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Storie di sport. Perché la Francia ha vinto i mondiali?

Quello di Russia è stato un mondiale particolare, sorprendente sotto molteplici aspetti. Basti pensare che per la prima volta, fra le semifinaliste, non c’era almeno una fra Germania, Italia, Brasile e Argentina, il gotha storico del calcio mondiale. In finale è arrivata la Croazia, paese di 4 milioni di abitanti (ma da una eccellente tradizione sportiva e calcistica) arrivata a un passo dalla gloria eterna. Alla fine ha vinto la Francia di Mbappé, Griezmann, Pogba, una, ancora giovanissima, generazione di calciatori destinata a segnare un’epoca importante nella storia del calcio.

Una vittoria netta

La vittoria francese è stata senza ombra di dubbio meritata e per confermare ciò sono sufficienti un paio di dati. Innanzitutto, nel mondiale delle sorprese, les blues hanno avuto un percorso tortuoso, dovendo eliminare, nell’ordine, nazionali candidate alla vittoria finale come Argentina, Uruguay e Belgio. Oltretutto i galletti hanno concluso la fase a eliminazione diretta sconfiggendo le proprie avversarie sempre nei 90 minuti, caso più unico che raro, basti pensare a quattro anni fa quando la Germania ebbe bisogno dei supplementari per eliminare la sorprendente Algeria di Halilhodzic. Detto questo, per spiegare le motivazioni dello straordinario successo della Francia, è necessario scindere i meriti in due grosse categorie: quelli della nazionale durante il mondiale e quelli della federazione negli anni precedenti.

I meriti della Francia durante il mondiale

Come ogni grande nazionale che si rispetti, nel giorno della ufficializzazione dei convocati per i mondiali, il paese si è diviso. Le scelte del condottiero Didier Deschamps furono indigeste per gran parte dell’opinione pubblica francese. Oltre alla questione Benzema, non convocato da tre anni per una serie di ragioni complesse su cui è difficile dilungarsi adesso, dalla lista da consegnare alla FIFA sono stati esclusi calciatori di talento assoluto come Lacazette, Coman e Payet, stella dell’ultimo europeo casalingo, reduce da una eccellente stagione a Marsiglia. Deschamps da uomo di calcio navigato ha badato poco all’opinione dei suoi connazionali e si è mostrato fermissimo nelle sue decisioni. Oltretutto l’ex calciatore di Marsiglia e Juventus aveva le idee chiarissime sull’11 da scegliere nelle partite decisive. Non bisogna dimenticare che Deschamps un mondiale lo ha vinto, da capitano nel 1998, e ovviamente conosce le acque complicate di una competizione tanto breve quanto difficile. La Francia ha cominciato il mondiale in sordina, riuscendo nei minuti finali a superare una tenace Australia. Per l’occasione il tecnico francese scelse una formazione molto offensiva, schierando quasi tutti i calciatori di maggior talento insieme contemporaneamente.

Dalle partite successive Deschamps non ha più rinunciato a due suoi giocatori feticcio, capaci di fornire equilibrio a una formazione altrimenti troppo sbilanciata. Uno di questi è Blaise Matuidi, mezzala sinistra della Juventus, abile a svolgere un preziosissimo lavoro oscuro sia nelle zone centrali, sia scivolando sull’esterno. L’altro è il tanto vituperato (dalla stampa francese) Olivier Giroud, centravanti vecchio stampo come se ne vedono ormai pochi in giro. Le statistiche del mondiale di Giroud sono abbastanza impietose: zero gol, pochi tiri in porta, contributo offensivo pari allo zero. Il calcio, però, non è solo statistica e se noi siamo qui a parlarne, mentre Deschamps è in panchina a dirigere, un motivo, certamente, ci sarà. Giroud è fondamentale nella selezione francese: gran faticatore, ottimo nel gioco aereo, eccezionale giocatore di sponda per gli inserimenti velocissimi di Mbappé, Griezmann e Pogba. L’allenatore della Francia aveva le idee ben chiare fin da subito e la sua strategia era piuttosto semplice (ma assolutamente non banale): ovvero mettere i propri fuoriclasse nelle condizioni migliori per liberare il proprio talento. La Francia ha rinunciato volutamente al possesso palla (uno dei più bassi del mondiale), in funzione di una difesa posizionale nella propria metà campo (a questo proposito quello di Varane e Umtiti, la coppia centrale, è stato un mondiale straordinario) per poi ripartire a gran velocità sfruttando la tecnica in corsa dei migliori interpreti mondiali in questo fondamentale. Quello di Deschamps è stato un mosaico che poco a poco ha iniziato a prendere forma. Una volta che ogni tessera ha trovato il proprio posto nell’insieme, il tecnico francese ha potuto lavorare sulla testa dei propri calciatori, capaci di mantenere un eccellente livello di concentrazione e cinismo.

Deschamps portato in trionfo. www.franceinfotv.fr

I meriti della Francia prima del mondiale

Chiaramente all’interno del gruppo di calciatori francesi, ognuno ha la propria storia personale. C’è un Griezmann che da adolescente si trasferì nei paesi baschi spagnoli, un Pogba che alla stessa età venne acquistato dal Manchester United. Eppure c’è anche un manipolo di neocampioni del mondo, come per esempio Matuidi e lo stesso Mbappé che hanno in comune un passaggio significativo della propria esistenza calcistica, ovvero il trasferimento a Clairefontaine.

Clairefontaine è il luogo in cui ha sede l’INF, l’accademia nazionale calcistica della Francia. La storia dell’INF ha radici molto lontane. Nasce infatti negli anni ’70 dopo un lungo periodo in cui il calcio francese sprofondò nell’abisso, riuscendo a non qualificarsi né a un mondiale né a un europeo per quasi una decade calcistica. Dovendo necessariamente scegliere un uomo che funga da spartiacque del calcio francese, certamente non si può non pensare a Michel Platini; eppure, allargando il discorso non più a una sola figura ma a un sistema, allora in Francia c’è un prima e un dopo l’INF, inizialmente locato a Vichy e nel 1990 spostato a Clairefontaine, sede storica del ritiro dei blues. Diventa in pochissimo tempo il centro di reclutamento principale dell’aerea parigina, la più popolosa e la più ricca di talento luminoso e allo stesso tempo acerbo (sul rapporto fra le banlieu e il calcio si è scritto molto, dilungarsi ora sarebbe superfluo). Clairefontaine diventa presto un centro d’élite, la federazione finanzia la creazione di altre accademie sparse per il paese, le quali fanno riferimento alla casa madre.

Oggi le selezioni per entrare in questa modernissima fucina di talenti giovanili sono spietate. Ogni anno, a maggio, cominciano i provini. Partecipano circa duemila ragazzi tredicenni, ne vengono scelti solamente 23 che, tra le altre caratteristiche, devono risiedere nell’Île de France ed essere in regola con gli studi. Tra le note positive dell’accademia francese c’è anche una questione sociale: l’INF offre per due anni ai ragazzi vitto e alloggio, oltre agli studi e alla possibilità di allenarsi quotidianamente con i migliori istruttori nazionali. Per un banlieusard e la sua famiglia ciò può rappresentare una svolta importante. Chiaramente esiste un altro riflesso della medaglia, infatti non tutti i giovani che escono da Clairefontaine finiscono per diventare calciatori professionistici. Chi proviene da contesti svantaggiati ha speso numerose difficoltà a reinserirsi nella vita di tutti i giorni.

Chi è stato a Clairefontaine sa che questi ragazzi sono costretti fin dai primi anni a gestire una pressione molto pesante sulle loro spalle. A tredici anni ci si allontana dalla propria famiglia, si è sottoposti ad orari da caserma, è necessario conciliare lavoro e studio (questo aspetto non va per niente sottovalutato) e oltretutto l’incombenza del fallimento costringe questi ragazzi a forgiare fin da subito una mentalità, una abnegazione, una voglia di emergere che può fare la differenza in età successive. Quando, per esempio, c’è da vincere una coppa del mondo.

La sede di Clairefontaine.
www.dailymailco.uk

 

Giacomo Van Westerhout
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