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“Trois souvenirs de ma jeunesse”: la formazione umana e sentimentale di un nuovo Dedalus

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13 minuti di lettura

di Ilaria Moretti

In principio c’erano soltanto Paul ed Esther.

Siamo alla fine degli anni novanta e l’allora giovane regista Arnaud Desplechin propone un film, Comme je me suis disputé (ma vie sexuelle), che scardina i nuovi modi di fare cinema, riproponendo le atmosfere ormai perdute del suo amatissimo François Truffaut. La pellicola, interpretata magistralmente da un brillante ed onirico Mathieu Amalric nel ruolo di Paul e da un’affascinante Emmanuelle Devos nel ruolo di Esther, ha un successo enorme. Gli amori contrastati e impossibili dei due protagonisti infiammano le testate dei più grandi giornali di cinema: è nato un nuovo Truffaut, più moderno e intellettuale forse, ma capace di raccontare le pieghe sofferte di certe umanità, con una cadenza dolce e accorta, come solo la Nouvelle Vague aveva saputo fare.

Paul et Esther

Quasi vent’anni più tardi con Trois souvenirs de ma jeunesse Desplechin ripropone le vicende dei due protagonisti, capovolgendo il plot e riportando la storia all’epoca della loro adolescenza. Cambiano gli attori – anche se Amalric sarà comunque presente nel ruolo di Paul adulto – cambiano le ambientazioni: la Parigi intellettuale ed universitaria del primo film lascia spazio alla provincia. Siamo nel profondo nord della Francia, a Roubaix, un comune del Nord-Pas-de-Calais, dove la vita scorre lenta, ci si annoia, si guardano film sul divano in compagnia dei soliti vecchi compagni d’infanzia; i frastuoni della capitale sono lontani. Come si è tornati indietro? Perché l’essere umano s’arresta e interrompe il flusso del proprio quotidiano, ripensando agli anni dell’infanzia, dell’adolescenza, ai primi amori, ai primi dolori?

Paul Dedalus è un Ulisse moderno. Desplechin crea attorno al personaggio di joyciana memoria una cornice di ricordi e di intemperanze. Il film si apre in Tagikistan: Paul guarda fuori dalla finestra, una donna è al telefono e i bagagli sono pronti. Dopo più di dieci anni di lontananza dalla Francia, è chiamato a rientrare per un importante incarico al Quai d’Orsay, ma una volta atterrato sul suolo francese è fermato all’aeroporto dai servizi segreti. Chi è lui veramente? È stato trovato un suo omonimo, stesso nome, stessa data e luogo di nascita. Il suo doppio è un israelita che ha risieduto in Urss durante gli anni ottanta; non gli assomiglia fisicamente ma i dati anagrafici corrispondono in maniera preoccupante. Che cosa è successo?

Paul è costretto a rievocare dinnanzi al funzionario Claverie (André Dussollier) il motivo di quell’antico scambio di identità: Paul – adolescente – collaborò durante un viaggio di studio a Minsk con un amico d’infanzia, cedendo il suo passaporto a un giovane ebreo per permettergli di rientrare in Israele. Il flash-back obbligato costringe il personaggio a un difficile gioco di introspezione. La sua vita si è sospesa, ha un incarico prestigioso, un nuovo ufficio patinato al Ministero degli Esteri – che in fondo non crede di meritare «l’ho ottenuto soltanto perché conosco molte lingue» – ma qualcosa non funziona. Nella sua solitudine di cristallo ritornano prepotentemente le immagini della sua infanzia – i souvenirs, i ricordi del titolo, sono lo scheletro, la struttura portante che caratterizza il mistero dello stesso Paul adulto. In una serie di rievocazioni, attraversate da balzi temporali, conosciamo un Dedalus bambino, volitivo e difficile: ha dovuto far fronte alla pazzia della madre, alle sue crisi violente che sfoceranno in un suicidio annunciato. Paul non pare soffrirne, fin da piccolo ha maturato una sorta di autonomia, unita alla volontà di crescere in fretta per difendersi da un universo famigliare soffocante. Quando l’atmosfera in casa si fa irrespirabile, fugge di soppiatto della cara zia omosessuale: donna libera, amante dei libri, quercia sicura da cui trovare riparo. Sarà lei, attraverso le parole e la silente vicinanza, a fornire al bambino gli strumenti intellettuali ed etici atti alla costruzione di una vita indipendente, aperta verso il futuro. Il padre, invece, resta una figura di sottofondo, sconquassato dal dolore per la prematura perdita della moglie, non si riprenderà mai più. Cercherà di intrattenere con i figli un rapporto vuoto, che non funziona, che è basato sull’affetto – forse – ma che si manifesta soltanto attraverso l’assenza e la sottrazione. Paul ha anche due fratelli, Ivan, bambino violento e al contempo devoto (diventerà un atipico sacerdote in Comme je me suis disputé) e Delphine, fragile e bruttina, poco corteggiata dai ragazzi, indecisa e ribelle.

la famille

Nella sonnolenta Roubaix Paul cresce sereno, la vita l’ha segnato, certo, ma lui si definisce una persona «pleine de bonheur», anche se gli amici faticano a etichettarlo come un buontempone. È un allievo brillante e a diciannove anni lascia la provincia per trasferirsi nella capitale, studierà antropologia e vivrà poveramente elemosinando, a causa dei pochi soldi a disposizione, alloggi di fortuna per le notti lunghe e difficili. Eppure, in questa quotidianità arida e solitaria, Paul non è triste, anzi, si muove con una certa grazia, una fierezza fuori dall’ordinario. Studia e scrive durante la giornata, passa il suo tempo nelle biblioteche e nei caffè. È povero, mangia poco, ma si nutre prepotentemente di libri, costruisce la sua identità in una solitudine che non ha nulla di meschino poiché rima con l’affermazione del proprio io. È volitivo, intraprendente, e chiedendo sempre più a se stesso riesce persino a ottenere un incontro con la dottoressa Behanzin, importante antropologa, di cui diventerà l’allievo-confidente.

La settimana di Paul si svolge a Parigi, ma la capitale francese resta sullo sfondo: sono gli interni, i luoghi del cuore, che divengono i protagonisti della sua formazione umana ed intellettuale. Desplechin offre lente panoramiche di biblioteche inquadrate a tarda notte; c’è il buio intimo dell’ufficio della dottoressa Behanzin, affastellato di libri, scritture antiche e carte geografiche o ancora ci sono i tavoli di legno dei caffè parigini, quando fuori piove e le luci aranciate illuminano poveramente i suoi libri e quaderni. I giorni feriali sono quelli dello studio e per il fine settimana Paul ritorna a Roubaix, dove un giorno – un po’ per caso – incontra Esther e con lei, per la prima volta, l’amore.

Ai due non è concessa la quotidianità di due amanti comuni: lei è ancora molto giovane, vive dai suoi, deve ultimare il liceo. Gli incontri fugaci si consumano nelle stanze dei genitori, nel letto del padre di Paul, dove la foto della madre viene pudicamente abbassata da Esther, per ritracciare i confini di un privato impossibile, utopia fragile che viene costantemente minacciata dall’esterno. L’intimità è rubata, fratturata: da un lato c’è l’urgenza dei treni in partenza che sfrecciano verso la capitale, che obbligano Paul a ritornare ai suoi doveri, all’incontro con se stesso e alla lenta costruzione del proprio futuro. Dall’altra la provincia, i suoi ritmi lenti, il viso pulitissimo e sfacciato della bella Esther, (una fiammeggiante Lou Roy-Lecollinet), che diviene nella sua stessa carnalità una figura di conoscenza. Florence Maillard scrive sui Cahiers du Cinéma che l’esperienza amorosa, nel film, diviene un luogo topico, all’interno del quale è possibile esistere, compiere il proprio apprendistato. Ma si sa, i primi amori hanno vita difficile: il cugino Ivan, ragazzo fragile, martoriato da genitori eccessivamente possessivi, è in cerca di libertà e sfoga le sue maldestre mire su Esther, che sola, distrutta dall’assenza di Paul, gli cede per il tempo di una notte. Ma non basta. Anche il fidato e intimo amico di infanzia, Kovalki, conquista la ragazza, facendo leva sui suoi punti fragili. È inesperto, senza charme né prospettive e agisce un po’ per tristezza, un po’ per gelosia nei confronti del più maturo ed emancipato Paul, figura mitizzata, ideale inattingibile.

Esther

Le dinamiche sono semplici, è una storia di ragazzi, verrebbe da dire. Eppure Desplechin, per questo suo ultimo lavoro presentato per la Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes, costruisce con un equilibrio e una sobrietà rari un film lucido, asciutto, eppure potente. Diventare adulti significa forse ripensare alla propria giovinezza, compiendo le giuste tare, apportando la misura necessaria, pena lo sconfinamento nel paradosso. Paul Dedalus è un personaggio che non mente, è sincero, sfacciato forse, ma al contempo capace di incassare i colpi, anche i più duri, siano essi fisici – «non ho sentito nulla» è una frase che ripete spesso, come se il dolore del corpo non fosse paragonabile agli squarci dell’anima – o sentimentali. Poco importa se la storia lunghissima e tormentata tra i due (il film ci parla di dieci anni di passione, distanze e tradimenti) avrà o meno un lieto fine. Il giovane Paul (Quentin Dolmaire) agisce per impulso di costruzione e verità, sfidando luoghi e distanze e affrontando a viso aperto la difficile marea del vivere quotidiano. Viene alla testa una frase cara a Truffaut – maestro indiscusso di Desplechin – scritta da Henry Pierre Roché, creatore del meraviglioso Jules et Jim, da cui sono nate tutte le grammatiche sentimentali dei futuri ménages à trois cinematografici. La frase recita più o meno così: «La felicità si racconta male, poiché si consuma senza che nessuno se ne accorga.» Esther resta un sogno di giovinezza, il cuore «fanatique» al centro della vita di Paul. Un amore forse sfilacciato e incompleto, eppure sereno: a suo modo, drammaticamente felice.

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Redazione

Frammenti Rivista nasce nel 2017 come prodotto dell'associazione culturale "Il fascino degli intellettuali” con il proposito di ricucire i frammenti in cui è scissa la società d'oggi, priva di certezze e punti di riferimento. Quello di Frammenti Rivista è uno sguardo personale su un orizzonte comune, che vede nella cultura lo strumento privilegiato di emancipazione politica, sociale e intellettuale, tanto collettiva quanto individuale, nel tentativo di costruire un puzzle coerente del mondo attraverso una riflessione culturale che è fondamentalmente critica.

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