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Prima di Gutenberg: una rivoluzione alla fine del Medioevo

14 minuti di lettura

Alla fine del febbraio 1455 Johann Genfleisch, detto Gutenberg, stampava la prima Bibbia – rigorosamente in latino – con il sistema dei caratteri metallici mobili, segnando la nascita simbolica del libro nel senso odierno del termine. Gli storici hanno versato fiumi d’inchiostro sulle conseguenze del lavoro di Gutenberg, che ebbe il grande merito di perfezionare tecnicamente tutto ciò che era stato fatto fino a quel momento, realizzando un’invenzione e un metodo di organizzazione del lavoro capaci di segnare radicalmente il corso degli eventi.

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Ad esempio, è ormai riconosciuto da tutti gli studiosi quanto sia stato grande il peso della stampa a caratteri mobili nella diffusione del Protestantesimo in tutto il continente europeo: la possibilità di realizzare opuscoli, stampe satiriche e la rivoluzionaria Bibbia in tedesco di Martin Lutero (molto più vicina alle esigenze dei fedeli rispetto a quella latina) contribuì a diffondere idee e sentimenti comuni più rapidamente di quanto la Chiesa di Roma fosse capace di controllare la nuova dilagante eresia.

Ma come si arrivò qui? Cosa permise a qualcuno di definire una volta per tutte e con enorme successo, proprio a metà del Quattrocento, il sistema di comunicazione che avrebbe rivoluzionato il modo di produrre e diffondere la cultura scritta?

Tanto per cambiare, dobbiamo tornare indietro nei secoli.

Il libro come status-symbol

Se pensiamo all’oggetto-libro nel Medioevo lo associamo ai monaci chini sulle pergamene a ricopiare le opere classiche negli scriptoria dei monasteri. Almeno fino al secolo XI – che significa per più di metà del Medioevo – era effettivamente quasi solo in monasteri ed altri istituti ecclesiastici che aveva luogo la fabbricazione del libro, e questo bastava a soddisfare il fabbisogno dei consumatori.

I libri in pergamena erano oggetti preziosi che richiedevano una lunga lavorazione, nella stragrande maggioranza dei casi prodotti dai religiosi per altri religiosi o al più per l’élite nobiliare. Tra i funzionari di prestigio del regno franco, ad esempio, il libro era uno status-symbol, come apprendiamo dagli atti di eredità in cui si danno precise disposizioni sulla suddivisione delle opere – in genere mai più di cinque o sei – tra gli eredi. Il libro come espressione di cultura era limitato all’ambito religioso e ai membri delle corti, anche se ciò non impedì un forte impulso produttivo sotto Carlo Magno, prima che la circolazione declinasse insieme al potere dei suoi successori nel corso del IX secolo.

La diffusione della cultura scritta e la nascita delle università

Il vero cambiamento nel pubblico avvenne tra XII e XIII secolo, nel pieno splendore della civiltà urbana. L’incremento demografico si era stabilizzato dopo la crescita vertiginosa dei due secoli precedenti, ed era tempo di ristrutturare la società plasmando il nostro ideale di vita cittadina medievale: gli artigiani si organizzavano nelle corporazioni, i mercanti costruivano le loro reti di contatti, i reggimenti politici raggiungevano forme di gestione più articolate ed autonome, mentre in tutti i campi si sperimentavano innovazioni tecnologiche ed economiche.

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Leggere e maneggiare la cultura scritta (per registrare gli affari, restare in contatto con i collaboratori, amministrare le città) stava diventando una necessità per molti, e presto divenne anche una competenza da sfruttare per il piacere personale – naturalmente riservata a chi aveva il tempo, l’inclinazione e la possibilità di dedicarvisi. In breve tempo, e a macchia di leopardo in corrispondenza delle città, la cultura smise di essere prerogativa esclusiva di religiosi e funzionari.

In questi contesti si svilupparono le università, e con esse nacque la figura dell’intellettuale urbano, che si metteva spesso in contrapposizione con i poteri – laici ed ecclesiastici – per emanciparsi nella produzione di cultura. Le università nacquero proprio come corporazioni di intellettuali che facevano gruppo per reciproco sostegno a tutela dell’autonomia del pensiero. A insegnanti e studenti servivano degli strumenti, dei libri per diffondere e conservare la cultura prodotta, e nelle città universitarie si diffusero il commercio dei libri e addirittura delle officine specializzate che funzionavano esattamente come le nostre copisterie: i maestri delle università producevano uno scritto “ufficiale” che veniva ricopiato in un numero di esemplari adeguati alle esigenze degli studenti.

Inizialmente il supporto fisico utilizzato era ancora la pergamena, che nonostante i progressi nella lavorazione della pelle (che permettevano di ottenere fogli sottili e bianchi) rimaneva un materiale disponibile in quantità piuttosto limitata, dalla lunga lavorazione specializzata e di conseguenza costoso.

Praticità e fruizione della cultura: l’introduzione della carta

A metà Duecento cominciò finalmente ad essere sdoganata un’invenzione arrivata in Europa meridionale almeno centocinquant’anni prima: la carta, nata in Cina nel I secolo d.C. e introdotta sotto la dominazione araba in Sicilia e Spagna intorno all’XI. Al 1150 risale il primo mulino europeo per la sua fabbricazione, costruito presso Valencia. Il procedimento di produzione prevedeva generalmente l’utilizzo stracci non tinti, sottoposti per settimane a macerazioni alternate a battiture fino a diventare un composto quasi fluido. Con l’aiuto di colle aggiunte a questo impasto si ottenevano poi delle pellicole, pescate con dei telai, da sovrapporre fino ad ottenere fogli dello spessore desiderato.

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Come in molti altri casi di innovazioni tecnologiche su grande scala, tale novità incontrò molte resistenze nelle società europee, per motivi di naturale attaccamento alle abitudini ma anche di praticità: fino a metà Duecento molte autorità continuarono a vietare l’uso della carta per gli atti ufficiali, perché più deperibile della pergamena e comunque meno nobile.

Ma nelle realtà economiche che andavano costituendosi era il materiale ideale: fino a dieci volte più economica della pergamena e sempre disponibile laddove necessaria (grazie ai commerci con le cartiere del Mediterraneo orientale), era perfetta per chi aveva bisogno registrare quotidianamente e rapidamente le informazioni meno ufficiali, come ad esempio tenere i conti di commerci e prestiti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta del Duecento il fenomeno delle cartiere esplose (in questo periodo nacque quella di Fabriano nelle Marche), segno che l’utilizzo andava ormai sdoganandosi a tutti i livelli e l’entità della domanda richiedeva produzioni più vicine al luogo di consumo – oltre che ancora più economiche, perché in questo modo si rimuoveva il surplus del commercio sulla lunga distanza dal prezzo finale; nel frattempo erano state introdotte anche alcune innovazioni, come il passaggio dalle colle vegetali a quelle animali, più resistenti, o l’utilizzo di ruote idrauliche per la battitura dei panni.

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Non è un caso che tutto questo andasse di pari passo con lo sviluppo delle università e di una nuova cultura, che aveva la necessità di circolare in fretta. Il Trecento fu il grande secolo delle cartiere europee e, a questo punto non ci stupisce, delle prime grandi opere letterarie e dei prodromi di quello che sarebbe stato l’Umanesimo. Dall’Italia e dalla Spagna, sotto la spinta di continui miglioramenti, la produzione di carta si diffuse ampiamente nel continente, soprattutto tra Francia e Germania e nel Benelux, lungo quella fascia geografica densamente abitata che andava (e va tuttora) dall’Italia centrale alla costa fiamminga. Nelle stesse aree, e con intensità particolare tra la Renania e gli attuali Paesi Bassi, alla fine del XIV secolo iniziò a godere di larghissimo uso un metodo di stampa creato in Oriente intorno al III secolo d.C., la silografia, che prevedeva l’utilizzo di matrici di legno.

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La natura del materiale non rendeva tuttavia possibile un ampio utilizzo per i testi scritti: la sottigliezza richiesta dai caratteri avrebbe distrutto le lettere di legno dopo i primi usi; la silografia era piuttosto usata per la decorazione di tessuti, la realizzazione di immagini sacre – e talvolta profane –, carte da gioco e calendari. Ma già ai primi del Quattrocento per questa pratica si usavano macchinari molto simili al torchio da stampa che sarebbe stato usato con i caratteri metallici: mancava solo un metodo per sfruttarne tutto il potenziale nei testi scritti. Come abbiamo visto esisteva già anche il supporto perfetto, l’economica carta, che permetteva agli stampatori di sperimentare senza dover spendere capitali enormi, né di doversi attenere alla grandezza della pergamena (evidentemente limitata a quella dell’animale da cui era stata prelevata e dalla capacità di chi l’aveva lavorata).

Passare alle matrici di stampa in metallo era ormai evidentemente solo una questione di tempo e di capacità. Il celebre Gutenberg, non a caso un orafo, ebbe l’intuizione di innovare la realizzazione dei singoli caratteri per le matrici, inventando un particolare tipo di fonditrice che permetteva di produrli in serie a partire da punzoni standardizzati. Per l’esattezza è necessario anche segnalare che la Bibbia del 1455 non fu davvero il primo libro stampato da Gutenberg e dai suoi collaboratori: dai primi anni Cinquanta il mantenimento del laboratorio era stato in realtà garantito da stampe di uso più frequente, come tre edizioni dell’Ars minor, manuale molto usato per l’insegnamento del latino, o moduli di indulgenza già pronti per la Chiesa, a cui i vescovi dovevano semplicemente aggiungere all’evenienza nominativi e timbri vari. È comunque naturale che sia stata proprio la Bibbia ad essere passata alla storia come il primo libro stampato, oltre che per il peso simbolico del testo anche per lo straordinario successo commerciale: le ultime copie erano state già vendute ancora prima di essere prodotte.

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Tutto ciò arrivava dopo almeno mezzo secolo di continui esperimenti sulla stampa, sui suoi metodi e supporti, non solo con Gutenberg, ma da parte di tutto quel settore lavorativo ormai ben avviato, che basava il proprio guadagno sulla circolazione dei libri richiesti in numero sempre maggiore. Il laboratorio di Magonza, con i suoi quattro torchi attivati da dodici operatori e i suoi sei compositori – che riordinavano i caratteri componendo i testi sui vassoi che venivano poi tamponati con l’inchiostro e collocati nei torchi – era solo l’ultimo anello di una catena forgiata da secoli di innovazioni accolte più o meno rapidamente.

Una storia come questa deve far riflettere su una grande quantità di ambiti, che va dal nostro rapporto con la materialità (in questo caso del libro) alle novità nella comunicazione. Anche la più geniale delle invenzioni ha bisogno di un terreno fertile per accedere ad un consumo di massa che la consegni alla Storia.  

Note:

Fréderic Barbier, Storia del libro. Dall’antichità al XX secolo, edizioni Dedalo, 2004.
Jacques Le Goff, Gli intellettuali nel Medioevo, Mondadori, 2014.

 


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Daniele Rizzi

Nato nel '96, bisognoso di sole, montagne, musei e drink dai nomi bizzarri. Specializzato in storia economica, sociale e culturale del Medioevo, interessato a un po' troppe cose. Credo nel ruolo sociale dell'umanesimo e mi turba chi si prende sempre sul serio. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

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