con la tecnologia e su come essa distorce la rappresentazione che abbiamo di noi stessi, Myopia affronta un argomento più intimo, più umano: è la nostra stessa mente, a volte, che altera le percezioni, le esperienze. E quindi ci si può fidare di se stessi? Questa “miopia”, che dà il titolo all’album, altro non è che l’immagine di una mente che gioca brutti scherzi, come una nebbia che deforma la vista, come un odore famigliare, un sogno fumoso o un vecchio ricordo che la memoria confonde.

È questa la sensazione che pervade ascoltando il disco, ma anche vedendo i videoclip realizzati dal compagno regista Alex Brüel Flagstad.

Già dalla prima traccia, Camera’s Rolling, ci si sente trasportati in un altro luogo, onirico, affascinante ma al contempo misterioso ed oscuro. E questa vibrazione di mistero e inquietudine prosegue per tutte le dieci tracce dell’album.

Broken Sleep è un brano ispirato dall’insonnia di cui l’artista ha sofferto; la spettrale Island of Doom è nata dal trauma per la perdita di suo padre. La title track è ritmata e ipnotica, con voci sussurrate ed evanescenti. Con Can’t Be Agnes Obel gioca ancora con le voci e le intonazioni. In Promise Keeper sembra di sentire cantare le sirene, con un ammaliante ritornello. Won’t You Call Me è la canzone dell’attesa, di una chiamata che forse non arriverà. Completano l’album, alternati agli altri, tre brani solo strumentali, eleganti e struggenti, che rivendicano la sua formazione classica.

Lorena Nasi
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