una donna

Sibilla Aleramo: la tragedia d’esser donna

Una donna di Sibilla Aleramo è considerato dalla critica letteraria uno dei primi romanzi femministi apparsi in Italia. Composto fra il 1904 e il 1906, il libro è interamente autobiografico e narra le vicende di Sibilla, una giovane nata in Piemonte e trapiantata a dodici anni a Porto Civitanova nelle Marche, dove inizia a lavorare come contabile nella vetreria diretta dal padre. Una fanciullezza spensierata fa da incipit al romanzo: 

«La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo alla realtà presente può far dileguare».

Sibilla Aleramo una donna
Sibilla Aleramo

Accanto a una figura paterna amata e idealizzata, definita da lei «perfetta e che ha sempre ragione», si disegna fin da subito una madre scialba, che non riesce a conquistare nemmeno l’amore dei figli. L’indiscutibile autorità paterna è affiancata da una madre che piange, senza che coloro che le stanno vicini possano sopportare l’indecifrabilità delle sue lacrime. Sibilla si accorge della sofferenza materna, ma non riuscendo a capirla si difende investendo tutto l’amore «sul babbo» e convincendosi di non avere «una mamma vera». Questa la ragione per cui nella loro casa cala un’ombra a impedire «la libera fioritura del sorriso». Il padre si mostra razionale, risoluto, maestro intellettuale dei figli; mentre la madre fallisce nell’opera di educazione al sentimento e abdica al suo ruolo, rimanendo sempre incompresa. 

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Il padre si realizza sempre di più investendo le proprie risorse sul lavoro, mentre la madre rimane a casa con i figli, chiusa nel suo dolore. Sibilla segue le orme del padre, investendo le sue capacità nel lavoro e nella lettura. Fino a che in fabbrica non incontra un giovane, che da qualche bacio scambiato consensualmente si spinge sino alla molestia. Sibilla lo sposa, a sedici anni. 

«Appartenevo a un uomo, dunque? Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome». 

La necessità interiore di sentirsi libera e responsabile di ciò che accade porta i suoi occhi adolescenti a rivestire di pregi e amore una persona meschina: 

«Non potevo concepirmi vittima d’un calcolo. L’amore doveva aver fatto tutto questo». 

Nell’evento dell’annuncio del matrimonio si consuma l’unico momento di intesa fra madre e figlia: la madre, venuta intanto a conoscenza dei tradimenti del marito, riporrà su Sibilla le sue speranze di felicità. Sibilla si accorge invece di spingersi sulle orme del medesimo destino d’infelicità materna. 

«Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?» 

La madre di Sibilla termina la sua vita in manicomio, non più capace di intendere e di volere, lo sguardo morto e fisso verso una vita che è trascorsa per lei estranea. Sibilla s’ammalerà anch’essa di depressione, tenuta rinchiusa in casa dal marito e non essendole permessa alcuna realizzazione personale eccetto la maternità. Amerà suo figlio di un amore viscerale, incondizionato, come l’unica cosa che riesce a sentir sua. Per amore di suo figlio troverà la forza di fuggire di casa e di trasferirsi a Roma a fare la scrittrice. Il figlio non lo rivedrà più. Il suo libro è un inno d’amore che dà parole alla disperazione di una madre la cui decisione di non abdicare alla vita ha dovuto coincidere con la rinuncia del figlio. 

«Allora sentii che non sarei tornata, sentii una forza fuori di me che mi reggeva, che andavo incontro al destino nuovo, e che tutto il dolore che mi attendeva non avrebbe superato quel dolore». 

Quante donne, cent’anni fa, si son trovate a dover scegliere, senza mezzi compromessi, fra l’essere madri e mogli o l’esser felici? Sibilla, attraverso il racconto della sua indipendenza agognata quanto sofferta, ha rivestito di dignità e memoria la vita fantasma di ciascuna di loro. 

di Giada Finucci


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Redazione
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