«Raccontando la mia vita
io racconto, come testimone,
la vita di un secolo»

«I partiti di sinistra si distinguono dai partiti conservatori perché, volendo trasformare la società, devono avere degli ideali in base ai quali giustificare il suo cambiamento. Io ritengo che il politico di sinistra debba essere ispirato da ideali, mentre a quello di destra bastano gli interessi»
Norberto Bobbio

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Norberto Bobbio

Tracciare in poche righe il profilo di una delle figure più affascinanti e importanti che hanno segnato il ‘900 italiano è impresa sicuramente non semplice. Potremmo però cominciare dalle parole dello stesso Bobbio, in una delle sue ultime interviste:

«La mia vita è stata in gran parte senza grande avvenimenti. Essa, tuttavia, può avere un certo interesse anzitutto per la sua lunghezza e poi perché ha percorso tutta la storia del secolo, che è un secolo dove sono avvenuti fatti eccezionali (…). Raccontando la mia vita io racconto, come testimone, la vita di un secolo».

Molti ricordano Norberto Bobbio, classe 1909, per la celebre distinzione tra destra e sinistra, per il dialogo costante e costruttivo con il PCI, per essere stato senatore a vita, per essere stato uno strenuo sostenitore della democrazia dei partiti e per aver più volte sollevato la questione del rapporto tra etica e politica. Ed effettivamente il profilo biografico del filosofo di Torino si lega a doppio filo alle vicende storiche dell’Italia del ‘900. In lui si incarnano i valori dell’intellettuale impegnato, che guida le coscienze di classe, che è capace di individuare i problemi della società e mostrarli nelle loro sfumature più nascoste.

Nel 1943 Bobbio, già professore universitario di Filosofia del Diritto, aderì al Partito d’Azione e combatté nei gruppi antifascisti. Liberale convinto, si candidò, senza successo, all’Assemblea costituente, e la sua figura spiccava già come punto di riferimento critico nel panorama culturale italiano. Nel 1948, ereditata la cattedra del maestro Gioele Solari, si trasferì a Torino, città cui fu sempre legato, prima come professore alla facoltà di Giurisprudenza, poi in quella di Scienze Politiche dal 1972, e infine come opinionista del quotidiano La Stampa. Si ritirò all’età di 75 anni dal mondo accademico, nel 1984. Nello stesso anno venne pubblicato un libro, dal titolo eloquente: Il futuro della democrazia.

Ed è proprio da questa prospettiva che cercheremo di dipingere il profilo di Norberto Bobbio. Il perno di tutto il suo pensiero filosofico politico è infatti la questione democratica, che egli analizza con il duplice sguardo del giurista e del filosofo, ma, allo stesso tempo, dell’uomo impegnato politicamente e profondo conoscitore del suo tempo. Dunque cos’è la democrazia? Bobbio ne dà una definizione minima e di tipo procedurale. Riconosce che il termine sia inflazionato e proprio per questo è necessario intendersi e attribuire alla democrazia alcuni caratteri condivisi. Il punto di partenza è che la democrazia sia un metodo per prendere decisioni collettive. Si chiama gruppo democratico quello in cui valgono almeno le seguenti regole: tutti partecipano direttamente o indirettamente alla decisione e questa viene presa dopo una libera discussione secondo il principio di maggioranza. È necessario inoltre che i cittadini vengono sottoposti ad opzioni reali e che abbiano i presupposti per poter liberamente scegliere per l’una o per l’altra.

Bobbio poi distingue tra una democrazia politica e una democrazia sociale. Nel primo caso Bobbio si riferisce alla definizione minima di tipo procedurale sopra esposta. Nel secondo caso, invece, fa rientrare il mondo dell’impresa, dell’associazionismo e più in generale tutte le forme di associazione che trascendono le istituzioni politiche. Un attenzione particolare il filosofo la riserva ai partiti e ai sindacati, che sono organismi che contribuiscono in modo fondamentale al buon funzionamento del sistema democratico politico, ma che al tempo stesso non rispettano al loro interno le regole minime sopra citate.

Ma da dove viene la democrazia come la intendiamo oggi? Secondo Bobbio, laddove accettiamo una definizione procedurale, e non sostanziale, di democrazia, allora è evidente l’origine in quello che possiamo definire il pensiero liberale ottocentesco. Se il liberalismo ha affermato i cosiddetti diritti civili, cioè quelli di opinione, manifestazione e religione, la democrazia ha aggiunto a questi i cosiddetti diritti politici, ossia i diritti di partecipare alle decisioni pubbliche. D’altra parte, la democrazia sostanziale afferma non solo l’uguaglianza giuridica ma anche economica e sociale. In tal senso, democratici sono stati Maximilien Robespierre, Filippo Buonarroti, Gracchus Babeuf e, successivamente, la grande tradizione socialista prima e comunista poi. Secondo Bobbio, è necessario unire democrazia sostanziale e procedurale per avere un sistema pienamente funzionante. Un sistema nel quale non dobbiamo puntare alla piena affermazione di una delle due parti. Vi sono infatti ambiti della società in cui ambire a una piena uguaglianza sarebbe addirittura contro produttivo, come, ad esempio, la scuola. Ed ecco che quindi Bobbio riprende la celebre frase di Karl Marx e la fa sua: «Da ciascuno secondo i suoi meriti, a ciascuno secondo i suoi bisogni».

Venendo ora al testo dal quale siamo partiti, Il futuro della democrazia, possiamo ora chiederci: quale futuro ha la democrazia e quali sono i rischi che essa corre? Anzitutto va detto che Bobbio non parla mai di crisi della democrazia, semmai di trasformazioni, perché, sottolinea, un sistema democratico è per natura dinamico e quindi soggetto a mutamenti. Egli individua allora le promesse non mantenute dalla democrazia, nei termini in cui era stata pensata dai suoi padri teorici: John Stuart Mill, Alexis de Tocqueville, John Locke e Jean Jacques Rousseau. Tra le promesse non mantenute dalla democrazia contemporanea indubbiamente rientra il prevalere degli interessi privati su quelli pubblici. La democrazia moderna, nata come democrazia rappresentativa, avrebbe dovuto essere caratterizzata dalla rappresentanza politica, secondo la quale l’eletto essendo chiamato a farsi portatore degli interessi della nazione non è soggetto a mandato vincolato. Nella democrazia reale, divenuta democrazia di gruppi politici, invece, i rappresentanti sono espressione di interessi particolari. In secondo luogo, abbiamo la persistenza di oligarchie, le quali minano alla base il principio democratico dell’auto legislazione, ossia della possibilità del cittadino di obbedire alle proprie leggi, senza distinzione tra governanti e governati. In terzo luogo la democrazia non è riuscita a fare il passaggio dal livello procedurale a quello sostanziale. Sempre più spesso, sottolinea Bobbio, procedure democratiche latitano nel mondo delle imprese e del lavoro, e, in generale, nella società civile. In quarto luogo, a minacciare il processo democratico concorrono i cosiddetti poteri invisibili, ossia quei poteri che controllano, per così dire, i controllori. Di qui la denuncia alla commistione tra interesse privato e pubblico, tra politica e mondo dell’impresa. E infine, ultima e più tragica promessa non mantenuta è quella dell’educazione del cittadino. Nelle democrazie più avanzate si assiste all’apatia elettorale di cittadini sempre più passivi, e alla pratica del voto di scambio, orientato agli interessi particolari garantiti, in luogo del voto di opinione, basato su una cultura politica e una più ampia educazione alla democrazia.

Si può essere più o meno d’accordo su quanto sostiene Bobbio. Ad esempio, come dice giustamente Michelangelo Bovero, si potrebbe discutere del fatto che il cittadino non sia non-educato, come sostiene Bobbio, quanto piuttosto, mal-educato. Non è però nostro compito ora fare una lettura critica del pensiero di Bobbio o iniziare un dibattito filosofico politico. Non è nemmeno nel nostro interesse tessere le lodi della teoria della democrazia di Bobbio e di quanto sia attuale al giorno d’oggi. Vogliamo lasciare a chi legge la possibilità, se lo riterrà opportuno, di fare le proprie associazioni e tirare le proprie conclusioni.

Il nostro obiettivo è rendere omaggio a un pensatore il cui contributo, come Bobbio stesso ammise in una delle sue ultime interviste, non sta nei testi pubblicati, ma nella sua biografia personale, in quello che è stato e in come lo è stato. Un intellettuale che ha incarnato pienamente il suo tempo e ne è stato testimone e protagonista. Vogliamo quindi chiudere riportando la fine di un’intervista a Bobbio proprio sul tema della democrazia:

I: «Secondo Gramsci il limite e l’angustia del Machiavelli consistono solo nell’essere egli stato una persona privata, uno scrittore, e non il capo di uno stato e di un esercito, che pure è una singola persona, il quale ha però a disposizione uno stato e un esercito e non solo un esercito di parole. Lei si trova nella politica come nella posizione di Machiavelli, sebbene sia senatore a vita. A cosa pensa servano i suoi eserciti di parole?»

B: «Io sono piuttosto pessimista sul rapporto tra teorie e pratica. La politica e le idee corrono spesso su piani paralleli che si incontrano solo in rari momenti che sono quelli rivoluzionati, quelli della trasformazione radicale, in cui gli uomini di cultura assumono direttamente delle responsabilità. Ma nei momenti tranquilli della storia la politica fa una strada diversa».

 

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