Sognare utopie per cambiare il domani

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di Aurelio Lentini

Deve esserci una porta da qualche parte, o meglio un portone, enorme, di quelli massicci con i battenti stretti dentro al morso di un leone, dove se ci si accosta a una fessura piccola piccola, e si prova a guardare attraverso, si può vedere che la storia non è fatta che di sogni.

Mica tutta, per carità, sarebbe un bell’ardire credere che tutto quello che oggi è reale sia frutto di un sogno; e nemmeno, si intende, di sogni finiti bene: anzi, il più delle volte piuttosto finiscono male.
Eppure è partendo da lì che anche le cose che finiscono male possono dire di essere finite male; magra consolazione fallire, ma spesso è il prezzo che si paga per esistere.

Sarebbe bello quindi cercare nel disordine delle vicende che ci circondano un pezzo, un riflesso, un battito d’ali fugace che pure i sogni devono aver lasciato sotto alle macerie: sono i cocci di una forza che non si può vedere, che del cinismo, del realismo strategico dei centri di comando non vuol saperne proprio. È quella forza silenziosa che fluisce sempre sotto ai nostri occhi, come un fiume che si affievolisce e si ingrossa, ma finché non esonda non ce ne si accorge mai.

liberteMa se straripa… non bisogna essere certo dei sognatori di primo livello, dei Rousseau, dei Garibaldi, dei Tommaso Moro per restare a bocca aperta davanti a un fiume in piena, che si riempie nel frattempo di tutto quello che sradica e trascina, e non si capisce mai alla foce se sia fatto più delle piogge che hanno scatenato la sua furia o dei detriti che ha raccolto nel frattempo. Vale tanto per la rivoluzione Sovietica quanto per il 1789, ché a voler fare i cinici si potrebbe dire “ah beh è finito col terrore, Napoleone e infine la Reazione!”, come se prima non avessimo avuto l’ancient regime e i servi della gleba, e dopo ci fossimo scordati della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del Cittadino, dei codici napoleonici, del Risorgimento, del 1848!

Perché è chiaro, tornando dalle Americhe per rispondere alla chiamata dei popoli Garibaldi non aveva certo in mente di finire confinato a Caprera, e che l’Italia sua, quella che in ogni lettera a lungo aveva vagheggiato, sarebbe stata quella che al Meridione si distingueva più per gli eccidi che per le buone novelle. Né, tra gli altri, partendo per l’America Robert Owen si aspettava di fallire; o Peppino Impastato di finire ammazzato sopra i binari della ferrovia, o Martin Luther King di restare stecchito con una pallottola in testa. Eppure, contro ogni aspettativa e in barba a ogni realismo, anzi in certi casi convinti proprio di fallire, certi uomini hanno sognato, e sognano ancora. Ma ciò che disarma è che hanno creduto, e credono ancora, secondo una massima che forse a Hegel non sarebbe piaciuta, che forse non tutto ciò che è reale è razionale, o non tutto ciò che è razionale allora è giusto. E per essere più giusti e razionali, a volte, è il caso di sembrare agli occhi degli altri irrazionali e utopisti, convinti in cuor proprio di essere assolutamente pragmatici: perché i loro sguardi cinici sono intrappolati in questa realtà qua, mentre gli occhi dei sognatori guardano una realtà che gli altri non vedono ancora.

woodstock-1969_7Ma dall’altra parte c’è la realtà di chi ha pensato di cambiare il mondo con la musica, la realtà di Woodstock, California Dreamin e Somebody to Love;  di chi (Carlo Rosselli) andava a combattere in Spagna con le Brigate Internazionali contro i fascisti sognava e intanto scriveva Oggi in Spagna, domani in Italia; di chi ha raccontato la decadenza, la sconfitta, il turbamento e la perdita degli ideali ne La dolce Vita o in C’eravamo tanto amati; di chi negli anni Quaranta ha preso la via per le montagne sopra Alba; di chi (Harvey Milk) è stato ucciso perché chiunque abbia il diritto di amare chi gli pare; di chi si è sollevato, di chi si è ribellato, di chi si è messo in testa di lottare per altri e così di lottare anche per sé.

peppino-impastatoC’è la realtà di chi ha cambiato la realtà, perché la Storia non la cambiano i cinici, i retrogradi, i reazionari, i conservatori e gli impostori che pure in mezzo ai suoi spasmi  perdurano e prosperano, schiacciano e stritolano, calpestano e stuprano persone, sogni, ideali, aspirazioni, utopie e  buone intenzioni; perché nonostante tutti i soprusi e le nefandezze non la spunteranno mai, che i sogni hanno questo di bello: puoi pure togliere di mezzo il sognatore, ma il sogno permane e cova, cova finché non straripa. E migliaia di giovani ascolteranno le registrazioni di Giuseppe Impastato, leggeranno l’amore innocente di Garibaldi per la sua Italia come per la sua Anita, rivedranno le barricate dietro le quali s’asserragliavano i giacobini, rivivranno con strazio gli ultimi istanti della vita di Salvador Allende, saranno sgomenti di fronte la foto del cadavere di Che Guevara, impareranno a covare i loro sogni. Così nella storia, che vediamo dalla fessura di quel portone, mai niente sarà più lo stesso dopo la comparsa di un sogno.

Purché però si sia disposti a illudersi, a progettare e a lottare. Non è stato il fascismo a battere la Resistenza, ma il conformismo, il consumo, il lento chinare la testa. Non esiste potere (con la p minuscola) che non possa essere messo in discussione dalla forza di un sogno. Sta quindi a noi – alle nostre disillusioni, alle nostre paure, ai compromessi e agli stupri che siamo disposti ad accettare – trasformare il potere in Potere e renderlo invincibile, non tanto nella realtà della carne, quanto nelle possibilità delle nostre teste. Oppure no.

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Redazione

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