Originalità e impovvisazione: le armi vincenti della jazz band The Duet

«Nel jazz sta prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi delle variazioni melodiche e armoniche».
Miles Davis

«Quando non sai cos’è, allora è jazz».
Alessandro Baricco, Novecento.

 

Il fatto che su Wikipedia ci sia una pagina in inglese dedicata alla musica jazz “made in Italy”, la dice lunga sull’importanza di questo genere musicale per il nostro paese, genere che per certi versi ha assunto connotati propri rispetto a quelli delle origini afroamericane nel sud degli Stati Uniti.

Amato e diffuso in Italia, al jazz vengono dedicati diversi festival – e il più noto è senza dubbio l’Umbria Jazz Festival – e addirittura una rivista, Musica Jazz, pubblicata ininterrottamente dal 1945 guadagnandosi così il record di longevità per un periodico musicale.

Nel panorama jazzistico nostrano, da qualche anno è emerso The Duet: Alberto Bellavia (pianista, compositore, arrangiatore), Roberto “Fiello” Rebufello (sassofoni), accompagnati da Simone Monanni (contrabbasso), Lorenzo Arese (batterista), coadiuvati da Luca Toffani e Claudio Torelli (ingegneri del suono).

Il loro percorso musicale era cominciato con il repertorio jazzistico degli anni ’40-50, repertorio che ancora suonano, spostandosi poi verso sonorità più sperimentali.

Nel 2011 vincono la 4ª edizione del premio Waltex Jazz Competition col disco Jokes in the sky, primo disco per un sodalizio di oltre un decennio, composto da dieci brani originali e registrati senza alcuna partitura, rigorosamente improvvisando e ispirandosi alla musica classica di compositori come Prokofiev, Ravel e Debussy. Nel 2012 presentano Jokes in the sky a Vienna e il 14 febbraio 2014 si esibiscono sul prestigioso palco della Carnagie Hall a New York riscuotendo un grande successo di pubblico.

Li incontriamo prima del loro concerto nella sala del Cubo Disco Dinner by CH a Cairo Montenotte (SV), concerto che li vedrà suonare un repertorio della tradizione jazzista con i grandi classici del passato, ovviamente rivisitati in chiave “The Duet”.

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Come è nato il progetto The Duet?

Alberto Bellavia: «E’ nato 15 anni fa. Roberto Rebufello ed io ci siamo incontrati e abbiamo cominciato a suonare in una band di blues, prima odiandoci e poi amandoci… Dopo ci siamo lanciati in un progetto di jazz, abbiamo iniziato le prime sperimentazioni per poi estendere la nostra formazione di duetto a quella di quartetto, quintetto, fino al settimino, cambiando ritmica e musicisti, mantenendo sempre e comunque il nome The Duet che simboleggia il progetto, non tanto il gruppo in termini numerici».

Roberto Rebufello: «In qualsiasi formazione capita di esibirci, ci avvaliamo sempre della professionalità del nostro fonico Luca Toffani, che si occupa degli aspetti tecnici nelle sessioni live, delle registrazioni dei dischi, del nostro sito web… insomma, è parte integrante del gruppo».

Perché la scelta del genere jazz e non qualcosa di più “facile” e commerciale?

Simone Monanni: «Perché ci appartiene, semplicemente. Inutile fare tanti giri di parole. Altri generi musicali non fanno per noi, ma questo ci appartiene».

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Si dice che il jazz sia “musica colta”. Perché questa definizione?

Roberto Rebufello: «Anche la musica classica è “colta”. Nei conservatori, il jazz è addirittura musica “extra-colta”, visto che ci sono i corsi biennali appositi e ci si può laureare in musica jazz, come ha fatto Alberto. Al giorno d’oggi, anche grazie ai vari talent show, non si parla più di musica ma quasi esclusivamente di voci e di vocalist. La “musica” solo suonata è nicchia solo per pochi.»

Come riuscite a suonare insieme improvvisando e che valore hanno le vostre prove, se ne fate?

Alberto Bellavia: «Le prove le facciamo, secondo noi sono fondamentali. Provando, si mettono in pratica delle idee, che si realizzano e si sviluppano in fase di live. Poi dipende sempre da quanto si suona, da quanti concerti si riescono a fare in un anno. Più si suona e più si prova, meglio si concretizza l’idea».


Quali sono le radici da cui prendete spunto? Da chi siete stati influenzati?

Roberto Rebufello: «Da tanti musicisti»

Alberto Bellavia: «Un numero sconfinato»

Simone Monanni: «Per quel che mi riguarda, dalle origini fino agli anni ’60-70. Poi secondo me c’è stata una pausa negli anni ’70 e anche oltre, durante la quale il jazz ha perso un po’ la sua identità originaria. Dagli anni ’90 in poi, si sono affacciati nel panorama musicisti che possono essere di nuovo presi come riferimento».

Poco più di un anno fa, avete suonato in uno dei luoghi più importanti per la musica a livello mondiale. Com’è stata la vostra esperienza alla Carnagie Hall? Cosa avete trovato di diverso oltreoceano rispetto all’Italia?

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Roberto Rebufello: «Suonare alla Carnagie Hall penso sia per un musicista una delle cose più belle che possano capitare nella vita».

Carnagie 1Simone Monanni: «La cosa strana è che quando eravamo lì, non sono riuscito a dargli il giusto valore. Riesco a farlo ora, ad un anno di distanza. Non so per quale motivo, forse è qualcosa che succede quando si passa alla fase del ricordo…»

Lorenzo Arese: «Al di là dell’esperienza Carnagie Hall in sé che è stata veramente incredibile, là si vede un mondo musicale brulicante in una maniera indescrivibile. Dalla creatività alla tradizione, ti ritrovi in un miscuglio di idee infinite. C’è veramente tantissimo da cui poter prendere spunto».

Roberto Rebufello: «Là c’è più curiosità. Sul sito della Carnagie Hall, la gente legge in cartellone “The Duet, quartetto italiano”, cerca il nostro sito, ascolta i brani. Se la cosa piace comprano i biglietti e vengono a sentirci. La sala era piena. In Italia o sei veramente qualcuno perché hai un nome, altrimenti non esisti.»

Carnagie 3Alberto Bellavia: «Ci sono stati tanti fattori che hanno contribuito a rendere quest’esperienza indimenticabile: l’organizzazione ineccepibile, più di una volta il pubblico ci ha regalato delle standing ovation, l’acustica perfetta, il camerino, il party alla reception dopo l’esibizione, tutta una serie di elementi che ci hanno fatto veramente vivere un sogno, come nei film. Però ci sono stati anche due aspetti negativi. Il primo è stato il rientro in Italia: nel mese successivo è stato come per gli astronauti che vanno nello spazio, tornano a casa, guardano la luna e soffrono di malinconia. Il secondo è che comunque ci siamo resi conto che a New York c’è un business veramente spietato. Anche per chi vive lì, è una giungla, in mezzo a migliaia di ottimi, straordinari musicisti. Esistono tante opportunità ma è un’impresa sopravvivere.»

Carnagie 4Lorenzo Arese: «E’ una competizione continua in cui è difficile emergere»

Alberto Bellavia: «Non è tutto oro quello che luccica. Noi ci abbiamo messo due anni a preparare questo evento, avendo comunque dei contatti a New York che si sono adoperati per noi, perché dall’Italia non saremmo sicuramente riusciti a organizzare. Bisogna convincere le persone a venirti a sentire, a spendere il prezzo del biglietto, a mettersi in viaggio visto che i tempi e le distanze sono terribilmente più lunghi in America. La situazione è più complessa rispetto al nostro paese. Nonostante questo, il nostro promoter ha lavorato bene e il suo impegno ci ha ripagato. E’ ovvio che il ritorno alla realtà italiana non è stato facile da affrontare.»


Alcuni di voi si esibiscono anche in altri gruppi, suonando generi differenti. Come conciliate questa sorta di “promiscuità musicale”?

Roberto Rebufello: «A me piace suonare, punto.»

Lorenzo Arese: «Basta che la musica sia bella, è l’unica condizione»

Alberto Bellavia: «Personalmente ho lasciato tanti progetti paralleli, anche il lavoro di insegnante di musica, proprio per dedicarmi di più a quello che mi piace fare, cioé questo. Magari suono meno, però anche in termini di energie e di tempo spesi, ne ho tutti i vantaggi.»


Quali sono i vostri prossimi progetti? Avete un nuovo cd in cantiere?

Alberto Bellavia: «Progetti ce ne sono tanti, anche perché parallelamente al quartetto di jazz tradizionale, con Roberto portiamo avanti da tanti anni il duo piano e sax dove facciamo musica sperimentale e improvvisazione. A luglio presenteremo una performance per un’associazione americana che tiene convention e conferenze sull’improvvisazione jazz che è interessata a questa parte del nostro repertorio che si rifà alla musica contemporanea, impressionista, quella russa e qualsiasi altra “contaminazione”. Poi siamo stati contattati dal direttore di un’etichetta svizzera che ci ha proposto una pubblicazione a fine anno. Vediamo cosa succede, gli sponsor sono sempre meno, le difficoltà tante, però noi andiamo avanti perché amiamo la musica».

 

Oltre il loro sito ufficiale www.theduet.itpotete seguire il loro canale Youtube.


Alcuni brani sono acquistabili su iTunes a questo link:
https://itunes.apple.com/it/artist/the-duet/id264686813?l=it

Per ulteriori informazioni e contatti è disponibile il loro indirizzo email: info@theduet.it


Lorena Nasi

 

Il Fascino degli Intellettuali ringrazia il quartetto The Duet per la disponibilità, Luca Toffani per il supporto tecnico e la collaborazione pre e post intervista, e il locale Cubo Disco Dinner by CH per l’ospitalità.

 
Lorena Nasi

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