Olive Kitteridge: il cinismo e la beffa della pistola

Olive Kitteridge è una miniserie in quattro puntate trasmessa da HBO, dallo scorso novembre negli Stati Uniti e in Italia in onda su Sky dalla fine di gennaio. Tratta dall’omonima raccolta di racconti di Elizabeth Strout (Premio Pulitzer e premio Bancarella) e presentata in anteprima lo scorso festival del Cinema di Venezia, è prodotta e interpretata da Frances McDormand (la poliziotta incinta del film Fargo, per intenderci).

Ambientata nell’ultimo terzo del Novecento in un paesino del Maine, racconta la famiglia, le frequentazioni e il brutto carattere di Olive, la signora Kitteridge. La storia si apre con uno dei più potenti generatori di storie di cui le tecniche narrative dispongano: la scena del suicidio. Una donna sciupata, grigia, cammina in un bosco con una pistola. Trova il suo posto fra gli alberi, guarda il cielo pallido, cerca il coraggio per togliersi la vita. A questo punto, la scena si interrompe. Flashback: si torna indietro nel tempo, di venticinque anni. Come da canone del noir tradizionale, dietro l’oggetto sta il colpevole, o in questo caso il motivo. Così il flashback non può che essere strumento per attivare la ricerca: capire chi è stato, cosa è stato a portare il personaggio in quella situazione. Nella critica della letteratura di tradizione americana si parla di racconto “Who has done it?” per definire il cosiddetto giallo deduttivo, quello in cui l’investigatore scopre l’autore di un delitto in base a indizi più o meno nascosti e fuorvianti. E l’incipit di Olive Kitteridge è decisamente un incipit degno di questa etichetta.  

OLIVE5Lo svolgimento invece dimostra che si può tenere alto l’interesse dello spettatore anche senza una vera e propria trama e, soprattutto, sconvolgendo la linearità logica a cui siamo abituati. E’ l’era di passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta, Olive insegna matematica e vive con Henry il marito farmacista e il figlio Christopher, adolescente triste e strafottente. Nella prima ora di visione entra in scena una stralunata ragazza, Denise, che viene assunta nella farmacia di Henry e un affascinante collega di Olive, un professore che insegna letteratura nella stessa scuola e per il quale la protagonista dimostra sentimenti decisamente diversi da quelli che prova per tutti gli altri esseri umani. Emerge da subito il carattere algido della figura femminile che umilia il marito, il figlio, i compaesani, gli alunni, gli amici con la sua aria di superiorità fredda e crudele, che non cede nemmeno durante il sesso con il compagno di vita, consumato rapidamente e senza scambi di sguardi. Un personaggio cinico e forte solo in apparenza che si ritrova incapace di procurare piacere a chi le sta intorno. Una visione critica e umoristica del mondo, che tuttavia non risulta mai sgradevole e da cui si sviluppa umanità e tormento interiore. Nessuna rivelazione nel primo episodio: l’incipit sospeso dell’inizio non sembra avere risoluzione. Nella seconda parte si avanza qualche anno più avanti rispetto al primo flashback. Si racconta del figlio in procinto di sposarsi e di un ex allievo della protagonista che torna in città con uno scopo ben preciso da realizzare. Queste vicende distraggono lo spettatore, che si dimentica della scena iniziale. Chi guarda la serie lo fa tutto d’un fiato come se fosse promesso uno scioglimento sicuro della tensione narrativa, ma il racconto sembra non avere una trama lineare. Nel terzo episodio infatti si varia ancora: le vicende della vita del figlio, una disavventura per la famiglia Kitteridge e i primi segni di vecchiaia. Inutile dire che il quarto episodio procede senza colpi di scena. E allora cos’è Olive Kitteridge? 


OLIVE 4È la banalità degli eventi della storia – incontri, separazioni, piccole novità, traumi, e morte – che vince sulla tipica predilezione degli spettatori per la svolta, la suspense, la necessità di redenzione finale del personaggio, di intrecci ben definiti e varietà di possibili sbocchi narrativi. 
Non si tratta di una commedia romantica o un film d’azione (i generi non a caso con più successo nel pubblico medio), dove i risultati sono chiari in partenza e non resta che avere pazienza per vederli realizzati: il “fast food” delle storie che saziano in fretta. Qui si tratta di fare di ogni istante la trama e di ogni storia secondaria una micro-trama, un po’ come in letteratura accade per la Woolf nel suo To the Lighthouse del 1927. Il vero elemento che tiene incollati allo schermo sono i personaggi e i rapporti che si creano tra loro. Il rapporto madre e figlio, che cambia col tempo, dritto verso l’allontanamento definitivo. Il personaggio del marito Henry, talvolta persona buona e generosa, a tratti uomo infelice intrappolato nell’impossibilità di cambiare la sua quotidianità e tutto concentrato sul suo bisogno di piacere agli altri, al di fuori delle mura di casa. 

OLIVE2Alla fine la scena torna nel bosco, termina il flashback. Ed è proprio qui che ci si rende conto che la struttura iniziale creata per far credere all’osservatore di avere davanti una vicenda appassionante, una ricerca nel passato per trovare le ragioni di quella donna grigia, è solo una presa in giro sottile: ti ho fatto vedere una pistola, ho la tua attenzione, ora ti devo raccontare tutto il resto. E’ qui che ci si rende conto che si è trattato di una storia circolare, dove i tempi si intrecciano, i personaggi cambiano rapidamente e le vicende restano sospese, i sentimenti confusi e gli scenari aperti. Quattro episodi con una morale, o forse più di una: nulla è come dovrebbe essere. E il cinismo duro della protagonista lo ricorda costantemente, contrario alle ipocrisie e alle virtù di circostanza. Un cinismo estremo, a tratti ironico, che la porta a sopravvivere a tutto e tutti e a ricominciare da capo alla fine, con un nuovo compagno di viaggio, un’esistenza più autentica nella consapevolezza che non si può fare altro che tentare di essere solo ciò che si è.

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Alessia Carsana

 

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