Sandro Penna:
poeta diverso,
poeta del desiderio

«Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune».

Questa celeberrima e, talvolta, abusata poesia apre la seconda raccolta del poeta Sandro PennaAppunti, pubblicata nel 1950. Non è un caso: questo componimento è uno dei manifesti della poetica di Penna. La diversità rispetto ai poeti del primo Novecento è un sentimento forte, che percorre tutta la sua vita e la sua attività letteraria. È una diversità stilistica, tematica e, soprattutto, una diversità sessuale.

Penna visse un momento storico difficile. Nato nel 1906 a Perugia, trascorse la maggior parte della sua vita a Roma, insieme alla madre, con una breve parentesi a Milano. Come la maggior parte di quelli che sarebbero divenuti gli intellettuali di spicco nel panorama culturale italiano, prese il diploma e non proseguì la sua carriera con studi accademici. Penna visse il fascismo e il clima culturale che si era creato sotto il regime mussoliniano, la seconda delle due guerre mondiali, il dopoguerra, le illusioni della Prima Repubblica e il loro crollo. Ma di tutto questo non c’è traccia nel suo corpus poetico. La sua opera si concentra su un unico tema, che è il poeta stesso a proclamare a gran voce:

«Sempre fanciulli nelle mie poesie!
Ma io non so parlare d’altre cose.

Le altre cose son tutte noiose.
Io non posso cantarvi Opere Pie».

L’omosessualità e, in particolare, la predilezione per i ragazzi giovani sarebbe di per sé sufficiente a fare di Sandro Penna un “diverso”. Ma anche rispetto a Pier Paolo Pasolini, suo grande amico e come lui omosessuale, Penna si differenzia notevolmente con la sua capacità di creare un mondo impermeabile alla realtà esterna, una piccola oasi di pace fatta di mare, vento, colori brillanti e, soprattutto, fanciulli. Il dissenso è un tema marginale, che si trova per caso a toccare quello principale dei sentimenti.

Penna_Pasolini

«Amoreggiare con te, mio bel fanciullo
è come dire al mondo: in te mi cullo.
E il mondo mi perdoni questo amore
se la rima minaccia il suo pudore».

Penna si beffa della società ipocrita che non riconosce la naturalezza delle sue inclinazioni, chiusa in com’è nel suo moralismo. Ma è una società che attraversa tutto il secolo, dal ventennio fascista ai burrascosi anni Cinquanta e Sessanta. Il bersaglio della critica di Penna non vuole – e non potrebbe – essere politico, ma solo sociale. Ed è pur sempre una critica tutt’altro che feroce.

Forse anche per questo Sandro Penna si è sempre tenuto ai margini del mondo letterario, che pure ha cercato a più riprese di coinvolgerlo. Poeta affascinante fin dalla giovane età, Penna colpì nientemeno che Umberto Saba, al quale rimase legato per molto tempo. Saba leggeva volentieri i componimenti del giovane poeta, si offrì di introdurlo nel circolo degli intellettuali di spicco e di aiutarlo a curare le sue pubblicazioni. Esattamente come negli anni fecero diversi direttori di riviste letterarie ed editori interessati alla sua opera, nonché Pasolini, che fu sempre uno dei suoi più grandi sostenitori. Ma Penna, disinteressato alla visibilità e al denaro, fu sempre molto riservato.

Questo, tuttavia, si traduce in un vantaggio per il lettore moderno. Penna è poeta ermetico: rifiuta l’utilizzo di un linguaggio aulico e di ardite analogie per concentrarsi piuttosto su espressioni e concetti che descrivono in modo puntuale ciò che egli vuole comunicare. È più interessato al variare dei dettagli che compongono una situazione che ai modi ricercati in cui essa può essere descritta. Il risultato è una poesia facile da leggere, che colpisce nel giro di pochi versi con la sua immediatezza. Nel suo corpus, tuttavia, è inevitabile una certa monotonia.

All’inizio il poeta è colpito dalle apparizioni improvvise – quasi miracolose, dirà la critica – dei fanciulli. Sono per ora ragazzi senza nome, che egli osserva da lontano. Sempre forte è il contrasto tra Penna stesso, protagonista della propria opera, osservatore silenzioso, e la vitalità dei ragazzi, che corrono circondati dalla luce e dai vividi colori.

grass

«Ragazzi corrono sull’erba, e pare
che li disperda il vento. Ma disperso
solo è il mio cuore cui rimane un lampo
vivido (oh giovinezza) delle loro
bianche camicie stampate sul verde».

L’erotismo di questi versi è ancora delicato e sottinteso. È solo l’insistenza con cui il poeta si sofferma sui giovani a farci percepire che in lui c’è più della pura curiosità. Ma con il tempo Penna si fa più audace. Le immagini che dipinge nelle sue composizioni sono sempre le stesse – corse sull’erba o sulla spiaggia, mare blu che si staglia all’orizzonte, il vento tra i capelli o, ancora, la notte silenziosa – ma piccole variazioni fanno percepire un aumento dell’intensità della sua passione. Il generico fanciullo spesso diventa “mio” ed occupa tutta la scena. Non è più la sua apparizione improvvisa a colpire il poeta, bensì i suoi gesti più minuti, che evidentemente possono essere osservati da vicino.

«Indi rivolto il viso verso il guanciale
sorrideva a se stesso, con beato
rossore».

Il sonno, il sorriso, il rossore: sono tutti elementi che Penna può cogliere da una posizione privilegiata. Forse dal letto, dove ha consumato un rapporto con il suo giovane amico, come lascia pensare quel Indi? Con il gusto per la trasgressione, tuttavia, nel poeta nasce anche un nuovo sentimento: il senso di colpa. È un «male» antico, diverso dall’angoscia amorosa nella quale egli sa riconoscere – anche – una particolare gioia. Ed è proprio nella raccolta Una strana gioia di vivere che emerge netto questo nuovo stato d’animo, che fa scomparire i paesaggi bucolici fatti di prati e acque e spinge il poeta a vagare per la città in cerca di una risposta.

Il fanciullo magretto torna a casa
un poco stanco e molto interessato
alle cose dell’autobus. Pensa
– con quella luce che viene dai sensi
dai sensi ancora appena appena tocca – 
in quanti modi adoperar si possa
una cosa ch’è nuova e già non tiene
se innavvertito ogni tanto egli tocca.
Poi si accorge di me. E raffreddato
si soffia il cuore fra due grosse mani.

Io devo scendere ed è forse un bene».

L’immagine del “fanciullo magretto” è molto più elaborata di quelle fulminee epifanie che caratterizzavano le precedenti poesie di Penna. Il giovane è inserito in un contesto urbano ed è colto mentre riflette sul sesso – che in quasi tutti i componimenti compare come generica «cosa». Il poeta lo osserva, ma il suo angoscioso senso di colpa lo spinge a scendere dall’autobus: troppa è la paura di corrompere l’animo di un altro fanciullo.

Dopo aver vinto il riserbo che lo caratterizzava e aver dato alle stampe tutta la sua produzione, però, Penna inizia ad essere conosciuto a livello nazionale. Nel 1957 vince il Premio Viareggio insieme all’amico Pasolini, destando non pochi scandali. Nella sua poesia questo si traduce in una maggiore sicurezza e in un ritorno alla purezza dei primi sentimenti. È il momento in cui Penna sente l’esigenza di difendere il proprio diritto di amare.  Mentre si legge una delle poesie più esplicite di questo periodo è impossibile non pensare ai disegni di Cocteau, con cui Penna ha in comune, tra le altre cose, la passione per i marinai.

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«Le loro brame segrete, le loro
selvagge vittorie sulla carne
si confidavano. Una notte
(avevano il giorno tutto, giorno
di prima estate,
vagato per la campagna
insieme) insieme
di stanchezza dormirono. All’alba s’incontrarono
i loro corpi nudi.
Fu una cosa del tutto naturale».

E, insieme a questa nuova consapevolezza, giunge anche un linguaggio meno mediato e più osceno.

«La primavera rende prominente
l’angolo dei calzoni ai giovanotti.
Non è una cosa oscena, non è niente,
niente di male se tu non li tocchi».

Non viene mai meno, però, la delicatezza che ha caratterizzato i suoi primi componimenti. Ma la delicatezza non impedisce l’emergere dell’eros: un eros fatto dapprima di sguardi rubati e desideri inconfessabili e poi di una forte rivendicazione del diritto di amare.

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