Tra sesso e turpiloquio: il Catullo “proibito” che non ci si aspetta

Sentendo il nome di Gaio Valerio Catullo, il celeberrimo poeta latino del I secolo a.C., quello che viene subito alla mente – dopo l’ansia delle interrogazioni di latino al liceo, ça va sans dire – è sicuramente la sua storia d’amore con Clodia, nota alla tradizione e ai posteri come Lesbia: una storia d’amore ancora attualissima, fatta di alti e bassi, di odi et amo, di mille baci, tradimenti, litigi e ripicche in cui anche gli studenti del III millennio possono ancora identificarsi.


Eppure, dietro alla facciata sentimentale dell’autore, che mette nero su bianco i suoi slanci ed i suoi tormenti interiori, si nasconde un Catullo “proibito”, che attraversa tutto il liber e che ci mostra un’altra faccia del poeta latino veronese: se tutti conoscono quanto di hot c’è nel Satyricon  di Petronio, pochi in realtà conoscono quella trentina di carmina raggruppati sotto il nome di “carmi proibiti”, caratterizzati da un linguaggio poco fine e da contenuti niente affatto morali.

Il Catullo “proibito” è quello delle cosiddette nugae, «schiocchezze»i primi 60 componimenti del liber: tra poesie d’amore ed elogi al nobile sentimento dell’amicizia si annidano alcuni testi aspri, in cui l’autore non si tira indietro dal prendersela con qualcuno o qualcosa, abbandonandosi anche al turpiloquio.

iscrizioni erotiche pompei catullo

Nel carme 16, ad esempio, quello tradizionalmente intitolato Ad Aurelio e Furio, Catullo prende di mira due rivali che lo accusano di mollezza per aver espresso il desiderio, in un testo, di volersi abbandonare in mille baci: il poeta li accusa di essere tra quanti leggono di queste sue mollezze, dal momento che sono così pronti a puntare il dito contro di lui

«Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca,
Aurelio succhiacazzi e Furio fregna sfondata,
che pei miei versetti pensate, sol perché
son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico e virtuoso.
Giacché è appropriato per un poeta onesto esser casto
con se stesso, ma nulla è dovuto dai suoi versetti;
i quali hanno ora e per sempre arguzia e grazia,
quando son tenerelli e un poco spudorati,
e riescono a risvegliar un certo pruriginoso desiderio,
non dico nei fanciulli, ma in quei vecchi pelosi
incapaci ormai d’inarcar la schiena rattrappita.
Voi, che avete letto de’ miei innumerevoli baci,
pensate forse ch’io sia uomo perverso e poco virile?
Credetemi, ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca».

Il bersaglio del carme 80 è Gellio, un amico dell’autore dalle tendenze omosessuali: le sue labbra sono rosse come quelle delle donne, e i riferimenti sono al sesso maschile e agli effluvi che seguono l’amplesso:

«Come puoi, Gellio, spiegare perché queste tue labbrucce rosee
divengono più candide della neve d’inverno,
quando alla mattina esci di casa o quando nel primo pomeriggio
delle lunghe giornate estive ti ridesti dal pigro riposo?
Per certo non saprei come avvenga: ma potrebbe esser vero, qualcuno lo sussurra,
che sei un divoratore di quell’enorme arnese ch’esce dall’inguine di un uomo?
è così, di sicuro: lo gridano la schiena rotta di Vittorio,
pover’uomo, e le tue labbra segnate dal latte che hai succhiato.»

A dimostrazione del fatto che la storia tra Catullo e Clodia non sia idilliaca come la tradizione ci vuol far vedere, ecco due carmi in cui l’autore non si risparmia dall’insulto la – non si sa più quanto – amata. Nel carme 37, infatti, viene mostrata una taverna di basso bordo in cui si trovano alcuni uomini a vantarsi di loro certe doti sessuali; tra di loro si aggira una donna che si concede a loro con estrema facilità: Lesbia. Ecco cosa ne pensa Catullo

«Sporchi puttanieri di quell’immonda taverna
che si trova nove colonne oltre il tempio dei Dioscuri,
credete forse di averla soltanto voi la minchia?
Che con le donne ci scopate soltanto voi,
e che tutti gli altri so’ cornuti?
O forse perché sedete tutti in fila,
cento o duecento come tanti idioti,
credete che mi spaventi a ficcarvelo in bocca
a tutti e duecento quanti siete?
Credetemi: per colpa di voi cazzoni
scarabocchierò di parole
il frontone di quell’osteria.
Fuggitami dal petto, la mia ragazza,
amata come nessuna mai sarà amata,
anche lei, per la quale ho combattuto migliaia di guerre,
siede lì in mezzo a voi. E come se ne foste degni
ve la sbattete a turno.
In realtà, carogne,
non siete che insulsi puttanieri di strada:
e tu più di tutti, Ignazio,
modello, capellone,
nato da quell’enorme allevamento di conigli che è la Celtiberia.
Ti fai bello di quella barba incolta
e di quei denti sciacquati con il tuo stesso piscio».

Lesbia la fa da padrona anche nel carme 42, dove Catullo chiama a raccolta i suoi versi, la sua ars poetica, che vadano a chiedere indietro alla donna tutte le poesie che le ha dedicato: un modo per dare sfoggio di bravura, ma anche per insultare chi l’ha fatto tanto penare

«Accorrete, endecasillabi, quanti voi siete
da ogni luogo tutti, tutti quanti, ovunque voi siete.
Una disgustosa puttana pensa ch’io sia il suo zimbello
e si rifiuta di ridarmi i nostri versetti,
se solo voi poteste tollerarlo.
Inseguiamola, e non diamole tregua.
Chi mai sia, voi chiedete: quella, che vedete
incedere turpe, sembra un pagliaccio e con quella boccaccia
dalla risata molesta par essere un cucciolo di cane di Gallia.
Circondatela, e non datele tregua:
‘Fetida d’una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta’.
Te ne freghi? Oh che zozza, che gran troia,
la più degenerata che possa esistere.
Ma credo che questo non sia ancora sufficiente.
Se non altro che noi la si possa far bruciare di vergogna,
quella cagna dura come il ferro.
Strillate ancora, urlate più forte:
‘Fetida d’una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta’.
Ma niente, non si ottiene niente, nulla la smuove.
È ragionevole per noi cambiar metodo e maniera,
se vogliamo sperare di ottener qualcosa:
‘O fonte d’immacolata bontà casta e pura, ridammi i versetti».

Nel carme 58, infine, per l’amico Celio, Catullo si dimostra però incredulo e rassegnato quando scopre che la “sua” Lesbia si aggira per l’Urbe, allietando i ragazzi di Roma:

«Lesbia, la mia Lesbia, Celio, quella Lesbia,
proprio lei, la sola che Catullo mai abbia amato
più di se stesso e d’ogn’altra cosa a lui cara,
agl’angoli delle strade e nel buio dei vicoletti
ora scappella i cazzi della fiera gioventù romana».

Quello che emerge da questi versi è un Catullo non scolastico, che per togliersi il cosiddetto “sassolino dalla scarpa” non si formalizza troppo e si abbandona ad allusioni sessuale esplicite e a un turpiloquio sapientemente costruito.


Se vogliamo, emerge un Catullo più umano che si fa prendere dalla passione, si arrabbia, si sfoga come un qualsiasi amante offeso potrebbe fare: certo, la tradizione tende ad occultare questo aspetto, ma dobbiamo pur sempre aver presente che le giornate “no” ci sono per tutti, Catullo compreso.

Fonte: laCOOLtura




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Giulia Malighetti

23 anni, laureata a pieni voti in Lettere Classiche alla Statale di Milano, amante della grecità antica e moderna spera, un giorno, di poter coronare il suo sogno e di vivere in terra ellenica.
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