Storie di ordinaria disumanità:
i Connessi e gli Isolati

di Aurelio Lentini

«La vita che noi chiamiamo beata è posta in alto e stretta, come dicono, è la strada che vi conduce. Inoltre vi si frappongono molti colli, e di virtù in virtù dobbiamo procedere per nobili gradi».[1]

Sebbene a noi non interessi la vita beata che muoveva lo spirito di Francesco Petrarca, ciononostante le sue parole possono servirci in un cammino decisamente diverso ma egualmente impervio. Non sempre, semplificando, la via più facile è anche la migliore. Ma visto che la ragione d’uso, il mantra ripetuto in eterno a favore dei nuovi strumenti di comunicazione di massa è che “semplificano la vita”, allora abbiamo qualcosa di cui discutere.

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A partire da una domanda: è vero che i nuovi strumenti di comunicazione semplificano la vita? Sì, verrebbe da rispondere; obiettivamente il livello di comodità con la quale riusciamo a portare a compimento sempre più azioni ci permette di fare molte più cose, con più semplicità, quasi automaticamente. Ma è davvero utile fare molte più cose in questo modo? Dipende da una questione piuttosto semplice: il numero di cose che possiamo permetterci in quanto esseri umani. Azzardando una constatazione, se facciamo più cose di quelle che possiamo permetterci, la conseguenza più scontata è che si impoverisca la qualità delle cose che facciamo, e quindi che ci impoveriamo noi. Non è detto che si parli di un impoverimento economico, ma di qualcosa di più grave, cioè di una perdita a livello fisico, antropologico, mentale o culturale.

Banalmente: scrivere, leggere, inviare, commentare mediamente più di cento (stimando molto per difetto) tra mail, messaggi, post, wazzappini e comunicazioni varie in una giornata tipo (dove si suppone che si faccia anche altro) significa che a ognuna di queste operazioni bisogna per forza di cose dedicare una quantità limitata di attenzione e di approfondimento. Altrimenti, se leggessi con attenzione una mail mentre sono al volante, potrei tirare dritto in curva. Allora è l’uso che facciamo di un mezzo di comunicazione a determinare o meno la suo bontà? Non esattamente, anzi la bontà o la malignità di un mezzo di comunicazione può non dipendere dall’uso che se ne fa, bensì dal medium stesso.

A metà degli anni Sessanta il sociologo Marshall McLuhan pubblica Gli strumenti del comunicare. Il testo gli valse la categorizzazione da parte di Umberto Eco, in Apocalittici e Integrati, tra i Superintegrati, quelli con una incrollabile fede nel progresso tecnologico, e a noi può servire per porre una nuova distinzione, quella tra Connessi ed Isolati. McLuhan ha avuto il difetto di scrivere il suo libro con quarant’anni di anticipo. Egli considerava i media come «un’estensione delle nostre facoltà» e la sua intuizione fondamentale fu che «per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio». In altre parole le conseguenze individuali e sociali di un medium non derivano, come altri sostenevano, dall’uso che ne viene fatto o dal contenuto che, attraverso di esso, viene trasmesso ma «dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia». I media non sono considerati come tramiti o strumenti di trasmissione ma come “metafore attive” che non soltanto trasportano un messaggio ma insieme comunicano e trasformano il mittente, il ricevente e il messaggio stesso: «[I media] trasformano tutto ciò che toccano: il messaggio ma anche le realtà umane, individuali o collettive»[2].

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I media veicolano un contenuto ma al tempo stesso comportano una modificazione nei comportamenti sociali. Un medium pertanto, nell’accezione mcluhaniana non è neutro, i media impongono modificazioni di per sé stessi: l’avanzare della tecnologia permette un sempre maggiore annullamento dello spazio e del tempo attraverso la radio, il telefono, la tv, Internet e gli Smartphones; e a sua volta ciascuno di questi medium modificherà un determinato modo di essere e di fare pregresso. L’uso e il tipo di messaggi che viene trasmesso al loro interno è secondario.

Dunque un medium è innanzitutto una modificazione del vissuto, e il suo impatto si misura a partire dalle conseguenze. Per mantenere l’annullamento delle distanze, infatti, entriamo in uno stato di necessità che ha poco a che spartire con la semplicità: la necessità costante dell’iperconnettività, il bisogno continuo di restare connessi. Non si tratta più, appunto, di cosa e come veicoliamo, ma del veicolare, del poter veicolare. Lo smartphone, gli apparati digitali diventano propaggini del nostro corpo, senza le quali viene meno la connettività, il senso di permanenza nel collettivo e subentra invece una sensazione di isolamento. Se ci staccano la luce, o meglio, se salta la linea internet o il collegamento wi-fi del nostro cellulare siamo spaesati in casa nostra.

L’uso continuato dei mezzi digitali di comunicazione di massa non semplifica la nostra vita, ne produce un doppione virtuale che la complica e la svuota: la velocità con la quale siamo in grado di fare un numero sempre crescente di operazioni (acquisto di beni e materiali, riunioni, incontri, corsi di formazione, rapporti di coppia) seduti sulla poltrona della nostra scrivania crea una discrasia tra il piano reale e quello virtuale della nostra esperienza, fino a innescare effetti potenzialmente patologici. Le conseguenze di queste trasformazioni non sono valutabili solo su un piano utilitaristico ma vanno considerate anche nei loro aspetti psicofisici e tangibili, soprattutto se e quando la realtà virtuale fa ricadere i suoi effetti sulla realtà concreta. Per esempio la rivoluzione digitale applicata alle comunicazioni e alla finanza ha prodotto sconvolgimenti epocali tanto da poter scatenare effetti reali (crisi economiche e produttive) generati da fonti virtuali (speculazione finanziaria).

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Dal punto di vista del nostro benessere la risposta alla domanda dalla quale siamo partiti potrebbe cambiare radicalmente di senso. Quello che scontiamo oggi, a scapito di un sistema comunitario iperconnesso, è infatti un sempre crescente handicap relazionale. Non si tratta in altre parole di diventare più ignoranti in matematica e quindi dipendere dalla calcolatrice anche per le moltiplicazioni complesse (problema reale) ma di diventare sempre più incapaci di comunicare davvero e quindi costretti e capaci di comunicare solo virtualmente. Tuttavia la comunità-casa digitale necessaria cui sentiamo il bisogno di restare collegati, contrariamente a quanto si pensi, non ha nulla di inclusivo e in essa il problema relazionale umano non si può risolvere, non solo perché non si intrattengono relazioni umane ma relazioni virtuali, ma soprattutto perché non si intrattengono relazioni: il privato che interviene nel pubblico non è disposto al pubblico, non incontra un pubblico, incontra altri privati sciorinati come lui nella piazza pubblica, megafono di se stessi più che tavolo di confronto.

Allora la comunicazione virtuale di massa, intesa come medium, non solo non è neutra, ma è politica. Politica in due accezioni: la prima marcusiana, tipicamente apocalittica, che la interpreta come strumento di dominio e di controllo del consumatore; la seconda habermasiana, che la interpreta come politica per la sua apoliticità – in riferimento al concetto greco di «politico» come possibilità di emancipazione dalle necessità quotidiane. Nell’entrare in contatto con la dimensione pubblica noi non ci comportiamo in termini politici di confronto e incontro, ma in termini apolitici di appropriazione privata dello spazio pubblico. È la nostra vita privata a trasporsi nel pubblico:

«il cosiddetto comportamento nel tempo libero è apolitico già per il fatto che, inserito com’è nel ciclo della produzione e del consumo, non è in grado di costituire un mondo emancipato dalle necessita quotidiane immediate. Se il tempo libero resta collegato al tempo di lavoro come suo complemento, esso assicura solo il prolungamento della cura degli affari privati di ognuno e non si converte in comunicazione pubblica dei fatti provati fra di loro».[3]

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Non solo non entro in contatto con un vero spazio pubblico, ma le persone stesse con le quali entro in contatto hanno sempre meno elementi di comunicabilità da mostrarmi. Esemplificando, se entrando in casa di una persona noto una libreria so che è una persona che legge, e posso anche sapere che tipo di cose legge, farmi un’idea, scoprire se la mia idea è giusta o sbagliata, essere incuriosito; se entrando in casa della stessa persona vedo un kindle poggiato tra le altre cose sulla scrivania, di quella persona non conosco comunque niente, magari abbiamo appena letto lo stesso libro, e il nostro elemento di contatto – in questo caso i libri – svanisce.

In una ipotetica dicotomia tra Connessi e Isolati, tra chi vive in funzione dell’essere connesso e chi riesce a sottrarsene, a essere isolato non è l’isolato, ma il connesso. Il sempre connesso, colui che non stacca mai, o che non sa che fare quando stacca (non sa stare con se stesso), non ha tempo di riflettere (riceve troppe informazioni per fermarsi a ragionare), di metabolizzare, di conoscersi per potersi comunicare. Chi è sempre connesso non comunica, grida se stesso, e a volte grida pure il suo dolore per bisogno di attenzione, e di “mi piace”. Sta in una stanza piena di gente che urla ma dove non parla quasi nessuno, e chi parla non sa di che parlare.

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Chi si isola invece, chi spegne il bombardamento stordente e continuato di informazioni e messaggi, lo fa per uscire dal mondo (fuori dal mondo è l’espressione che usiamo di più quando non apriamo almeno tre volte al giorno le nostre pagine di informazioni), ma la sua uscita dal mondo non è che un ritorno al mondo. Esce sì, ma dal mondo virtuale per tornare al mondo umano. Che ha tempi diversi, motivi diversi, esperienze ed emozioni diverse. Chi si sottrae impara a riflettere, a dire cose sensate, sa cosa fare di una passeggiata, di un accenno dello sguardo, di un tramonto.

Sa che l’essere umano, per arricchirsi, ha bisogno di tempo, di lentezza, di sedimentazioni. Ha bisogno che si guardi il sublime senza imprigionarlo in un’immagine, che ci si confronti con l’esperienza, anche l’esperienza della bellezza, per scoprire che modificazione o sensazione suscita nell’animo, e non che la bellezza venga stereotipata in una serie di bellezze archiviate sulla galleria di un videofonino che faremo scorrere davanti agli occhi degli amici al bar. L’essere umano, per poter stare in compagnia, ha bisogno di solitudini, di solitudini di coppia, di solitudini corali.

Allora, gli strumenti di comunicazione virtuale di massa ci migliorano la vita? Dipende dal mondo in cui vogliamo vivere: se quello dove posso avere il tempo di confrontarmi con un testo di difficile comprensione, dove posso pensare a quello che dico, dove posso godere di un paesaggio senza sentire il bisogno di postarlo su un social network per sentirlo vissuto, dove posso  entrare in relazione con una persona per scoprirla e non per vantarmi, o avere davanti una persona e comunicarle le mie emozioni con i gesti e le parole, piangere e ridere come un essere umano. Oppure l’altro, quello virtuale dove posso essere chi voglio e non essere nessuno. Nel primo no, non ci migliorano per niente.

Note:

[1] Francesco Petrarca, Ascesa al Monte Ventoso.

[2] Marshall McLuhan, Gli Strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1964.

[3] Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza, 2011 (1971).

Leggi le prime due Storie di ordinaria disumanità: #1, #2

 

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Redazione
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