Terrence Malik e le lezioni di Filosofia. Cosa aspettarsi da “Song to song”?

Si narra che nel mezzo degli anni ’60 un giovane Terrence Malick abbandonò la facoltà di filosofia di Oxford a seguito di un pesante screzio con il suo tutor, Gilbert Ryle. Il tutto riguardava il loro modo diametralmente opposto di intendere il concetto di mondo in Søren Kierkegaard, Martin Heidegger e Ludwig Wittgenstein.

Tale aneddoto – vero o falso che sia – risulta affascinante e verosimile se collegato al Malick regista che si è avuto modo di scorgere a Cannes nel 2011 con The Tree of Life. Sulle note insistenti del compositore ceco Bedrich Smetana, il regista statunitense, già celebre grazie al capolavoro del ’98 La sottile linea rossa, raccontava con una certa sicurezza i delicati equilibri dell’esistenza umana, costantemente in bilico tra la bellezza e la paura, tra l’amore e la durezza, tra la natura e la grazia. Le suggestive immagini della terra ai suoi albori, il racconto della nascita, l’immensità dell’universo, possedevano il potere di affascinare e stupire lo spettatore, che per due ore si ritrovava catapultato in una lezione di filosofia semplice ma efficace: «Se non ami, la tua vita passerà in un attimo».

Dal 2011 ad oggi Terrence Malick ha realizzato 5 film in sei anni, confermandosi come regista fuori dalle regole, in grado di realizzare opere d’arte che difficilmente possono lasciare indifferenti. Non fa eccezione Song to Song, il suo ultimo lavoro, uscito nelle sale nel mese di maggio. Song to Song ha tutte le premesse per essere un film di successo: ha un cast stellare, ha l’ambizione di raccontare una realtà culturale underground incredibilmente attuale e affascinante, prevede la presenza in scena di leggende della musica come Patty Smith e Iggy Pop, parla d’amore, di tradimenti, di ambizione, di sogni e ha la firma di un grande regista apprezzato dalla critica di tutto il mondo. Eppure – per usare parole leggere – è uno dei film più complessi da guardare dall’inizio alla fine. Facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.

Il film inizia con le parole/pensieri di Faye, giovane cantautrice americana – che ricorda vagamente la cantante americana St.Vincent  – la quale introduce in modo un po’ confusionario lo spettatore nel mondo dei festival di musica rock americani. Da qui in poi si sviluppa una storia poco lineare che ruota intorno alle vite dei tre personaggi principali: la già citata Faye (interpretata da Rooney Mara), il produttore musicale Cook (Michael Fassbender) e il musicista BV (Ryan Gosling), morbosamente coinvolti in un triangolo amoroso fatto di insicurezze, passioni, paure e tradimenti.

Fonte: Cinefilos.it

Nel film non c’è spazio per la chiarezza, molte scene sono ambigue e tormentate, persino la cronologia dei fatti non risulta immediata. I pensieri dominano la prima metà del film, ritorna quella sensazione di “lezione di filosofia perenne” che a tratti destabilizza, confonde o peggio irrita lo spettatore. Contemporaneamente si aggiungono sullo sfondo nuovi personaggi che entrano ed escono dalla vita dei protagonisti, a volte in modo significativo (Rhonda/Natalie Portman per esempio, la cameriera di cui si innamora Cook), a volte come meteore difficilmente inquadrabili (è il caso di Cate Blanchett, che vediamo sulla scena per una ventina di minuti circa in quanto fidanzata dell’ormai disilluso e malinconico BV). La seconda parte del film toglie allo spettatore le poche certezze che aveva acquisito fino ad allora: gli spazi cambiano, i personaggi aumentano, i rapporti personali e le dinamiche amorose tra i tre protagonisti vengono meno. Emerge ancora maggiormente l’instabilità e la sofferenza umana, il senso di colpa, l’amore irrazionale, ma tutto ciò non viene raccontato in modo lineare, viene sussurrato, evocato allo spettatore, che si ritrova perso, per usare un eufemismo, davanti alla complessità delle scene.

Song to Song è un film difficile a tutti i livelli, impossibile da etichettare, a tratti un documentario sulla musica e i sentimenti umani, a tratti un tentativo di raccontare le contraddizioni della scena musicale americana con tecniche cinematografiche destabilizzanti. Malick con una consapevolezza arrogante e romantica, sfida i suoi attori hollywoodiani (che si dice abbiano girato materiale per un film della durata di otto ore circa), sfida il suo pubblico in sala, sfida la critica americana ed europea e, probabilmente senza aver l’ambizione di essere apprezzato o compreso fino in fondo, racconta una “storia senza storia”, un flusso di coscienza di immagini e pensieri infiniti (non a caso un titolo di una importante testata giornalistica riportava «Il Nuovo film di Terence Malick è irritante e soporifero?»).

In difesa del film si deve però riconoscere che la scelta della musiche è bellissima, con una scaletta particolarmente efficace che passa con agilità da Georg Friedrich Handel ai Die Antwood, rispolverando la bellissima Runaway di Del Shannon (pezzo del 1961 scelto come tappeto per il trailer internazionale), arrivando fino alla ormai inflazionata Danse Macabre di Camille Saint-Saens, utilizzata in modo magistrale da Scorsese nel 2011 per raccontare la storia del cinema in Hugo Cabret e ora in Song to Song da Malick per descrivere il rapporto tormentato Portman/Fassbender.

Cosa aspettarsi da Song to Song non è chiaro. Se c’è già qualcuno che grida al capolavoro, c’è chi lo ha descritto come un’auto-parodia, una accozzaglia di immagini bellissime ma vuote. Noi, da buoni filosofi, sospendiamo il giudizio e vi invitiamo ad andare al cinema con qualche informazione extra e una nuova predisposizione all’assurdità. La palla ora a voi, Song to Song è nelle sale.

Agnese Zappalà

 

 

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